FotografiaTerapia

Oggi grazie a smartphone e macchine fotografiche compatte ognuno di noi può fare una gran quantità di foto. Le foto che facciamo possono essere usate all'interno di un percorso di analisi e analizzate per portarci ad un maggior livello di consapevolezza

ID Articolo: 155562 - Pubblicato il: 15 giugno 2018
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La fotografia nella vita contemporanea, oltre ad essere un’arte, un registratore di ricordi, uno strumento atto all’informazione (come possono essere, ad esempio, i reportage), può essere considerata un modo di esprimere i sentimenti di un determinato istante, di un momento ben preciso.

 

Spesso, ad esempio, accade per ognuno (o per la maggior parte) di fotografare, con uno smartphone o con una fotocamera, dei soggetti particolari, come un palazzo, una persona, un oggetto…poi, dopo qualche ora oppure il giorno dopo, si nota che la stessa fotografia non mostra più quel significato particolare che aveva nell’istante in cui è stata scattata, e questo rende difficile spiegare il motivo per cui quella fotografia sia stata realizzata (in questo caso si parla dell’atto del fotografare e del registrare pensando che il soggetto debba essere mantenuto nella memoria, e non alle fotografie fatte per essere inviate agli altri o per dimostrare qualcosa agli altri).

Fotografia, tecnologia e cervello

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Ma il motivo di questa incapacità di dare una spiegazione oppure il fatto di non poter esprimere una sensazione precisa guardando quella foto, quale può essere? Perché si sente l’esigenza di eliminare, o meglio, di distruggere tante fotografie scattate durante il quotidiano? Il cervello umano, avendo la caratteristica di decentratore, oltre a concentrarsi sui soggetti che interessano al conscio, include nel raggio d’interesse anche i soggetti che affascinano l’inconscio; essi, normalmente volatili e legati al tempo, allo spazio e alla situazione fisica e mentale dell’individuo, per diverse ragioni, che possono essere l’autocensura (proveniente dalla morale personale e sociale), le paure, la stanchezza, si celano nella nebbia e vanno a formare il margine, la cornice dei soggetti principali. Quelli secondari registrati nelle fotografie (che possono essere definiti soggetti invisibili), oltre a dare una sensazione piacevole a chi fotografa (e a volte anche non piacevole), permettono, attraverso l’analisi sui soggetti stessi e la concentrazione dell’analisi, di conoscere il processo d’azione dell’inconscio, che può essere di impronta grottesca oppure realistica. Per conoscere qualsiasi cosa, senza dubbio, c’è bisogno dell’ausilio del cervello, ma per conoscere il nostro sistema nervoso centrale e le sue forme psichiche, che strumento bisogna usare? Sicuramente il cervello stesso. E proprio l’impiego di questo strumento, usato per conoscere lo stesso strumento, complica il lavoro ed obbliga ad entrare nello stato di dormiveglia o di anestesia del cervello, al fine di conoscere ed analizzare tutti gli angoli che sono fuori dalla sua forma naturale; questo è il caso specifico del fotografare venuto dall’inconscio che, come l’ingresso nel mondo nebbioso del dormiveglia, aiuta ad illuminare, appunto, gli angoli nascosti del cervello. Un altro motivo per cui si sceglie la fotografia per conoscere questi punti bui, è il metodo secondo cui agisce il cervello nella fase di salvataggio delle informazioni ed in quella di protezione delle informazioni già salvate e catalogate. Il motivo di questo risiede nel fatto che, il cervello umano, invia tutte le informazioni ricevute dai sensi al centro di salvataggio delle stesse ed utilizza la memoria come uno scudo, per evitare che le informazioni immagazzinate salgano in superficie, in quanto, così facendo, le allontana dall’erosione e poiché, salendo in superficie, esse potrebbero perdere le loro peculiarità ed infine perché così evita che il funzionamento del cervello diventi caotico, visto l’alto volume di dati che esso contiene. Per questo motivo, una grande quantità d’informazioni non è a portata di mano, quindi, quelle alle quali si tende, è necessario raggiungerle trovando una strada per attraversare questo confine, questo scudo, giungendo a quelle stesse informazioni che è possibile ottenere attraverso la fotografia e che consentono di conoscere l’inconscio di un individuo.

Le informazioni ottenute con la fotografia, possono essere più utili rispetto a quelle ottenute con altri metodi di Arteterapia, quali l’analisi, la pittura, la danza e, più in generale, con tutti i metodi di espressione in cui esse sono nascoste in modo complicato ed in circonlocuzione.

È possibile, attraverso le fotografie scattate in questa maniera, arrivare alle informazioni che si trovano dietro lo scudo della memoria, anche in un modo diretto e chiaro, già con la prima analisi, in modo da decifrare i soggetti primari ed ottenere una quantità maggiore di informazioni dall’inconscio. Un’altra caratteristica unica della Fotografia-terapia, è il fatto che la documentazione delle espressioni dell’individuo che fotografa, può avvenire in ogni momento e all’improvviso; questo modo di psicoanalizzare, offre all’individuo la possibilità di esprimersi nella sua vita quotidiana ed in ogni luogo, come ad esempio in ufficio o dietro la finestra di casa, potendo cogliere maggiori opportunità e libertà assolute. Ciò significa che, il soggetto in analisi, per esprimersi non deve essere necessariamente in un luogo preciso ed in un momento esatto sotto il microscopio di uno psicologo; infatti, questa circostanza, oltre a dare uno spiccato senso di libertà ed una sensazione piacevole, rende le espressioni più profonde, poiché la mente della persona, in questa assoluta libertà spaziale e temporale, si esprime in un modo meno intenzionale, usando, quindi, meno energia per farlo. Così il risultato sarà di certo più profondo.

Come fare fotografie?

Per realizzare la ricerca secondo questo approccio, la fotografia deve essere scattata attraverso una fotocamera compatta oppure uno smartphone, poiché lo strumento impiegato non deve creare limiti nell’individuo che fotografa e non deve stancarlo, infatti usare una fotocamera di dimensioni normali, sarebbe come tornare al punto di partenza (in un posto preciso ed in un momento preciso), non essendo uno strumento usuale nella vita quotidiana. Fotografare deve essere un’azione continua ma racchiusa in un determinato periodo di tempo (un esempio potrebbe essere fotografare a giorni alterni per 10 giorni) per creare una struttura ritmica nel cervello del paziente, una situazione che pone chi fotografa nei panni di chi riveste un ruolo importante.

Il modo di illustrare lo svolgimento della ricerca al paziente deve essere chiaro, non deve presentare dettagli nascosti, in modo da permettere al paziente di comprendere bene la sua reazione in qualsiasi momento e rispetto a qualsiasi scena (anche se potrebbe sembrare infantile o volgare), perché nel periodo di svolgimento della ricerca, questo potrà fornire una fotografia-chiave, la soluzione. Nel realizzare questa ricerca, il paziente deve sentirsi, quindi, totalmente libero, il che significa che egli potrà fotografare tutto ciò che ritiene interessante e tutto ciò a cui guarda in modo conscio, oltre ai soggetti secondari che, in un istante, suscitano il suo interesse.
A questo punto, è bene sapere che le fotografie che mostrano soggetti primari chiari, sicuramente avranno in esse anche soggetti secondari; se si pensa, ad esempio, alla foto di un palazzo, nei dettagli si potrebbe notare il colore rosso di una tenda dietro una delle finestre, oppure una porta aperta a metà, tutti dettagli che possono essere molto preziosi per il ricercatore. Il risultato di questa ricerca è legato al paziente e può avere un tempo di realizzazione variabile, in base a diversi parametri quali: età, voglia di collaborare, presenza (più o meno forte) di inconscio represso e situazione fisica del paziente, caratteristiche molto importanti se proiettate verso il raggiungimento dell’esatta risoluzione del problema ed alle quali il ricercatore deve porre molta attenzione, poiché esse si rivelano fondamentali durante la fase di osservazione e durante l’intero processo di analisi.

Al termine della ricerca, le foto raccolte, per prima cosa devono essere divise in quattro categorie dal paziente; la prima divisione deve basarsi sull’importanza delle fotografie, vale a dire che egli dovrà dividere, appunto, le sue fotografie in due categorie principali: le fotografie più importanti e quelle meno importanti. Successivamente, tra le più importanti, dovrà selezionare quelle che hanno un’importanza maggiore e, tra quelle meno importanti, quelle che hanno un’importanza minore. Attraverso tale suddivisione nelle quattro categorie sopra descritte, il paziente metterà, inconsciamente, le fotografie con i soggetti più nascosti (che saranno le fotografie-chiave per il ricercatore) tra il gruppo delle fotografie meno importanti, in modo graduale, ovvero posizionando le fotografie che contengono i soggetti più nascosti nel secondo gruppo delle fotografie meno importanti, ovvero tra quelle meno importanti tra tutte. Per la prima analisi dei prodotti fotografici, bisogna considerare le seguenti sei caratteristiche:

1. i soggetti primari

2. i soggetti secondari

3. i colori, la loro quantità ed il modo di combinarsi tra loro nelle immagini

4. il momento dello scatto

5. le condizioni dello spazio, comprese le condizioni acustiche, climatiche, ecc. in cui il paziente fotografa

6. la quantità di fotografie

Nel trovare i soggetti primari, sicuramente il ricercatore non riscontrerà molti problemi, poiché essi sono molto chiari, come ad esempio il mare, gli alberi, il sesso delle persone nelle fotografie, gli oggetti medio-grandi; questi ultimi, di sicuro, riflettono in modo molto chiaro le sensazioni ed il significato che, quegli stessi soggetti, danno al paziente. L’analisi dei soggetti secondari, invece, si deve concentrare su aspetti diversi, prendendo il via dalla conoscenza della simbologia delle forme e della sensazione psicologica dei materiali che sono racchiusi nella fotografia (metallo, legno, plastica…); ad esempio, il desiderio inconscio di fotografare soggetti triangolari, può indicare un animo combattente e guerriero, ma può essere anche l’espressione di una sensualità forte e molto viva, siccome il triangolo dà esattamente queste sensazioni, per i suoi angoli molto appuntiti, così come il quadrato o il cerchio, esprimono sensazioni diverse, in base alle loro caratteristiche.
Anche le sensazioni psicologiche date dai materiali, come visto, possono aiutare a conoscere altre caratteristiche che sono più nascoste; ad esempio, la voglia inconscia di fotografare il color oro, può essere un segno del desiderio di lusso e può simboleggiare la ricerca della ricchezza.

I colori e la loro quantità in combinazione, devono essere analizzati da due punti di vista differenti: sensazione psicologica e sensazione fisiologica. Si prenda ad esempio il colore azzurro: esso indica la sensazione fisiologica del sapore dolce ed è noto per il fatto che provoca l’abbassamento della temperatura corporea, ma, allo stesso tempo, dal punto di vista delle sensazioni psicologiche, esso è noto per essere portatore di tranquillità e del senso di calma. Altrettanto utile nella decifrazione del paziente durante la ricerca, è la combinazione dei colori in un’immagine; ad esempio i colori grigio e nero, che si trovano insieme in una foto, possono simboleggiare insoddisfazione e bisogno di scappare da una pressione psicologica, nonché dallo stress (in questo caso è possibile trarre aiuto dal Color Test, la ricerca effettuata dal Dr. Max Lüscher).

Il tempo, ovvero il momento in cui è stata scattata una fotografia, nell’analisi dell’inconscio può essere molto significativo; ad esempio, una foto scattata alle ore 20.00 (8 pm) da un impiegato d’ufficio, che scatta quella foto tornando a casa da lavoro, potrebbe esprimere il senso di liberazione delle sensazioni represse durante il giorno, siano esse positive o negative.

Infine, le condizioni spaziali, che non sono visibili nella foto, possono essere notevoli se, da parte del paziente, esiste la possibilità di ricordarle e raccontarle. In particolare, sono interessanti le condizioni create dalle persone che gli sono intorno nel momento dello scatto, dalla loro sessualità, dalle loro voci, dagli odori.

Fotografia come terapia: conta anche la quantità

Messaggio pubblicitario A questo punto, è necessario passare all’analisi del carattere del paziente attraverso un particolare elemento: la quantità delle foto. Se si pensa a tutto ciò che è stato detto fino ad ora, è facile comprendere che le foto prodotte in questa maniera, affermano un tipo di volontà o di espressione che possono essere validi non solo per registrare i soggetti primari e secondari (sia visibili che invisibili) ma, viceversa, anche per fuggire dagli stessi. Nell’analizzare le foto che l’individuo cerca di non considerare oppure di eliminare, a volte ci si trova di fronte a delle fotografie che sembra derivino non da sensazioni piacevoli, ma da uno stato di repressione o da una deviazione della tensione creata da uno stato di ansia o di insicurezza insita nell’individuo.
Nella vita di oggi, a volte, si può considerare l’atto di fotografare come un atto di repressione, come un modo conveniente, accettabile e piacevole (dovuto alla memoria di grande capacità dei cellulari) per la maggior parte della società, oppure come un gesto intellettuale, o ancora come un gesto fatto a dimostrazione della soddisfazione del fotografo. Si immagini, ad esempio, un individuo seduto al ristorante al tavolo con alcune persone che non ritrova nel suo stesso livello: questa è un’incongruenza che abbassa il livello di sopportazione di quell’individuo, ma innalza la sua tensione fino al punto massimo. Così quest’individuo, che si vede soggetto ad una serie di disturbi che si verificano nelle sue sensazioni interiori, sente la necessità di compiere un’azione o, invece, di abbandonare questa situazione ed uscire, il che potrebbe risultare una mancanza di rispetto. In questo istante egli prende il suo cellulare e si mette a fotografare persone o qualsiasi altro oggetto intorno a sé, in modo da abbassare il livello della sua tensione interiore e mostrare, invece, agli altri, di trovarsi in un momento di gioia, un momento da ricordare e che va registrato, oppure lasciar trasparire di aver trovato qualcosa di prezioso da fotografare, qualcosa che gli altri non sono riusciti a vedere o a capire! E questo suscita la curiosità degli altri, li spinge a cercare cose piacevoli e, al tempo stesso, aiuta se stesso a mostrare il suo aspetto intellettuale e la sua soddisfazione. Ci può essere, però, la possibilità che anche quelle persone conoscano questo “gioco” e che, quindi, il risultato sperato non venga raggiunto, ma resta comunque conveniente, in qualsiasi senso, per chi si sente a disagio! È possibile fare un altro esempio: si immagini un individuo seduto in treno, stufo del ritardo rispetto all’orario di partenza; egli cerca, attraverso la produzione di foto, di soddisfare se stesso e di mostrarsi soddisfatto agli altri, anche se tra il “pubblico” non ci sono conoscenti.

Perchè fotografiamo?

Se si guarda alle esperienze nel campo della psicologia, si comprende bene che l’individuo che vive sotto la pressione creata dal mondo degli istinti interiori (o ID), oppure sotto la pressione creata dal mondo dei limiti dell’IO (detto anche Ego o Super Ego) a volte cerca, attraverso atteggiamenti anormali o isterici, come il muovere convulsamente il piede, di abbassare la tensione finché è possibile, o quanto meno di deviarla. Ma si può considerare la fotografia, o l’uso del cellulare, come un atto fuori dal proprio controllo, esattamente come quel muovere il piede o mangiare le unghie?
Il sistema nervoso umano e la complessa rete che lo controlla, sono divisi in due parti: il sistema nervoso centrale e il sistema nervoso autonomo, di cui il primo è responsabile dei movimenti fisici e dei sensi che si trovano vicino o al di sopra della conoscenza (come l’atto di imparare), mentre il secondo è responsabile di gran parte della memoria. È quest’ultimo che ha la responsabilità riflessiva (Reflex Apparatus) come la paura, la rabbia e l’emozione; per questo motivo, si divide ulteriormente in due parti: Sistema Nervoso Simpatico e Sistema Nervoso Para-simpatico. Il primo, sotto l’effetto dell’emozione, fa aumentare il battito cardiaco ed alzare la temperatura corporea, mentre il secondo, nel momento in cui termina lo stato emotivo, fa tornare il corpo alla sua situazione normale. La collaborazione tra il sistema nervoso simpatico e quello parasimpatico, però, non sempre può risolvere tutti i “disagi” del corpo. Ad esempio, quando l’occhio incontra una luce molto forte, il sistema nervoso, diminuendo l’ampiezza della dilatazione della pupilla, abbassa la quantità di luce che entra nell’occhio e, se sente ancora il bisogno di resistere alla luce, reagisce istintivamente chiudendo l’occhio e risolvendo il problema. Diverso è il caso del senso di fame, che non si risolve solo attraverso il cambiamento del movimento dei muscoli dello stomaco, ma con la contrazione dei muscoli e la secrezione di ormoni attraverso il sistema simpatico, arrivando, così, come un messaggio al sistema nervoso centrale che darà all’individuo l’input di muoversi per cercare cibo, ma in modo conscio. Lo stesso accade nei neonati che, per l’incapacità di procurarsi autonomamente da mangiare, dimostrano la fame (in modo simbolico) con il pianto, utile a richiamare i genitori.

Fotografia e atteggiamenti anormali

Le nuove ricerche odierne hanno dimostrato che, oltre all’ansia, anche le sensazioni di frustrazione e di desiderio del perfezionismo sono la causa dell’insorgere di atteggiamenti anormali, come mangiare le unghie o muovere il piede, esattamente come un individuo che crede di dover essere in una situazione di un livello più alto rispetto a quella in cui si trova, ma che di fatto non lo è, né in un determinato momento né in un tempo indeterminato; così egli si pone in quegli atteggiamenti anormali. Appurato che queste sensazioni di ansia e frustrazione derivano dal conscio dell’individuo, essendo l’individuo incapace di cambiare la situazione in cui si trova, trasforma il suo comportamento, inconsciamente, in quegli atteggiamenti di cui sopra. Si immagini, ad esempio, una persona che in ufficio, si sente in un livello più alto rispetto al suo posto di lavoro, o una persona che si trova in un momento sbagliato nel posto sbagliato: entrambe si sentiranno a disagio ed in ansia. In questi due esempi, accomunati dal fatto che lo stato di ansia degli individui deriva dal loro conscio, si nota che o per l’incapacità di cambiare la situazione o per la loro educazione sociale, essi non riescono a cambiare quella situazione, quindi, attraverso il sistema nervoso simpatico, sprigionano la tensione e la repressione. In questo punto si pone, però, una domanda: visto che è possibile abbassare le tensione sempre con comportamenti del corpo simbolici, si può considerare l’uso del cellulare o l’atto di fotografare come un atteggiamento anormale del corpo? Oppure, si può considerare un dispositivo come una parte del corpo? Oggigiorno, le nuove esperienze e le nuove scoperte sul sistema cerebrale hanno dimostrato che il cervello non è un sistema duro e fermo, come si è potuto notare, ad esempio, nelle persone che hanno perso un braccio o una gamba in un incidente; è dimostrato che quella parte del loro cervello atta a registrare i sensi degli arti perduti, dopo l’incidente, si mette a disposizione delle altre parti del corpo, rapidamente, così come è stato confermato scientificamente anche degli studi di Alvaro Pascual Leone (1993) svolti circa l’uso della parte ottica del cervello impiegata per la Lettura Breil. I ricercatori, tenendo sempre in considerazione le ricerche svolte in passato, hanno confermato l’idea della flessibilità celebrale come un sistema di cura in casi di danno al cervello o alle sue parti sensibili, mentre le analisi successive hanno dimostrato che la flessibilità è continua ed immensa, e che è presente anche nei sistemi nervosi sani e normali. Quindi, i neurologi hanno concluso che il cervello è in continuo cambiamento e che esso si adatta anche ai più piccoli cambiamenti spaziali e comportamentali. Mark Hallet , direttore della Facoltà di Medicina Cerebrale dell’Istituito Sanitario dell’America, dice:

abbiamo capito che la flessibilità del sistema celebrale non solo è possibile, ma è anche un atto continuo, vuol dire che è un modo attraverso cui noi ci adattiamo sempre all’ambiente che ci circonda, scopriamo verità nuove ed impariamo formule nuove.

Negli anni passati, sono state svolte delle ricerche sulle scimmie, durante le quali esse sono state educate ad usare la forca per raggiungere il cibo che era lontano da loro; in questa ricerca, gli scienziati hanno compreso che le zone ottiche ed i movimenti della parte del cervello responsabile del lavoro manuale (la “mano” con cui loro prendevano il dispositivo, la forca), durante la fase di educazione hanno avuto una grande crescita e che anche la forca o la pinza sono diventate parte della mappa celebrale dell’animale. In altre parole, la forca è diventata una parte del corpo dell’animale. Un’analisi simile è stata svolta sui tassisti inglesi (1990): i ricercatori inglesi, durante queste analisi, hanno effettuato una scansione dei cervelli di 16 tassisti che avevano esperienza in questo lavoro, variabile tra i 2 ed i 42 anni. I risultati hanno dimostrato che la parte lobo-occipitale dell’Hippocampus, cioè la parte che ha un ruolo chiave nel salvataggio e nell’elaborazione della vista spaziale dell’ambiente intorno alla persona, nei tassisti è molto più grande rispetto alla dimensione normale e, inoltre, hanno mostrato che, quanto più elevata è l’esperienza, tanto più grande è la parte lobo-occipitale dell’Hippocampus. Un’ulteriore scoperta interessante è stata che la parte lobo-frontale dell’Hippocampus, responsabile della sfera emotiva e caratteriale della persona, in questi tassisti era più piccola, aspetto che deriva dal fatto che la parte lobo-occipitale dell’Hippocampus, invece, si è sviluppata molto di più per il tipo di lavoro che svolgevano. Alla fine è stato possibile affermare che guidare nella complessa rete stradale di Londra, ha cambiato l’equilibrio tra le due parti del cervello degli autisti.

Ora, considerando tutte queste ricerche ed apprezzandole, è possibile affermare che, in questa realtà carica dell’iper-uso del cellulare e della fotocamera, ha reso questi oggetti parte del corpo per alcuni di noi, modificando la struttura flessibile del nostro cervello. Tenendo questo bene a mente, si può dire che l’atto di prendere il cellulare e fare una foto, per tanti è come usare una parte del proprio corpo; in altre parole, si può dire che, piuttosto che mangiare le unghie o muovere convulsamente il piede, alcuni prendono il cellulare e scattano delle fotografie. Infine, è possibile dire che alcune foto raccolte da una persona, sono piene di sensazioni quali ansia, insicurezza o fallimento, e sono fotografie che rendono vivo il ricordo di quel momento e di quello spazio che risultano fastidiosi; per questo motivo, l’individuo cerca di distruggere quelle foto, non solo di non considerarle. Il lavoro che intendiamo svolgere, quindi, è proprio l’analisi sulle foto che risultano essere al confine con questa distruzione, in cui si possono cogliere i momenti, gli ambienti, le persone, ma anche i fastidi ed allontanarli dall’individuo per trovare una sensazione di sicurezza per il­ pazi­ente.

L’ultimo livello dell’analisi delle fotografie, è dare la possibilità al paziente di modificare le foto scattate, dandogli la possibilità di apportare modifiche quasi impercettibili, attraverso applicazioni semplici, quelle stesse già contenute in fotocamere compatte, smartphone e pc, con le quali può essere modificata la luce ed il colore, magari utilizzando dei filtri già impostati. Inoltre, egli potrebbe modificare la cornice e le dimensioni delle fotografie con il ritaglio. Nelle fotografie ritoccate, qualsiasi modifica effettuata può dimostrare un dettaglio importante, un dettaglio che può rivelarsi la chiave, la soluzione. Ad esempio, se il paziente sceglie di perfezionare una foto scattata in casa sua, applicando un filtro che tende all’azzurro, oppure abbassando il calore dei colori della foto, mostrerà il suo desiderio di creare un ambiente calmo e confortevole tra le mura casalinghe. Un altro esempio può essere il taglio di una fotografia, un taglio che esclude un dettaglio dalla foto stessa, che indica il desiderio di eliminare, naturalmente in modo simbolico, quel determinato soggetto dalla sua vita. Nel caso di eventuali fotografie in bianco e nero, esse devono essere considerate con attenzione, poiché acquisiscono il valore di un sogno: modificando le foto in questo senso, il paziente sta indicando la strada della volontà di creare un legame profondo ed intimo con il suo inconscio, con i suoi sogni, ma anche con i suoi incubi. I risultati raccolti da ogni punto di quest’analisi, di sicuro hanno un legame forte tra loro, e possono completarsi l’un l’altro, essendo l’uno il supplemento dell’altro, in modo che, il risultato finale, sicuramente, sarà un insieme della relazione tra tutti i risultati ottenuti.

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La fotografia terapeutica, come quella di Francesca Woodman, è utile per la scoperta di se stessi, i terapeuti infatti fanno spesso uso della fototerapia.

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