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Martin Eden (2019): la lotta tra autodeterminazione e autodistruzione – Recensione psicologica del film

La storia di Martin Eden è la storia di chi si rassegna ad un’esistenza rabbiosa e deprimente, come se un rifiuto sancisse un punto di non ritorno

Di Nicole Tornato

Pubblicato il 22 Ott. 2019

Martin Eden (2019) ispirato all’omonimo romanzo di Jack London racconta della lotta tra l’autodeterminazione e l’autodistruzione; povero e orfano, il protagonista cresce in condizioni precarie, lotta per la sopravvivenza, accettando ogni lavoro denigrante e infine abbandona precocemente la scuola perché la povertà non gli consente di proseguire gli studi.

 

Martin, però, è intelligente, curioso, vispo, si avvicina alla lettura grazie ad una ragazza ricca che conosce per puro caso, e scopre una passione che non abbandonerà mai e che non riesce a dimenticare.

Scrivendo, il protagonista cerca un senso negli eventi, nella povertà che lo circonda, esprime la solitudine, il senso di annichilimento che lo attanagliano, il famigerato disgusto verso la finzione dell’alta società, il desiderio di riscatto per i deboli in cui si identifica.

Inizialmente Martin “vuole essere come” la famiglia di Elena, si convince che appropriarsi della cultura e del linguaggio forbito possa diventare la chiave per avvicinarlo alla gente importante, alla bella ragazza raffinata che parla francese e studia, così diversa da quella giovane, seppur bella, ma umilissima cameriera che scarta senza conoscere. Come la maggior parte delle storie d’amore, però, l’idealizzazione verso Elena, crolla lentamente quando lo esorta ad accettare la raccomandazione del padre o esprime giudizi negativi sulle sue opere, spregiando non solo il genio ma anche il dolore di Martin, la sua personalità di cui le pagine dei suoi scritti trasudano.

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MARTIN EDEN – Guarda il trailer del film:

Nemmeno la sorella riesce a supportarlo, ma grazie ad una serie di coincidenze il protagonista si imbatte in una sarta, vedova e con due figli a carico che si rende disponibile ad affittargli una stanza; Maria sarà una figura di riferimento in grado di comprendere i sacrifici e di mostrargli vicinanza quando ogni proposta letteraria viene “rispedita al mittente”, una figura accogliente e non giudicante, diversamente dalla folla.

Curiosamente la carriera di scrittore subisce un progressivo miglioramento quando la storia con Elena termina; da lì in poi il problema non è il denaro o la popolarità, ma la tendenza sregolata all’autodistruzione, allo scherno verso la vita e i rapporti significativi.

Nel passaggio c’è il crollo dell’illusione di una vita felice con la fidanzata ricca, eterea, promessa ad un uomo che ha definito “inutile” ma appartenente alla sua cerchia; Martin percepisce il divario culturale e professionale che lo separa dal rivale in amore, il rifiuto della fidanzata e della sua famiglia per le sue umili origini, la constatazione di non poter appartenere a quel mondo fatato intriso di aspettative disilluse, di essere un diverso, un pesce fuor d’acqua e previene l’abbandono prima del previsto.

Da quel momento si rassegna ad un’esistenza rabbiosa e deprimente, come se quel rifiuto sancisse un punto di non ritorno nel quale non è possibile elaborare il lutto, ma solo vivere nel disprezzo; Martin allontana chiunque gli stia accanto, segnato da un amore perduto che non rimpiange e non esita a rifiutare anche al suo ritorno, percepito come l’ennesima dimostrazione di non essere amato in quanto tale, ma per gli obiettivi che ha raggiunto e che lo hanno reso ricco e famoso.

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Guidano G. (1987). La complessità del sé. Bollati Boringhieri
  • Cutolo G., Guidano G. (2008). Psicoterapia tra arte e scienza. Franco Angeli
  • Jack London (2019) Martin Eden. New Compton Editori
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