Autostima: che sia alta o bassa, preservarla a tutti i costi può danneggiarci

Autostima: tanto più siamo rigidi nel tentare di mantenerla invariata, tanto più potremmo incappare in problemi e peggiorare le cose..

ID Articolo: 163659 - Pubblicato il: 28 marzo 2019
Autostima: che sia alta o bassa, preservarla a tutti i costi può danneggiarci
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L’ autostima è la valutazione, positiva o negativa, che un individuo dà di se stesso (Smith, E. R., & Mackie, D.m. 2011). L’abilità di valutarsi adeguatamente ha un ruolo fondamentale nella funzione adattiva del sé: un’accurata conoscenza delle nostre capacità guida l’esistenza facendo vivere in maniera adeguata i bisogni, i limiti e le esperienze.

 

Tuttavia, le persone valutano le proprie capacità influenzate da pensieri, stati emotivi e desideri poiché il giudizio e la percezione sono soggetti a bias cognitivi (scorciatoie di pensiero) che, semplificando il ragionamento, fanno sì che gli individui – durante il processo decisionale e valutativo – considerino un numero di informazioni parziali (Castelli, L., 2011).

Autostima: cosa comporta valutare in maniera errata le proprie capacità?

Messaggio pubblicitario Sottostimare le proprie abilità favorisce emozioni quali la paura e l’ansia che, spingendo alla fuga piuttosto che a un maggiore determinazione e perseveranza nel perseguimento dei propri obiettivi, diminuiscono la volontà di mettersi alla prova e inibiscono la messa in atto di comportamenti, potenzialmente in grado di modificare e correggere le convinzioni erronee, creando un circolo vizioso (bassa autostima – evitamento – fallimento – riduzione ulteriore dell’autostima).

Sovrastimare le proprie capacità, oltre a favorire un atteggiamento ottimista, può condurre anche ad aspettative irrealistiche, valutazioni fallaci, decisioni azzardate e spingere le persone a fare il cosiddetto “passo più lungo della gamba”, favorendo – in seconda istanza – momenti di forte sconforto, confusione e demoralizzazione (Huggins, E. T., Bond, R. N., Klein, R., & Straumann, T. 1986).

Autostima: quando la “tendenza” a preservare l’autostima diventa disfunzionale?

Indipendentemente dalla tendenza a sovrastimare o sottostimare se stesso, l’uomo ha un intrinseco desiderio di valutarsi in una luce positiva: le persone quando ne hanno la possibilità scelgono le situazioni in cui brillare, circostanze che permettono loro di migliorare la prestazione, accrescono il proprio contributo in progetti comuni qualora quest’ultimi terminino in un successo, accumulano maggiormente ricordi in cui hanno assunto un ruolo importante o rivendicano l’appartenenza a gruppi di successo rispetto a quelli non popolari (Gluck, J.,& Blucìck, S., 2007).

Delle volte il tentativo di preservare la propria autostima – indipendente se questa sia percepita elevata o bassa – non si limita a un semplice “sponsorizzazione di se stessi”, ma si manifesta attraverso una serie di comportamenti in cui le persone giocano un ruolo attivo.

Le persone possono mettere in atto le cosiddette strategie autolesive a fine utilitaristico, ossia possono ricercare auto-impedimenti (Baumeister, R. F., & Berglas, S. 1996). Quest’ultimi sono distinti essenzialmente in due tipologie: inventarsi o crearsi ostacoli che rendono meno probabile una prestazione ed evitare di impegnarsi adeguatamente in modo tale da facilitare un probabile fallimento.

Questo tipo di strategie autolesive sono mosse da meccanismi di preservazione della propria autostima e immagine sociale, dato che permettono di giustificare un eventuale fallimento e rendono un successo ancora più eclatante dati gli impedimenti esterni. In altre parole, le strategie autolesive a fine utilitaristico sono un tentativo attivo ma disfunzione di gestire l’immagine di sé.

Quanto maggiori sono le aspettative e le valutazioni da parte degli altri tanto è più probabile l’impiego di strategie di auto-impedimento. In altre parole, nonostante possa sembrare assurdo, alcune persone sabotano la propria prestazione per giustificare un eventuale fallimento.

Autostima e tentativi di preservarla: tre casi noti nella cronaca

Messaggio pubblicitario Alexandre Deschapelles è un famoso scacchista francese che, dopo aver collezionato una serie di vittorie, per paura di incontrare giocatori più abili, decise di giocare solo con avversari che accettavano il vantaggio “del pedone e della prima mossa”, ossia continuò a giocare solamente se l’avversario avesse acconsentito a giocare con un pedone in più e per primo. Questa dinamica rendeva difficile la vittoria per Deschapelles, ma al contempo gli favoriva un’importante via di fuga in caso di sconfitta e un grande talento in caso di vittoria, preservando l’autostima intatta.

Eugene Fodor – il primo americano a vincere il premio Čajkovskij per violini a Mosca – dopo la vittoria, ricevette un’accoglienza da eroe ma all’apice della sua carriera si percepì non all’altezza delle aspettative e iniziò ad assumere stupefacenti. Fu arrestato in possesso di 24 grammi di cocaina dopo un’irruzione in una camera d’albergo, ottenendo più attenzione di quanto ne avesse mai avuta.

L’ex senatore americano Gray Hart, al culmine della sua campagna elettorale per la nomina a candidato presidenziale democratico, tenne una conferenza per fronteggiare i sospetti della sua infedeltà coniugale incoraggiando i giornalisti a seguirlo per il resto della sua campagna. Poche settimane dopo fu fotografato con la modella Donna Rice segnando sia la fine della sua carriera sia il rapporto con l’amante.

 

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Bibliografia

  • Castelli, L (2011). Psicologia sociale cognitiva. Un’introduzione. Bari: Laterza.
  • Smith, E. R., & Mackie, D.m. (2011) Psicologia sociale. Bologna: Zanichelli
  • Gluck, J.,& Blucìck, S. (2007). Looking back across the life span: A life story account of the reminscence bump. Memory and Cognition, 35, 1928-1939.
  • Huggins, E. T., Bond, R. N., Klein, R., & Straumann, T. (1986). Self – discrepancies and emotional vulnerably: How mognitude, accessibility and type of discrepancy influence affect. Journal of Experimental Social Psychology, 51, 141 -154.
  • Baumeister, R. F., & Berglas, S. (1996). Il tuo peggior nemico. Paradossi del comportamrnto autodistruttivo. Bari: Laterza
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