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Psicoanalisi e cinema: analisi del rapporto tra le due discipline

Nate in contemporanea ma incontratesi solo successivamente, psicoanalisi e cinema sono due discipline spesso intrecciate in un rapporto complementare. 

Di Manuela Agostini

Pubblicato il 22 Set. 2016

Psicoanalisi e cinema occupano ormai dall’inizio del XX secolo un posto centrale nella cultura contemporanea. Queste due discipline si può dire siano nate contemporaneamente ma entrate in contatto tardivamente. 

 

Psicoanalisi e cinema: la nascita del legame

Il primo tentativo narrativo cinematografico legato alla psicoanalisi è attribuibile al produttore Samuel Goldwin che per primo interpellò direttamente Freud per avere una sua approvazione in merito ad un progetto ambizioso (I misteri di un Anima 1926).

Ma il primo film in assoluto a parlare di psicoanalisi e ad avere la figura di uno psicoanalista fu “Carefree” del 1938  in cui niente meno che Fred Astaire ne vestiva appunto i panni e in cui cercava, tra una seduta e una ballata, di guarire la paziente Ginger Rogers, di cui però alla fine si innamorava perdutamente.

Un’ immagine caricata, una figura che nel tempo è comunque rimasta uno stereotipo costante e, se vogliamo, superficiale e denigrante.

 

L’analisi dei film secondo la psicoanalisi

Dal canto psicoanalitico invece l’analisi filmica persegue all’inizio due filoni fondamentali:

  1. Approccio contenutistico che aveva lo scopo di interpretare i film come prodotti dell’inconscio dell’autore, mettendo in rilievo temi e figure ricorrenti nell’opera di un regista e facendoli risalire a traumi e complessi dello stesso.
  2. Analisi della scrittura del film, che andava e va a sottolineare l’analogia tra il linguaggio cinematografico e il linguaggio dell’inconscio, per cui l’elemento più importante è il modo nel quale il testo è costruito, al di là dei significati che racchiude al suo interno.

Che dir si voglia, comunque il rapporto tra psicoanalisi e cinema è assolutamente bi-direzionale e complementare.

Un’ interessante riflessione, che coglie assolutamente il tema di questa analisi e la relazione che si può trovare tra queste due discipline è quella in cui viene posto il film come sogno, o meglio, posto come la funzione di un sogno (reso sogno quindi, da un analista e non solo bisognoso di immagini) prestandosi grazie proprio allo strumento scopico ai livelli di comunicazione iconica (polivalente a quella verbale e simbolica) da cui è possibile cogliere aspetti regrediti, sospesi. Svincolando i film che trattano di psicoanalisi ad esserne una documentazione, ogni film quindi può stimolare il campo evocativo nei diversi livelli.

 Esattamente come accade quando un analista viene a trovarsi di fronte al sogno di un suo paziente e si inaugura tra i due il complesso percorso teso a cogliere la funzione poietica e trasformatrice che la mente inscrive nelle pieghe del sogno

Il cinema di cui qui si vuol parlare non è rivolto, quindi, a quelle tematiche essenzialmente legate alla psicoanalisi.

Il cinema di cui qui si vuol parlare è quel tipo di cinema evocativo, un atto creativo prima che un oggetto nevrotico da analizzare, quel cinema che sfiori con delicatezza immagini che riescano a toccare aree sospese o bloccate del sé e che come le reverie dell’analista, gli enactment, le associazioni libere del paziente o l’attenzione fluttuante dell’analista, può creare un ulteriore dispositivo per portare icone al movimento del Processo Dissociativo, che non deve necessariamente essere accostato a necessità psicopatologiche ed essere cosi un cinema che ci faccia semplicemente entrare in contatto con noi stessi, che ci emozioni, che assolva quindi il concetto di opera d’arte, che assolva contemporaneamente l’essere caverna di immagini fatue e visitatore all’interno di essa, che ne ponga la propria e originale visione, sia per lo spettatore che per l’autore.

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Manuela Agostini
Manuela Agostini

Dott.ssa in Psicologia della salute clinica e di comunità

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Boccara P., Riefolo G., Al cinema dallo psicoanalista, Borla, Roma 2015
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