L’intervento domiciliare per i “Sepolti in casa”: quale trattamento per il disturbo da accumulo compulsivo 

Nel disturbo da accumulo compulsivo bisogna supportare il paziente nei miglioramenti avvenuti in terapia riproponendo a domicilio quanto appreso in seduta

ID Articolo: 141105 - Pubblicato il: 14 novembre 2016
L’intervento domiciliare per i “Sepolti in casa”: quale trattamento per il disturbo da accumulo compulsivo 
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Il Disturbo da Accumulo Compulsivo è, come sottolinea il nome, un disturbo caratterizzato dall’eccessiva acquisizione di oggetti, la difficoltà a disfarsi delle cose e l’ingombro. Non ha quindi a che fare con la pigrizia e può assumere intensità e gravità differenti.

Carolina Alberta Redaelli, Cristiano Farina

 

 

Cos’e’ Il Disturbo Da Accumulo Compulsivo

Negli ultimi anni l’interesse per il Disturbo da Accumulo Compulsivo è cresciuto sempre di più. Se ne parla non solo tra gli addetti al mestiere (psicologi, psichiatri, ecc) ma  siamo ormai anche abituati a trovare articoli sui giornali o addirittura programmi televisivi che trattano questo argomento.

Ma chi sono questi “sepolti in casa”? Come si può fare per aiutarli?

Innanzitutto il Disturbo da Accumulo Compulsivo è, come sottolinea il nome, un disturbo caratterizzato  dall’eccessiva acquisizione di oggetti, la difficoltà a disfarsi delle cose e l’ingombro. Non ha quindi a che fare con la pigrizia e può assumere intensità e gravità differenti. Non tutte le persone che soffrono di questo disturbo si ritrovano infatti letteralmente sepolte in casa, allo stesso tempo la vergogna legata alla propria condizione di vita e/o abitativa rende difficile la richiesta di aiuto da parte di queste persone.

Messaggio pubblicitario Recentemente il DSM-V (APA, 2013) ha inserito il Disturbo da Accumulo Compulsivo come categoria diagnostica a parte rispetto al Disturbo Ossessivo Compulsivo. La ragione della nuova diagnosi risiede in una crescente mole di ricerche relative a questo disturbo condotte negli ultimi anni che riscontrano come l’accumulo non sia specificatamente associato al DOC, ma piuttosto una caratteristica presente in un range di disturbi psichiatrici (Steketee & Frost, 2003).

Le evidenze indicano come il trattamento standard del DOC, sia farmacologico che con terapia cognitivo-comportamentale, abbia scarsi risultati sui sintomi di accumulo compulsivo (Abramowitz, Franklin, Schwartz, & Furr, 2003;Steketee & Frost, 2003), ragion per cui negli ultimi anni è emersa la necessità di sviluppare un nuovo modello, e di conseguenza un nuovo approccio terapeutico, specifico per il disturbo da accumulo compulsivo.

Frost e collaboratori (Frost & Hartl, 1996; Steketee & Frost, 2003,2007) propongono un modello cognitivo-comportamentale dell’accumulo compulsivo che suggerisce come l’eccessiva acquisizione di oggetti, la difficoltà a disfarsi delle cose e l’ingombro, che costituiscono la sindrome da accumulo compulsivo, derivino da numerosi fattori (Steketee & Frost, 2003) tra i quali:

  1. Vulnerabilità personale, che include esperienze passate e apprendimento, stato d’animo generalmente negativo, tratti di personalità e problemi di information processing [difficoltà sostanziali di attenzione focalizzata e sostenuta (Hartl, Duffany, Allen, Steketee, & Frost, 2005), difficoltà nel categorizzare i propri averi (Wincze, Steketee, & Frost, 2006) e latenze di risposta marcatamente maggiori per prendere una decisione riguardo le propri cose (Maltby et al., 2006)];
  2. Credenze disfunzionali sul possesso e attaccamento emozionale alle cose: credenze riguardo vulmerabilità, responsabilità, controllo e affidabilità della memoria (Frost, Hartl, Christian, & Williams, 1995; Hartl et al., 2004;Steketee, Frost, & Kyrios, 2003), che a loro volta risultano in:
  3. Disagio emotivo ed evitamento: esperienze emotive negative intense (es. ansia, dolore o colpa) riguardo la prospettiva della perdita (es. disfarsi o non entrare in possesso) di un oggetto conducono all’evitamento della situazione, mentre forti emozioni positive (es. piacere, gioia) rinforzano l’acquisizione e la conservazione degli oggetti.

 

Il trattamento efficace per il Disturbo Da Accumulo Compulsivo: un ponte tra lo studio del terapeuta e il domicilio del paziente

Il trattamento proposto da Frost e collaboratori consiste di 26 sedute individuali che hanno luogo una volta a settimana.

Accanto agli incontri che si svolgono nello studio del terapeuta, grande importanza rivestono le sedute concordate al domicilio del paziente, che, secondo gli autori, devono rappresentare almeno il 25% del totale.

Dopo una prima fase di assessment multidisciplinare (condotto sia in studio che a domicilio del paziente) che porta alla formulazione di un modello cognitivo-comportamentale specifico per la condizione di ogni paziente, il terapeuta applica strategie di intervento di stampo cognitivo-comportamentale che hanno come target le tre manifestazioni dell’accumulo: l’acquisizione compulsiva, la difficoltà a disfarsi delle cose e il disordine.

Queste tecniche di trattamento consistono in:

  1. Skills training per riordinare, decision-making per scegliere e disfarsi delle cose, problem-solving e rinforzo;
  2. Esposizioni mentali e in vivo alle situazioni evitate (in particolare il disagio emotivo provato nel disfarsi di oggetti o nel non acquisirli una volta assaliti dal desiderio);
  3. Ristrutturazione cognitiva delle credenze connesse con l’accumulo: il progredire nel selezionare e rimuovere oggetti dalla propria abitazione dipende dal cambiamento di modalità di pensiero e dalla riduzione del disagio connesso, per cui è necessario alternare tra strategie cognitive ed esposizioni comportamentali.

Grande importanza viene data a strategie motivazionali (Miller & Rollnick “Motivational Interviewing: helping people change”, 2013) per valutare ed eventualmente incrementare la motivazione del paziente durante il trattamento; i pazienti con un disturbo da accumulo compulsivo infatti spesso non hanno percezione del loro disturbo, la motivazione è esterna e l’atteggiamento verso il trattamento è ambivalente.

Messaggio pubblicitario Il paziente viene aiutato a scegliere, ordinare e buttare: si fa pratica con il terapeuta durante la seduta e poi il paziente, tramite homework, continua da solo o con la presenza di un coach che viene individuato all’interno della cerchia dei familiari o degli amici.

Il trattamento prevede anche un ultimo modulo di prevenzione delle ricadute per aiutare il paziente a continuare a fare progressi da solo e per affrontare attuali e future situazioni stressanti senza riattivare comportamenti di accumulo.

I risultati indicano come questo protocollo sviluppato da un modello cognitivo-comportamentale dell’accumulo compulsivo riduca significativamente la sintomatologia del disturbo, in particolare, in ordine di maggiore efficacia, la difficoltà a disfarsi delle cose, l’ingombro e l’acquisizione compulsiva (Tolin, Frost, Steketee, Murdoff, 2015).

 

L’importanza Dell’intervento Domiciliare

Accanto agli incontri che si svolgono nello studio del terapeuta, grande importanza rivestono le sedute concordate al domicilio del paziente, che, secondo gli autori, devono rappresentare almeno il 25% del totale. si effettuano almeno 1 volta al mese, hanno una durata di 2 ore a casa del paziente (anche possibilità di sedute- maratona di varie ore oppure un repulisti in cui ci si supervisiona una ristretta crew di ripulitori, con il permesso del paziente).

Il paziente durante la terapia  viene aiutato a scegliere, ordinare e buttare facendo pratica in studio con alcuni  oggetti, e poi anche a domicilio. Oltre che a domicilio sono previste sedute anche dove ha luogo l’ eccessiva acquisizione di oggetti (es. supermercati, discount, mercatini delle pulci, discariche…) dove il terapeuta aiuta il paziente nello scegliere, nel disfarsi delle cose e nel resistere all’acquisizione. È dimostrato che un elevato numero di sedute al domicilio del paziente correla con un migliore risultato clinico. Le sedute a domicilio producono sostanziali progressi che aumentano la motivazione, aiutano il paziente a sentirsi meno sovraccarico, e a consolidare le abilità per lavorare più autonomamente sull’ingombro rimasto (Tolin et al., 2015; Stekenee et al., 2010).

Questi pazienti mostrano solitamente un’ambivalenza di fondo verso il trattamento non percependo in toto la gravità del loro disturbo e spesso tendono a rinchiudersi in casa e ad evitare di uscire interrompendo spesso la terapia. È quindi fondamentale che il paziente “si porti a casa” la terapia, perché è quello il luogo che maggiormente beneficerà dei miglioramenti del paziente in termini di restituzione alla vivibilità di ambienti non più utilizzati perché ingombri di oggetti. Inoltre, per le condizioni in cui versano le loro abitazione, questi pazienti sono estremamente restii a ricevere persone in casa, indi per cui, con la dovuta cautela e preparazione psicologica, la visita a casa del terapeuta è essa stessa un’esposizione comportamentale a situazioni evitate.

La necessità di un aiuto al domicilio per portare avanti gli obiettivi terapeutici, si viene purtroppo spesso a scontrare con la indisponibilità– o disponibilità apparente- dei familiari, solitamente già coinvolti e incistati in dinamiche relazionali che tendono a mantenere il disturbo (se non essi stessi affetti dalla stessa problematica di accumulo compulsivo, data la frequente familiarità del disturbo) del congiunto. Diventa quindi quasi imprescindibile la presenza di una persona terza, consapevole e adeguatamente formata, che possa da un lato mediare nei contrasti e conflitti familiari che inevitabilmente si innescano, proporre un’adeguata psicoeducazione sul disturbo da accumulo compulsivo, ma soprattutto supportare il paziente nei miglioramenti avvenuti in terapia riproponendo a domicilio quanto già appreso in seduta affrontando insieme a lui le difficoltà che passo dopo passo si rilevano.

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: Author.
  • Frost RO, Hartl TL. A cognitive-behavioral model of compulsive hoarding. Behav Res Ther 1996;34(4):341 –350.
  • Miller & Rollnick “Motivational Interviewing: helping people change”, 2013
  • Jordana Muroff Ph.D.1, Gail Steketee Ph.D.1, Randy O. Frost Ph.D.2 and David F. Tolin Ph.D. (2014) Cognitive Behavior Therapy for Hoarding Disorder: follow-up findings and predictors of outcome. Depression and Anxiety Volume 31, Issue 12, pages 964–971
  • Steketnee, G, Frost, R. O., Tolin, D. F., Rasmussen, J., Brown, T. A. (2010). Waitlist-controlled trial of cognitive behavior therapy for hoarding disorder. Depression and Anxiety, 27, 476-484.
  • Steketee, G, Frost, R. O. (2007). Compulsive hoarding and acquiring: Therapist guide. Oxford, England: Oxford University Press.
  • Steketee, G., Frost, R. (2003). Compulsive hoarding: Current status of the research. Clinical Psychology Review, 23, 905-927.
  • Tolin DF1, Frost RO, Steketee G, Muroff J.(2015) Cognitive behavioral therapy for hoarding disorder: a meta-analysis. Depress Anxiety; 32(3):158-66. doi: 10.1002/da.22327.
  • Tolin DF, Frost RO, Steketee G. An open trial of cognitive behavioral therapy for compulsive hoarding. Behav Res Ther 2007;45(7):1461–1470
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