Resilienza: l’elisir di “buona” vita

Diversi fattori sia individuali che familiari possono promuovere la resilienza in età adulta con gli eventi stressanti e traumatici.

ID Articolo: 151064 - Pubblicato il: 17 gennaio 2018
Resilienza: l’elisir di “buona” vita
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In ambito psicologico, il termine “resilienza” viene utilizzato per indicare la capacità di far fronte ad eventi traumatici o situazioni stressanti, riducendone i possibili effetti collaterali.

Asia Calderini, Federica Parisi, Giulia Lelli

 

Messaggio pubblicitario Ogni bambino è unico, così come è unica la sua risposta ad esperienze avverse (ACE Adverse Childhood Experience): mentre alcuni sembrano adattarsi perfettamente a esse, altri non riescono ad affrontarle e superarle, con conseguenze negative sul piano psicologico e comportamentale. Tale variabilità può essere spiegata dalla peculiare resilienza che caratterizza ogni singolo individuo.

In ambito psicologico, il termine “resilienza” viene utilizzato per indicare la capacità di far fronte ad eventi traumatici o situazioni stressanti, riducendone i possibili effetti collaterali.

Le solide basi della resilienza

Le principali risorse che sembrano giocare un ruolo di primo ordine nello sviluppo di questo processo protettivo possono essere raggruppate in due domini:

1. Caratteristiche individuali interne del bambino:
Autostima, auto-efficacia, self-regulation (ovvero la capacità di regolare o controllare le risposte sia emozionali che comportamentali), temperamento, abilità cognitive e intelligenza. In particolare, l’easy temperament (caratterizzato da adattamento alle nuove esperienze e situazioni, stato d’animo tendenzialmente positivo, espressione graduale delle emozioni e schemi ripetitivi nella routine) contribuisce ad uno sviluppo positivo, suscitando negli altri maggior grado di attenzione, supporto e incoraggiamento, e permette di gestire con più facilità gli eventi stressanti attraverso la messa in atto di strategie di coping più flessibili (Hornor, 2017; Sattler & Font, 2017; Traub & Boynton-Jarrett, 2017).

2. Caratteristiche della famiglia e della relazione genitore-figlio:
Interazioni familiari supportive, responsive e accoglienti, che si basano su frequenti manifestazioni d’affetto, incoraggiamento, aiuto e approvazione, mitigano gli effetti negativi dello stress, favorendo un tono dell’umore più elevato e di conseguenza un maggior numero di interazioni sociali positive; infatti, un attaccamento sicuro promuove le capacità adattive del bambino in seguito ad un’esperienza negativa subita durante la prima infanzia. Inoltre, anche uno stile di parenting autorevole, caratterizzato da supporto emotivo, chiare regole comportamentali e comunicazione bidirezionale, stimola lo sviluppo della resilienza nel bambino. (Bai & Repetti, 2015; Hornor, 2017; Traub & Boynton-Jarrett, 2017).

In aggiunta, uno stile genitoriale accogliente e attento ai bisogni del bambino può contribuire a uno sviluppo ottimale dell’asse HPA (asse ipotalamo-ipofisi-surrene) che permette una risposta funzionale agli eventi stressanti esterni, agendo sui livelli del cortisolo. Interazioni familiari caratterizzate da supporto genitoriale, coinvolgimento emotivo, clima di accettazione e alti livelli di monitoraggio da parte del caregiver, favoriscono nel bambino alte concentrazioni di cortisolo durante la mattina e un declino più rapido dei suoi livelli durante l’arco della giornata; tale ritmo giornaliero riflette un buon funzionamento del sistema HPA. Dal momento che il cortisolo è implicato in un’ampia gamma di sistemi fisiologici umani, in particolare nella risposta allo stress, la disregolazione dell’attività dell’asse HPA è associata a numerose problematiche fisiche e mentali. Quindi, la normale secrezione di cortisolo può costituire un fattore di resilienza, mentre la disregolazione dell’asse HPA può segnalare una diminuita capacità di far fronte agli effetti nocivi delle avversità. Tutto ciò non solo in un’ottica a breve termine di risposta immediata ad uno stress, ma anche a lungo termine. Infatti, le interazioni familiari positive facilitano nel bambino risposte immediate di tipo adattivo a eventi stressanti e quest’ultime, a lungo termine, promuovono lo sviluppo di risorse interne, come la propensione ad esperire emozioni positive e il buon funzionamento del sistema HPA, che incrementano la resilienza. Quest’ultima può mitigare gli effetti delle esperienze negative precoci che possono alterare l’attività dell’asse HPA, influenzando il normale sviluppo dei circuiti cerebrali legati alla regolazione delle emozioni e del comportamento, minacciando la salute mentale e fisica del soggetto (Bai & Repetti, 2015).

Cosa predice la resilienza in età adulta?

Eventi stressanti di entità moderata come divorzio o separazione dei genitori, lutti in famiglia e cambi frequenti di abitazione e di scuola, sono associati ad alti livelli di resilienza in età adulta; al contrario, l’aver fronteggiato un elevato numero di malattie gravi durante l’infanzia predice una più bassa resilienza, poiché innesca nel soggetto la sensazione di vulnerabilità e suscettibilità sia ad altre malattie che ad altri eventi stressanti di vario genere (Harris, Brett, Starr, Deary & McIntosh 2016).

Sviluppare un’elevata resilienza è funzionale per l’individuo in quanto in età adulta appare correlata a maggiore salute fisica e mentale, longevità, percezione soggettiva di benessere più elevata, minori livelli di ansia e depressione e vissuti di solitudine (Harris, Brett, Starr, Deary & McIntosh 2016).

Quando lo stress può essere considerato “positivo”

Esperire stress ha effetti positivi quando promuove nel soggetto strategie di coping adattive ed è affiancato da un buon supporto sociale. In tali casi, infatti, fronteggiare uno stress promuove capacità di adattamento che permettono di imparare a gestire i successivi eventi negativi con una maggiore probabilità di successo (Harris, Brett, Starr, Deary & McIntosh, 2016; Hornor, 2017).

Contrariamente a quanto si possa pensare, non è tanto la gravità del singolo evento stressante a determinare la portata delle conseguenze negative, quanto il suo protrarsi nel tempo (cronicità) e l’eventuale concomitanza con altri eventi stressanti minori (effetto cumulativo). Tuttavia, esperire stress durante l’infanzia può contribuire a formare la propria resilienza, riducendo il rischio di innescare risposte disfunzionali e disadattive di fronte agli stressor in età adulta (ipotesi dell’inoculazione) (Harris, Brett, Starr, Deary & McIntosh, 2016; Hornor, 2017).

La promozione della resilienza

Messaggio pubblicitario Promuovere la resilienza è un problema complesso che prevede interventi sia a macro- che a micro-livello. Gli interventi di macro-livello sono incentrati nell’ambito politico, economico e sociale per creare ambienti, atteggiamenti e comportamenti comunitari sicuri, di supporto e sani; essi forniscono la base per gli interventi di micro-livello rivolti alla comunità, alla famiglia e all’individuo (ad esempio, interventi di prevenzione primaria rispetto a esperienze infantili negative). Gli interventi di micro-livello, invece, si propongono di migliorare la cultura, le attitudini e le relazioni nelle comunità, scuole, gruppi di pari e famiglie concentrandosi sulla costruzione di abilità comunicative e valori che promuovono processi di sviluppo positivi. Questi interventi sono spesso rivolti alla sfera relazionale del bambino (ad esempio, rafforzare i rapporti con genitori, fratelli e altri parenti e gruppo dei pari) (Hornor, 2017).

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