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Le potenzialità dell’intestino sulla salute mentale

Il microbiota intestinale sembra influenzare il funzionamento dell'individuo giocando un ruolo anche nello sviluppo di alcune patologie, come la depressione

ID Articolo: 162620 - Pubblicato il: 21 febbraio 2019
Le potenzialità dell’intestino sulla salute mentale
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Un approfondimento delle modalità di comunicazione tra intestino e cervello attraverso lo studio del microbiota intestinale potrebbe permettere di sviluppare nuove e promettenti terapie che usufruiscono di probiotici per il trattamento di alcuni disturbi come la depressione.

 

Messaggio pubblicitario L’idea un tempo selvaggia secondo cui i batteri intestinali influenzino la salute mentale si è trasformata in un solido campo di ricerca grazie ad uno studio europeo, pubblicato recentemente su Nature Microbiology, che mette in luce il potenziale neuroattivo del microbioma in associazione alla qualità di vita e alla depressione in due coorti di popolazioni.

Le diverse associazioni tra sistema nervoso centrale e i miliardi di batteri nell’intestino, il microbiota, che hanno battezzato la loro denominazione in un unico asse, l’asse intestino-cervello, sono ora sotto gli occhi della ricerca scientifica che si è prefissa di investigare sempre più nel dettaglio i meccanismi causali attraverso i quali i microorganismi batterici che popolano l’intestino siano partecipi del funzionamento mentale e del comportamento sociale sia negli animali che negli esseri umani e di come questi potrebbero di conseguenza contribuire anche allo sviluppo di alcune condizioni patologiche quali la depressione (Jiang, Ling, Zhang et al., 2016).

Molto di quello che si sa a riguardo proviene prevalentemente da studi correlazionali che rimarcano la presenza di un’associazione tra specifici batteri intestinali e sindromi psicopatologiche, associazioni che però, sottolineano, non sono da intendersi di causa-effetto; un altro limite rappresentato dalle ricerche sull’asse intestino-cervello nella popolazione umana risiede nel fatto che i gruppi sperimentali utilizzati sono molto spesso di modeste dimensioni e pertanto questi studi potrebbero non isolare correttamente le variabili confondenti come diete alimentari insolite, l’uso di antibiotici o antidepressivi che determinano un’alterazione della flora batterica intestinale.

Nonostante ciò, la comunicazione bidirezionale tra i due sistemi suggerisce che il microbiota intestinale svolga un ruolo attivo non solo nella modulazione delle risposte immunitarie, ormonali e neurali dell’organismo che lo ospita, ma anche nella regolazione dell’epitelio intestinale, della permeabilità della barriera ematoencefalica e sia nel metabolismo o nella stimolazione che nella degradazione di componenti neuro attivi quali neurotrasmettitori (serotonina e GABA) e modulatori del sistema immunitario (e.s. acido quinolinico), che a loro volta ne modulano la crescita (Lyte & Brown, 2018).

Lo studio

Il nuovo studio di Valles-Colomer, Falony, Darzi, Tigchelaar, Wang e colleghi (2019) ha utilizzato sequenze di DNA per l’analisi delle “normali” variazioni del microbiota tramite campioni fecali in un gruppo di oltre mille individui reclutati in Belgio grazie al Belgium’s Flemish Gut Flora Project, confrontandoli con quelli provenienti da individui con una diagnosi di depressione o una bassa qualità di vita.

Il team di ricerca ha correlato differenti popolazioni microbiche con la qualità di vita e l’incidenza di sintomi depressivi utilizzando punteggi provenienti da self-report (The RAND-36 item Health survey e QoL questionnaire; Hays & Mazel, 1993) e diagnosi mediche sia autoriportate che certificate.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Le evidenze sono state ottenute tramite lo sviluppo di complesse metodologie e analisi che hanno consentito la profilatura delle diverse popolazioni microbiche, sia nei soggetti di controllo che in quelli patologici, potendo così generare un “catalogo” di 56 sostanze in grado di descrivere la capacità del microbiota di metabolizzare o degradare molecole cosiddette “neuroattive”, cioè interagenti con il sistema nervoso umano; in particolare due popolazioni di batteri, Coprococcus e Dialister, sono state associate ai campioni provenienti dagli individui affetti da depressione ma non a quelli con un’alta qualità di vita.

I risultati prodotti sulla popolazione belga sono stati validati tramite il confronto con le analisi microbiche provenienti da una popolazione danese reclutata grazie al progetto Dutch LifeLines DEEP trovando l’assenza delle due stesse specie di microrganismi nei soggetti danesi affetti da depressione.

Conclusioni e prospettive future

Nonostante lo studio di Valles-Colomer, Falony, Darzi, Tigchelaar, Wang e colleghi (2019) non stabilisca alcuna relazione causale, tuttavia costituisce un’associazione osservata su due popolazioni indipendenti e assai numerose. In aggiunta, i ricercatori hanno evidenziato una correlazione positiva tra qualità di vita e la potenziale capacità del microbioma intestinale nel sintetizzare un prodotto di degradazione della dopamina, l’acido 3-4 diidrossifenilacetico implicato nella depressione, che ha costituito il segnale più evidente di come il microbiota sia in grado di influenzare la salute mentale dell’organismo ospitante (Valles-Colomer, Falony, Darzi, Tigchelaar, Wang et., 2019).

A parere del team autore della ricerca, un solido approfondimento delle modalità di comunicazione tra intestino e cervello potrebbe aprire numerose e promettenti porte per nuove terapie che potrebbero usufruire di probiotici per il trattamento ad esempio della depressione o potranno aprire nuove prospettive metodologiche in grado di isolare all’interno del microbioma quei marker che potrebbero contribuire allo sviluppo di un profilo biologico sempre più accurato delle patologie mentali.

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