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Il dono nella società industriale – Utilitarismo e relazione

Quali sono i limiti di un sistema che assume come presupposto di base l’economia di mercato senza tenere conto dei risvolti sociali e dei legami sociali?

ID Articolo: 164296 - Pubblicato il: 24 aprile 2019
Il dono nella società industriale – Utilitarismo e relazione
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Con la nascita della società industriale si sono scontrate due teorie sociologiche: quella utilitaristica rappresentata da Locke e quella solidaristica da Durkeim.

 

Locke (1632 – 1704) considera l’interesse come l’impulso dominante di un individuo autonomo e autoafferamativo e, quindi, il legame sociale come il prodotto di rapporti contrattuali e l’ordine come effetto di scelte razionali.

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Il dono nell’economia di mercato

In questa concezione il dono acquista valore solo ed esclusivamente commerciale.

Barbara Spinelli, giornalista, in un articolo apparso sulla Stampa riporta un reportage del 2007 di RAI1 in cui il conduttore afferma:

Adesso vi diciamo sui regali di Natale qualcosa che vi compiacerà. Qualcosa che in tanti pensate silenziosamente ma che io oso dire a voce alta: non tutti i regali sono graditi, anzi alcuni sono enormemente sgraditi.

La definizione di Locke si avvicina a quanto sostenuto da Adam Smith (1776) da tutti considerato il padre della moderna economia di mercato:

Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, bensì al loro egoismo, e con loro non parliamo mai dei nostri bisogni, bensì dei loro vantaggi.

Ludwig von Mises (1949) sostiene che:

l’economia di mercato è il sistema sociale della divisione del lavoro e della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ognuno agisce per proprio conto; ma le azioni di ognuno tendono tanto alla soddisfazione dei bisogni degli altri che dei propri. Agendo, ognuno serve i suoi concittadini. D’altra parte, ognuno è servito dai suoi concittadini. Ognuno è in sé stesso mezzo e fine; fine ultimo per sé stesso e mezzo per gli altri nei loro tentativi di raggiungere i propri fini.

Nelle società improntate all’economia di mercato, il dono è contraddistinto da uno scambio tra equivalenti e come ci informa Sabino Fortunato (2012):

l’esito più favorevole di tale meccanismo si apprezza in termini di “giustizia retributiva” (scambio di equivalenti), ma esso trascura poiché tali le questioni di “giustizia distributiva” nella società, partendo dalla teorizzazione di un homo oeconomicus come individuo razionale la cui azione è mossa dal principio di massimizzazione dell’interesse personale.

Dono, felicità ed economia di mercato secondo Kennedy

R. Kennedy durante la campagna elettorale del 1968 mise in luce i limiti di un sistema che aveva assunto come presupposto di base l’economia di mercato senza tenere conto dei risvolti sociali e dei legami sociali. In una kermesse elettorale l’8 marzo 1968 disse:

Troppo e troppo a lungo nel nostro paese abbiamo fatto coincidere i valori della nostra società con la pura e semplice accumulazione delle cose materiali. Il nostro prodotto interno lordo è oggi di 800 miliardi di dollari, ma se dovessimo misurare il valore del nostro paese dal PIL, ci accorgeremmo che esso comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre strade dai morti e feriti per incidenti stradali. Comprende il costo delle serrature di sicurezza delle nostre case e quello delle prigioni per coloro che la violano. Comprende la distruzione delle nostre foreste e la perdita del paesaggio distrutto dall’edilizia selvaggia. Aumenta con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e dei veicoli blindati della polizia per fermare le rivolte nelle nostre strade.

Comprende le armi e i coltelli e i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli per i nostri figli. Il prodotto interno lordo non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione, della gioia dei loro giochi. Non comprende la bellezza della poesia o la solidità dei valori familiari; non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali e della integrità dei pubblici funzionari. Non misura la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra conoscenza e la solidarietà verso il prossimo. Esso misura tutto, all’infuori di quello che rende la vita meritevole di essere vissuta. E ciò è vero sia per l’America sia per tutti i paesi del mondo.

In sostanza Kennedy mette in luce i limiti di un sistema che, sotto la spinta delle teorie liberiste e del positivismo, aveva esaltato il possesso individuale come base per la ricerca del benessere e della felicità collettiva.

Il dono prima dell’economia di mercato

Al contrario nelle società arcaiche descritte da Mauss, lo scambio è di tipo asimmetrico. Lo stesso autore scrive:

i doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle nostre società più elevate. Lo scopo è prima di tutto morale, l’oggetto è quello di produrre un sentimento di amicizia tra le due persone interessate e se l’operazione non ottenesse questo effetto tutto verrebbe meno (op. cit).

Polany (1937), in aperta contrapposizione con Smith, sostiene che:

nessuna società potrebbe, naturalmente, sopravvivere per un qualsiasi periodo di tempo senza avere un’economia di qualche genere, tuttavia prima del nostro tempo non è mai esistita un’economia che anche in linea di principio fosse controllata dai mercati.

Quest’ultimo autore recentemente è stato parecchio rivalutato soprattutto in riferimento alla globalizzazione e alle sue conseguenze. In particolare, l’interesse è stato centrato sulle sue considerazioni riguardo alla non omologazione dell’economia come la panacea di tutti i mali e, soprattutto, isolabile dal resto delle attività umane e tra l’altro non crede alle virtù regolatrici del mercato.

Il dono in nuove forme economiche

Tra gli autori che hanno preso come modello il pensiero di Polany, possiamo citare l’economista francese Fitoussi e l’indiano Prem Shankar Jha che in “Il caos prossimo venturo” analizza gli effetti devastanti delle ricorrenti crisi finanziarie a livello globale. Grazie a questi studi il dono è stato posto al centro dell’attenzione, soprattutto, nella descrizione di nuove forme economiche che guardano alla solidarietà e al volontariato.

Al contrario di Locke, le teorie di Durkheim (1858 – 1917), vedono l’individuo assoggettato alle regole della sua cultura e società e, quindi, a seconda del sistema socio-economico di riferimento, i legami possono essere il frutto del dono o di concezioni tipicamente economiche anche se, soprattutto in “Divisione del Lavoro Sociale” (1893), il concetto più importante diventa quello di solidarietà per cui per capire la società bisogna partire da un gruppo di organismi legati da vincoli di solidarietà. In base ai vincoli possono essere distinti due tipi di società:

  • Le società semplici in cui, essendoci una forte similitudine tra gli individui, è presente una solidarietà meccanica frutto di una non differenziazione e nelle quali è presente una coscienza collettiva rappresentata dal sacro. E’ questo il caso delle società arcaiche;
  • Le società complesse in cui la crescita delle popolazioni comporta una divisione del lavoro che rende gli individui interdipendenti. Infatti, Durkeim sostiene che la solidarietà in questo tipo di società è organica nel senso che il corpo sociale si comporta come l’organismo umano. La coesione sociale, che secondo l’autore in questo tipo di società sostituisce la religione, è frutto dalla considerazione che gli individui diventano sempre più dipendenti gli uni dagli altri, perché ognuno ha bisogno di beni forniti da chi svolge un lavoro diverso dal proprio.

E’ nella solidarietà sia di tipo meccanicistico sia organico che il dono trova la sua espressione. Nelle società semplici è il dono così come lo aveva descritto Mauss, mentre nelle società complesse è la divisione del lavoro, che fa dipendere gli uni dagli altri, la matrice del dono.

Con la nascita della società industriale uno dei grandi problemi è stato la costruzione di una società e di una governance che facesse da contrappeso al mercato. Nel discorso elettorale di Kennedy, ad esempio, possiamo rilevare che il PIL (prodotto interno lordo) ha costituito il misuratore del benessere dello stato e degli individui. Kennedy giustamente fa notare che non tutto è misurabile attraverso l’accumulo di ricchezza se spesso questo comporta un benessere semplicemente apparente. Ciò che comunque è stato complicato mettere in relazione è la costruzione dei legami sociali attraverso ragioni semplicemente economiche. Il PIL è stato introdotto, nella sua formulazione iniziale da A. Smith, e non è altro che un indice che dovrebbe misurare il benessere di una nazione o di una popolazione in base al valore degli scambi che avvengono sul mercato. A parte le critiche introdotte da R. Kennedy, esso non misura o tiene fuori dal calcolo tutte quelle a titolo gratuito: restano quindi escluse le prestazioni nell’ambito familiare, quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore economico del non-profit) etc. In sostanza resta escluso dal calcolo del PIL il dono così come concepito da Mauss e altri. Ciò sebbene l’ONU abbia formulato altri indici di misurazione del livello di benessere collettivo e individuale come il GPI (Indicatore del Progresso Reale), il FLI (Felicità Nazionale Lorda), il ISU (Indice di Sviluppo Umano) e altri ancora, la mattina ci svegliamo e siamo in attesa che i principali istituti di statistica pubblicano i dati del PIL al fine di capire se stiamo andando bene o male.

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Il dono in una società del benessere

Ciò che si cerca di misurare è il benessere e come conseguenza è la felicità degli individui all’interno di un sistema sociale di riferimento.

La ricerca sul benessere collettivo non è un tema nuovo essendo stato teorizzato è sviluppato da Bentham (1748 – 1832). Bentham partiva dalla considerazione che l’uomo tende a fuggire da tutte le situazioni dolorose per ricercare la felicità. In quest’ambito egli introdusse il concetto o meglio riformulò un principio caro agli illuministi “massima felicità per il massimo numero di persone”.

Nella sua teoria dell’utilitarismo, egli formula una sorta di algebra morale ovvero di un calcolo che misura le azioni che producono la felicità. In quest’ambito le buone azioni sono quelle che promuovono la felicità non solo per il singolo, ma per l’intera collettività e viceversa, le cattive azioni sono quelle che la ostacolano.

Il presupposto di base che contraddistingue tutte queste teorie è l’ipotizzare in senso anche antropologico la nascita dell’homo oeconomicus ovvero di un individuo che, nella sfera della produzione e dello scambio, può avere un solo comportamento sensato e cioè quello razionale e utilitaristico. Come fa rilevare Graziano Lingua (2013) nell’homo economicus possono essere individuate tre caratteristiche basilari:

  • L’individualismo che parte dalla concezione che l’uomo è intrinsecamente “asociale, isolato, unidirezionalmente votato all’interesse personale (self-interest) e privo di ogni legame relazionale”. Secondo questa prospettiva il comportamento collettivo è il frutto della somma dei comportamenti individuali.
  • L’utilitarismo per cui ogni individuo agisce unicamente seguendo il principio di autointeresse, la cui funzione di utilità «dipende direttamente dal volume e dalla qualità di beni e servizi consumati, ma non dal contesto sociale nel quale l’azione di consumo si sviluppa” (L. Becchetti, Oltre l’homo oeconomicus. Felicità, responsabilità, economia delle relazioni, Città Nuova, Roma 2009, p. 12). Ho già parlato della teoria di Benthan sull’utilitarismo e dai suoi seguaci come gli Stuart Mill i quali sostengono che utile individuale deve integrarsi con l’utile generale; tant’è che Bentham criticando il concetto di giusnaturalismo sostiene che le norme statali devono promuovere le azioni volte al raggiungimento del piacere di tutti e punire tutte quelle volte ad ostacolare il piacere. Attualmente il concetto di utilitarismo è stato portato al suo estremo come ad esempio ipotizzato da B. Blackwell, J. Coleman e T. J. Fararo (1992) con Rational Choice Theory per cui il differenziale di utilità individuale diventa l’unica ragione dell’azione.
  • Razionalità calcolante per cui l’unico metro d’interesse è il rapporto tra mezzi e fine. Ciò che conta è la ricerca dei massimi profitti attraverso calcoli di tipo razionali; tutto il resto dei comportamenti o motivi sono irragionevoli e irrazionali.
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Bibliografia

  • Adam Smith : La ricchezza delle Nazioni (1776) – Newton Compton Editori – Roma 1976
  • Ludwig Von Mises: Human Action: A Treatise on Economics 1949 (trad. it. L’azione umana, UTET, Torino 1959) Sabino Fortunato: Crisi, economia di mercato e modelli alternativi: provocazioni per il giurista – Roma – 2012
  • E. Polany: Cronache della grande trasformazione (1937 – 1944) – Einaudi – Torino 1993
  • Graziano Lingua: Economia e relazioni. La difficile uscita dalla logica dell’homo oeconomicus – Articolo su rivista Spazio Filosofico – 2013
  • Mauss, M. (1923-1924), Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques. L’Année Sociologique ( Trad. it. Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Piccola biblioteca Einaudi Ns, Torino, 2002)
  • Dunn J. (1992), Il pensiero politico di John Locke. Bologna: Il Mulino
  • Smith, A.(1776) , An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations. London: Straman W. And Cadell T. (trad. it. Bartoli F., Camporesi C., Caruso S., La ricchezza delle Nazioni. Newton Compton Editori. Roma 2006)
    Von Mises L. (1949), Human Action: A Treatise on Economics . New Haven: Yale Press University (trad. it. Bagiotti T., L’azione umana: Trattatto di economia. Rubbettino: Soveria Mannelli 2016)
  • Fortunato, S., (2013) Crisi, economia di mercato e modelli alternativi: provocazioni per il giurista . Orizzonti del Diritto Commerciale, Anno 1 2013, pp. 1 – 10, 30 Nov. 2013 from: http://www.rivistaodc.eu/edizioni/2013/3/saggi/fortunato-crisi,-economia-di-mercato-e-modelli-alternativi-provocazioni-per-il-giurista/
  • Polanyi K. (1944) The Great trasformation. New York:  Farrar & Rinehart (Trad. It. Vigevani R., Cronache della grande trasformazione. Torino: Einaudi.
  • Shankar J. P. (2007), Il caos prossimo venturo. Milano: Neri Pozza
  • Durkeim E.(1893), De la Division du Travail Social . Paris: Presses Universitaire. (Trad. It. Airold Namer F., La Divisione del Lavoro Sociale – Milano: Il saggiatore. 2016)
  • Boulding K. (1966), The economics of the coming Spaceship Earth. H. Jarrett, Environmental quality in a growing economy, pp. 3 – 14. Baltimore: Johns Hopkins University Press
  • Bentham J. (1789), An Introduction to the Principles of Morals and Legislation. (Trad. It. Lecaldano E.(a cura di) Introduzione ai principi della morale e della legislazione. Torino : UTET, 1998)
  • Becchetti L. (2009), Oltre l’homo oeconomicus. Felicità, responsabilità, economia delle relazioni. Roma: Città Nuova
  • Lingua G. (2013), Economia e relazioni. La difficile uscita dalla logica dell’homo oeconomicus. Economy , 07. from: http://www.spaziofilosofico.it/category/numero-07/page/2/

Note sugli autori citati nel’articolo

  • Polany sostenendo che il mercato cosi come concepito dalle teorie liberiste è una pura invenzione ripropone la teoria della reciprocità del dono che è più attenta ai legami piuttosto che all’interesse individuale. Federico Thoman (tesi di laurea presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano) a proposito della descrizione della grande trasformazione sostiene che le teorie di Polany sono quanto mai attuali nel momento in cui la società di mercato e finanziaria non riesce più a trovare soluzioni alle crisi ricorrenti dopo la deregulation degli anni 80 del ‘900. Polany sostiene che la società di mercato in cui tutto è scambio, dove è presente l’alta finanza, tende a ridurre la natura, il lavoro, il denaro a merce in modo che gli aspetti mercantili diventino predominanti mentre in altre tipi di società quest’ultimo aspetto era solo marginale. La soluzione per Polany è recuperare l’atto del donare delle società arcaiche in cui si tenga conto delle esigenze individuali e della persona.
    L’economista indiano che ha studiato a Oxford e che ha insegnato in Virginia, in questo libro fa un’analisi lucida sugli effetti della globalizzazione e sulle fasi critiche del sistema capitalistico e industriale nelle fasi di passaggio in cui saltano gli equilibri e si smantellano le istituzioni politiche ed economiche precedenti. Jha sostiene che in questa fase nessun uomo può interrompere il processo finché non sarà raggiunto un nuovo equilibrio. L’espansione capitalistica oggi ha bisogno di espandersi in senso globale e, quindi, di superare i limiti dello stato nazione. Ciò comporta una deindustrializzazione dei paesi tradizionali come gli Stati Uniti che reagiscono cercando di imporre un’egemonia globale. Però l’egemonia perduta non fa altro che portare a forme di caos in cui non s’intravedono le vie d’uscita.
  • K. Boulding (1910 – 1933) nel 1966 in “”The economics of the coming Spaceship Earth”, ( in H. Jarrett (editor), “Environmental quality in a growing economy”, Baltimore, Johns Hopkins University Press) propone la sostituzione del PIL con CIL ovvero “cioè ‘costo interno lordo perché rappresenta quello che dobbiamo produrre per restare al punto di partenza o per fare minimi passi avanti. Il consumo è una forma di degrado, è una cosa negativa, non positiva. Il prodotto fisico finale della vita economica è rappresentato dai rifiuti”. Boulding in questo lavoro critica quella che definisce l’economia del cowboy basata sul PIL denunciando che quest’ultimo non è in grado di tenere conto della limitatezza delle risorse naturali, dei danni e costi dell’inquinamento e del degrado ambientale

 

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