Voglia di volare. La narrazione come possibilità di significazione: la storia di O.

Migrare verso un altro Paese è un'esperienza che può esporre a situazioni traumatiche, specie se vissuta in adolescenza. Il racconto di un caso clinico

ID Articolo: 163705 - Pubblicato il: 29 marzo 2019
Voglia di volare. La narrazione come possibilità di significazione: la storia di O.
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L’ emigrazione può costituirsi potenzialmente come una situazione traumatica. La situazione è ancora più faticosa nel caso degli adolescenti immigrati visto che alla fatidica domanda “Chi sono io?”, devono aggiungere e necessariamente integrarne un’altra: “Da dove vengo?”.

 

Andiamo alla casa
del camino acceso
dove la storia
di c’era una volta
comincia ora
vieni e ascolta. (Vivian Lamarque, 2009)

Immigrazione: la condizione del migrante

Messaggio pubblicitario Lo scrittore Ben Jelloun definisce la condizione del migrante “di solitudine estrema”. L’individuo lascia, abbandona, perde tutto ciò che conosceva e si trova “sospeso fra due mondi” (T. Nathan 1996).

L’identità culturale riguarda l’appartenenza per nascita, per storia, per caratteristiche biologiche a gruppi determinati. Ogni gruppo, popolo o società dispone di tratti culturali propri, che in genere non sono sovrapponibili a quelli di altri popoli ed hanno la funzione di mantenere coesione e continuità in quello specifico gruppo sociale. La cultura è di fatto una “pelle” che avvolge, protegge e sostiene l’individuo ed il suo posizionamento nel mondo.

L’ emigrazione può costituirsi come potenzialmente una situazione traumatica, visto la presenza di numerosi cambiamenti della realtà esterna, con le relative e spesso “catastrofiche” ripercussioni sulla realtà interna. L’ emigrazione è un cambiamento di tale portata che può mettere in pericolo l’identità:

il vincolo sociale del sentimento di identità è quello che viene colpito dall’emigrazione in modo più manifesto, dal momento che effettivamente i cambiamenti maggiori avvengono in rapporto all’ambiente circostante. E nell’ambiente circostante tutto è nuovo, tutto è sconosciuto, come “sconosciuto” è per questo stesso ambiente l’immigrato (Grinberg L. e R., 1990).

La perdita degli “oggetti” è assoluta (persone, cose, luoghi, lingua, cultura, abitudini, clima) e ha ricadute mortifere importanti sul Sé e sui legami corrispondenti agli oggetti perduti.

La situazione è ancora più faticosa nel caso degli adolescenti immigrati visto che alla fatidica domanda “Chi sono io?”, devono aggiungere e necessariamente integrarne un’altra: “Da dove vengo?”.

Costruire un ponte fra culture diverse che portano visioni differenti in merito ai significati esistenziali, può essere una fatica difficile da sostenere per l’adolescente immigrato. Spesso emergono, come movimenti difensivi, la negazione della presenza di qualcosa di buono nelle proprie origini e si tende ad assolutizzare il mondo basandosi su strategie cognitive del tipo o/o invece che e/e.

L’esperienza migratoria può configurarsi come un elemento di lacerazione identitaria.

Il lavoro clinico con adolescenti immigranti diviene una possibilità di sperimentare un tempo ed un luogo in cui sostare per mettere parole, narrare, rintracciare una storia che diventi terreno fertile in cui piantare e far germogliare i semi identitari.

Un contesto in cui partecipare ad una relazione che contiene e sollecita l’attività del pensare della mente in modo creativo e fiducioso. Insomma uno spazio-tempo in cui risignificando, si possa cucire la strappo subito a causa della migrazione.

Immigrazione: l’incontro con O.

Incontro O. in un caldo pomeriggio primaverile; fatico ad individuarla in sala d’attesa fra le tante mamme, i bimbi vocianti e qualche ragazzo a disagio per l’imminente visita.

O. è un ragazza turca di 16 anni, non particolarmente piacevole di aspetto: mi segue senza indugiare, trascinando un corpo pesante e non armonioso; presenta lunghi capelli raccolti malamente a formare una coda e grandi occhiali che coprono il viso.

Tuttavia, una volta entrata in stanza e accomodata sulla sedia, ho modo di incrociare il suo sguardo e vengo colpita da occhi vivaci e curiosi che sorridono, sembrano speranzosi.

Mancanza, il mio nome significa mancanza!” esclama.

Partiamo (è proprio il caso di dirlo) da un nome, da una parola che è ponte fra il tempo della cultura d’origine e il presente-futuro dell’attivarsi della nostra relazione.

O. si permette di dialogare, riportando le traumatiche esperienze vissute ed in tal modo mi consente di entrare a far parte di un processo narrativo che ci permetterà di “co-costruire” significati e sentire insieme emozioni inizialmente indicibili.

La narrazione rappresenta un importante strumento di conoscenza e strutturazione del Sé; la capacità di narrare è una costante umana, “l’uomo pensa per storie” direbbe Bateson, e la significazione che ne consegue acquista un senso solo all’interno di una relazione.

O. racconta ciò che è stato possibile nominare da parte della madre: è giunta in Italia all’età di un anno, con la propria famiglia “aggrappati” ad un barcone. Dalle coste siciliane sono partiti per un lungo viaggio verso l’Inghilterra, dove sono rimasti per cinque anni e là, dove vivono alcuni parenti e dove ricorda di aver pensato di poter trovare casa, una notte “nel buio, all’improvviso è arrivata la polizia che ci ha portati all’aeroporto per farci tornare in Italia”.

Nel descrivere la sequenza di questi drammatici eventi, la ragazza non mostra alcuna emozione: scorrono le parole, vuote, inconsistenti; lettere messe insieme che hanno perso la vitale forza della significazione.

Rientrati in Italia ci hanno portati a Roma dove siamo stati aiutati da una associazione, fino a quando mio fratello ha compiuto 18 anni”, afferma e mi spiega che hanno ricevuto vitto e alloggio per qualche anno.

Quando il fratello è diventato maggiorenne, infatti, non hanno avuto più diritto ad alcuna assistenza, pertanto, per una più proficua ricerca di lavoro, si sono trasferiti a Gallarate.

Intanto il padre, dopo un periodo di importanti litigi con la madre, è rientrato in Turchia e la sorella maggiore si è trasferita in Germania; attualmente la sua famiglia è composta dalla madre, da un fratello di 23 anni e da una sorella minore di due anni.

Racconta, inoltre, che la madre è affetta da una malattia genetica che le provoca una dolorosa deformazione all’anca; “…anch’io ho la stessa malattia!” Aggiunge abbozzando un amaro sorriso.

In quel momento mi viene in mente che “mancanza” deriva da “mancus”, che in latino significa monco, imperfetto e mi chiedo quanto questa informazione nel tempo non abbia in O. lacerato la sua delicata “pelle culturale”. Sembra chiedersi cosa di buono abbia ereditato dalla madre, dalla “terra- madre” e compare la fantasia di una trasmissione culturale che ammala, che colpisce le articolazioni, il poter andare lontano, il poter volare.

Un noto proverbio arabo afferma: “Beato colui che riesce a dare ai propri figli ali e radici.

Mi chiedo come attivare processi di radicamento, affinché O. senta di poter trovare nella propria cultura d’origine tesori da spendere nel proprio viaggio esistenziale.

Immigrazione: il percorso con O.

I° Fase: Prima del Viaggio in Turchia

O. si presenta sempre puntuale, mostra disponibilità a pensare insieme.

Capace di stare in relazione, si lascia contenere contribuendo attivamente alla co-costruzione dei significati di una storia sofferta e dai riferimenti temporali a volte incoerenti, sfumati, quasi onirici. Lentamente proviamo a tessere una trama, nella convinzione che “qualunque dolore può essere sopportato se si traduce in una storia” (Karen Blixen, 1957)

Di fatto O. porta, fin dai primi passi del percorso, il tema della sua femminilità, del suo diventare donna: da un lato la ragazza parla di veli e abiti dai colori autunnali che coprono il corpo, che lo nascondono; dall’altro osserva maglie attillate e jeans stretti, capelli mossi, liberi, sciolti, visibili.

O. appare ferita da entrambe le culture di cui coglie le esasperazioni; si confonde, si perde e tenta un controllo dell’inquietudine attraverso l’uso difensivo dell’intelletualizzazione.

“Chi sono?”

“Quale donna voglio diventare?”

Emerge l’esigenza di integrare in modo creativo le diverse appartenenze, compare la necessità di interpretare la propria storia, il proprio esserci, di costruire un Sé che tenga insieme i diversi aspetti, le diverse origini, le tante traumatiche esperienze.

Ancora, proviamo a modulare le differenze, a porle lungo un continuum che non li veda in contrapposizione; a fare incontrare attraverso un dialogo interno/esterno le peculiarità dei due mondi descritti dalla ragazza in modo da poter uscire dall’area del o/o per approdare in quella del e/e.

Con il fluire del tempo, le parole acquistano consistenza; il contenitore significante che le sedute costituiscono, consente la costruzione di un ponte fra il pensare ed il sentire: le emozioni divengono più digeribili e maggiormente consapevoli, sostenendo un pensiero che perde le caratteristiche della rigidità e della oppositività; compare la possibilità, il dubbio, la tollerabilità del non sapere, del non conosciuto come occasione di crescita autentica. Ci permettiamo di tenere insieme le contraddizione, l’incoerente, le sbavature iniziando a rendersi conto dell’impossibilità di un luogo assolutamente perfetto, dorato. Non la terra dai fiumi di latte, né quella degli angeli eterei e pieni di bontà, O. può cominciare a pensare un viaggio verso un luogo senza aspettative idealizzate ma basate su un senso della realtà più puntuale e accurato.

In questo periodo, assisto ad una trasformazione fisica: O. dimagrisce, slega i capelli e li colora di rosso!

II° Fase: Dopo il Viaggio in Turchia

In estate, O. insieme alla madre e alla sorella programma un viaggio in Turchia.

E’ il primo viaggio verso la propria terra d’origine: l’idealizzazione prende il sopravvento e si alterna a movimenti di svalutazione, creando un’oscillazione emotiva che affatica non poco la ragazza.

Di fatto, siamo costrette ad effettuare una pausa di quasi due mesi … al rientro molto è cambiato!

O. sembra sorpresa dal ritrovarmi e appare provata: i lineamenti sono tesi e lo sguardo tende verso il basso. Porta la fantasia che il suo posto sia stato occupato, che non ci sia più uno spazio per lei, che io sia andata via.

Il potere constatare che perfino i diversi oggetti della stanza di terapia sono al solito posto, sembra permetterle di recuperare fiducia nella relazione.

Rispetto al viaggio, descrive paesaggi assolati, luce accecante e “troppo caldo! … non c’era spazio dove dormire … non potevo uscire da sola!

Si fa avanti un vissuto di estraneità, di “marginalità”: sembra essersi smarrita; riporta di essersi sentita a disagio, addirittura in conflitto con le usanze, le modalità, il modo di relazionarsi che caratterizza la cultura della terra d’origine. Effettivamente racconta di litigi con i cugini e gli zii e di una importante sensazione di solitudine nonostante la numerosità familiare.

Anche il rapporto con la madre appare danneggiato: la conflittualità tipica dell’età adolescenziale con il mondo genitoriale basata su una necessità del ragazzo di sottolineare la differenza generazionale che è anche diversità identitaria, diviene in O. motivo di grande scontro, soprattutto interno, fra modelli culturali che vive in opposizione.

La madre, con il velo e gli abiti tipici delle donne turche; la madre che mostra un atteggiamento dimesso e che chiede alla figlia “rispetto, silenzio e sottomissione” al maschile, riferisce O., le appare lontana, distante, non in ascolto delle sue sconvolgenti emozioni.

Emergono vissuti di abbandono insieme a rabbia e senso di solitudine; O. si costringe a essere diversa dalla madre, prova fastidio perfino verso la lingua della sua terra e verso tutto ciò che proviene dal mondo arabo.

E’ un momento drammatico, doloroso per O.!

Eppure, non possiamo trovare altra strada da seguire che non attraversi il tema del rapporto con la “Madre”: il rapporto madre-figlia vive e impronta di sé la storia personale e collettiva di ogni essere umano; di lì si passa.

Jung direbbe: “Ogni donna contiene in sé la propria madre e la propria figlia” Continuando con un “…da madre si vive prima, da figlia poi”.

In quale modo si è madre della propria madre prima di poterne essere figlia?

O. porta un vento nuovo nella sua famiglia che indubbiamente mette a soqquadro il precedente assetto, creando l’occasione, per la madre (anche quella interna) e per tutti i suoi familiari, di un divenire, di un passaggio evolutivo basato su il confronto e l’accettazione delle differenze.

Non è facile e non è esente dal dolore!

Se il rapporto madre-figlia viene comunque contenuto dalla relazione terapeutica e sembra nel tempo permettere la nascita di nuovi significati che organizzano il dolore da un alto, e che dall’altro spingono la ragazza ad effettuare passaggi evolutivi; il rapporto padre-figlia appare in O. configurarsi come un’area a cui è più difficile accedere, una sorta di strada senza uscita di cui afferma “non val la pena di parlare … è una perdita di tempo!

Il padre, ancora una volta, non è stato all’altezza delle aspettative della ragazza: si era sentita abbandonata, ancora piccola, quando i genitori avevano preso la decisione di separarsi con il conseguente rientro del padre di O. in Turchia; lo ritrova (ormai quasi una donna), ma sperimenta un’estraneità e una incapacità da parte del padre di dare senso a quel buco temporale in cui non si sono frequentati, che ferisce profondamente O. gettando un’ombra sul genere maschile intero.

Immigrazione: riflessioni sul percorso con O.

Messaggio pubblicitario Gli adolescenti immigrati si trovano ad affrontare una duplice difficoltà nella costruzione narrativa di un senso di sé: le difficoltà legate alla tipica crisi adolescenziale (Maggiolini, Pietropolli Charmet, 2018), cui si aggiungono quelle derivanti da una storia divisa tra due culture. Essi devono ricucire due mondi separati. Le loro storie mantengono un legame con il passato, ma a causa della necessità di adattarsi ad un nuovo contesto culturale si trovano a vivere “sospesi tra due mondi e due culture” (M. Rose Moro, 2002; 2010).

La migrazione non è semplicemente lo spostamento geografico da un luogo all’altro: rappresenta un cambiamento profondo, che richiede la ridefinizione dei legami di filiazione, di appartenenza e di fedeltà. Ciò induce spesso sentimenti ambivalenti di perdita e separazione che influenzano l’immagine di sé, il rapporto con il paese di accoglienza e con la propria cultura di appartenenza (Demetrio, Favaro, 2004).

Oltre al complesso compito di ridefinire la propria identità in relazione alle trasformazioni corporee, sessuali e cognitive, l’ adolescente immigrato si trova di fronte alla necessità di rinegoziare la propria identità etnica e il proprio senso di appartenenza culturale.

L’esperienza migratoria può configurarsi come un elemento di lacerazione identitaria.

Viaggiando con O. in questo percorso accidentato, è stato necessario avviare un complesso lavoro di risignificazione del proprio mondo e del proprio Sé. Memoria ed oblio si sono fronteggiati continuamente nell’elaborazione del trauma migratorio: abbiamo sentito forte l’esigenza di ricordare così come la necessità di dimenticare per poter “abitare” il presente, spesso vissuto come sospeso in un’ambigua “terra di mezzo”.

Il percorso terapeutico permette di trovare uno spazio ed un tempo, interni oltre che esterni, per raccontare e, in tal modo, letteralmente “ricucire” la propria esperienza: ritessere i fili strappati della trama della propria esistenza.

Oggi O. sperimenta nuovi stili: si chiede quale abbigliamento indossare; quale colore per i propri capelli e come acconciarli. Spesso presenta i suoi lunghi ed indisciplinati capelli color rosso-arancio completamente sciolti come a voler esprimere anche con la propria fisicità il suo bisogno di affermarsi e di essere riconosciuta.

Le lacrime sovente scendono copiose, ma anche queste sembrano voler portare con forza ogni aspetto della propria personalità, anche quello più fragile e bisognoso di caldo contenimento.

La vergogna provata inizialmente e che determinava distanze fra sé ed il suo interlocutore per paura di un eventuale giudizio, cede il posto alla possibilità di lasciarsi tenere, pensare, accudire attraverso il suono delle parole che narrano una storia, la sua storia.

Non posso che concludere con alcune parole di una canzone di uno dei cantanti preferiti di O., Lorenzo Jovanotti: “La vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare

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Bibliografia

  • Blixen Karen, Intervista di Bent Mohn, Talk With Isak Dinesen[5], The New York Times Book Review, 3 novembre 1957
  • Demetrio Duccio e Favaro Graziella, Didattica interculturale. Nuovi sguardi, competenze, percorsi, 2004 Ed. Franco Angeli
  • Jelloun Ben, Creatura di sabbia, 2005 Einaudi
  • Gringerg l. e Grinberg R., Psicoanalisi dell’emigrazione e dell’esilio, 1990 Ed. Franco Angeli
  • Maggiolini Alfio, Pietropolli Charmet Gustavo, Manuale di psicologia dell’adolescenza: compiti e conflitti, 2018 Ed. Franco Angeli
  • Moro M. Rose, Genitori in esilio, 2002 Ed. Cortina
  • Moro M. Rose, Maternità in esilio. Bambini e migrazioni, 2010 Ed. Cortina
  • Nathan Tobie, Principi di Etnopsicoanalisi, 1996 Ed. Bollati Boringhieri
  • Ravasi Bellocchio Lella, Di Madre in Figlia. Storia di un’analisi, 2009 Ed. Cortina
  • Lamarque Vivian, Andiamo alla casa, Poesie di ghiaccio 2009 Ed. Einaudi
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