Il diavolo veste Prada (2006) e l’ossessione per la carriera – Recensione

Il film parla degli effetti del lavoro sull'identità personale e pone una riflessione sulla dipendenza da lavoro, spesso confusa con sano coinvolgimento

ID Articolo: 121057 - Pubblicato il: 11 maggio 2016
Il diavolo veste Prada (2006) e l’ossessione per la carriera – Recensione
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Il diavolo veste Prada pone una riflessione importante sull’attuale rappresentazione sociale degli elementi psicologici centrali nel contesto lavorativo, tra cui la motivazione e il coinvolgimento, spesso confusi con il perseguimento ossessivo ed estenuante degli obiettivi.

 

 

Tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, Il diavolo veste Prada è una storia verosimile che riprende alcuni dettagli ricorrenti nel mondo del lavoro e trasversali ad altre professioni, e ritrae, altresì, la relazione tra determinate variabili essenziali per l’individuo e la realtà organizzativa, come la cultura dell’organizzazione, il desiderio di potere e gli aspetti del sé. Il racconto pone una riflessione importante sull’attuale rappresentazione sociale degli elementi psicologici centrali nel contesto lavorativo, tra cui la motivazione e il coinvolgimento, spesso confusi con il perseguimento ossessivo ed estenuante degli obiettivi.

Guardando questo Il diavolo veste Prada, quindi, sorge spontaneo domandarsi se alcuni fenomeni psicopatologici, nella fattispecie la dipendenza da lavoro, vengano sempre riconosciuti come tali o confusi, il più delle volte, come il giusto modo di considerare la propria occupazione, a prescindere dal riconoscimento e dalla approvazione ricevuta.

 

 

Trama

Andrea è una giovane aspirante giornalista che finisce per ricoprire l’incarico di prima assistente di Miranda Priestly, la direttrice di Runaway, il giornale di moda più celebre d’America, famosa per le innumerevoli conoscenze nel campo del giornalismo. La ragazza dovrà affrontare un lavoro sempre più estenuante ed esigente sopportando umiliazioni e fatiche esagerate pur di fare curriculum e avanzare in carriera.

 

 

La cultura organizzativa e il cambiamento soggettivo

Andrea entra negli uffici di Runaway con la ‘gonna della nonna’, come le fa notare gentilmente la collega Emily, ed esce con le scarpe di Jimmy Choo e gli occhiali di Chanel.

Messaggio pubblicitario Un bel cambiamento, considerando che la protagonista pensava che ‘l’alta moda fossero i grandi magazzini’, espressione utilizzata dalla sua migliore amica esterrefatta di fronte al cambiamento radicale e repentino.

L’estetica, però, non è l’unica novità. Da quando lavora per Miranda, Andrea non ha più una vita privata. Arriva in ritardo anziché in anticipo come il suo solito, rimanda gli appuntamenti all’ultimo momento, va via improvvisamente ed esclusivamente per motivi di lavoro, passa le ore al telefono con il capo davanti agli amici e al padre, sempre più basiti e delusi dal suo distacco giustificato.

Andrea ‘non ha altra scelta‘, come ripeterà ad oltranza, ignara che ci sono altre possibilità che non prende in considerazione, forse perché si illude che la carriera possa dipendere da quell’esperienza, o magari perché, banalmente, l’esperienza comincia a piacerle.

Non a caso, nell’arco di poco tempo dall’assunzione, la ragazza diventa attenta allo stile e alla dieta, una trasformazione che non riguarda un semplice adattamento alla cultura organizzativa, finalizzato a ricevere apprezzamenti, dimostrare impegno e passione o, banalmente, ad evitare il licenziamento, ma si estende anche alle parti identitarie più sotterranee. In altre parole, verrebbe spontaneo domandarsi il motivo della perseveranza in questa occupazione ben lontana dal giornalismo a cui aspira, e della sua improvvisa mutazione da ragazza con la gonna della nonna, a fashion victim con il completo di Narciso Rodriguez.

Probabilmente la risposta non riguarda solo le prospettive future, o perlomeno le aspettative di carriera, ma si estende anche allo stesso iter lavorativo che gradualmente cambia e quindi anche a quegli aspetti di sé non riconosciuti: piano piano Andrea comincia a trasformarsi, ad entrare nell’ottica della moda e a raggiungere più visibilità e apprezzamenti, un dato interessante che potrebbe sottolineare un principio di coinvolgimento lavorativo, e quindi anche di interesse e motivazione. Che sia sana o patologica, questo è ancora da discutere.

 

IL DIAVOLO VESTE PRADA – OFFICIAL TRAILER:

 

Tuttavia, sembrerebbe che la protagonista faccia una gran fatica a riconoscere l’idea che questa nuova vita possa in qualche modo risultare interessante e non più così estenuante, e quindi a vedersi diversa da prima, o semplicemente sempre di più simile alle colleghe, seguaci accanite del capo, che un tempo definiva le ‘tacchettine‘ indicando con ironia e amarezza l’ossessione per la forma fisica e l’aspetto estetico.

In altri termini, si assiste a due versioni temporali e talvolta intercambiabili di Andrea: la ragazza acqua e sapone, altruista, umile e generosa, e la ragazza chic, egoista, ostinata, e poco attenta ai bisogni degli altri e qualche volta anche ai suoi stessi bisogni. ‘Intercambiabili‘ perché Andrea ritorna nei suoi passi quando si accorge di aver superato il limite, dimostrando tatto e dispiacere, per poi proseguire comunque nelle sue scelte, ‘andando avanti‘, come affermerà Miranda.

L’ultima versione di sé sembra difficile da accettare e affrontare, tant’è che la protagonista non si accorge del motivo delle sue decisioni, prese per raggiungere gli scopi imposti dal capo e dall’azienda e quindi per avanzare in carriera senza pensare ai mezzi e alle persone circostanti. Andrea sembra proteggersi dietro l’incapacità di valutare altre decisioni, senza considerare che questo è un suo personalissimo punto di vista, perché, nella realtà dei fatti esiste un ventaglio ampio di possibilità, come quella di lasciare il posto di Parigi ad Emily, o di evitare di frequentare lo scrittore ambito per recuperare il rapporto precario con il fidanzato, o, infine, di cambiare occupazione, se la considera eccessiva, svilente ed estenuante.

Messaggio pubblicitario È proprio il confronto diretto con la personalità del capo a mettere la protagonista di fronte all’inevitabile riflessione su di sé: come affermerà serafica Miranda, entrambe condividono l’egoismo di scegliere senza farsi inondare dall’impatto empatico, senza preoccuparsi, così, dei sentimenti degli altri, anche se questo atteggiamento causerà con il tempo notevoli conseguenze sul piano dei rapporti interpersonali.

Probabilmente è la presa di coscienza di questa somiglianza a far scattare nella protagonista un passo indietro e un ritorno alle origini: Miranda sarà disposta ad accettare un ennesimo divorzio e a continuare ad essere se stessa, ma Andrea, probabilmente non è disposta a diventare come lei, pur rispettandola e ammirandola in un certo senso. Così si ribalta l’influenza: ora è una parte di sé, quella più acqua e sapone e altruistica a decidere di interrompere la corsa alla carriera ad ogni costo e placare l’altra parte egoistica e ostinata emersa in seconda istanza e gradualmente.

Questo però, avviene solo con la presa di coscienza delle componenti identitarie che l’hanno portata a perseverare nella condotta lavorativa e che si rivelano, pertanto, preziose per quel tipo di carriera, ma dannose per l’immagine percepita di sé e il rapporto con gli altri.

 

 

La dipendenza da lavoro

Un altro aspetto interessante è l’incapacità della protagonista di porre un limite alle esigenze del capo. Andrea è e dev’essere sempre presente se vuole mantenere il posto. Dalle telefonate durante i momenti di pausa, ai compiti per le gemelle e le commissioni per gli stilisti, quando chiama Miranda, lei risponde e obbedisce senza battere ciglio, anche se effettivamente l’orario di lavoro è terminato e le spetterebbe il meritato riposo.

Andrea sembra dipendere dal suo lavoro per la costante paura di perdere il posto, l’incapacità di svagarsi in altre attività, il distacco dalle relazioni significative, l’abuso lavorativo e la difficoltà ad assentarsi dal posto, elementi piuttosto ricorrenti nella sindrome da work addiction.

Non trascurabile è la mancanza di consapevolezza dell’esagerazione, che purtroppo non viene riconosciuta come tale nemmeno dall’organizzazione tesa a promuovere, al contrario, una fedeltà al lavoro attraverso una spinta ad innalzare vertiginosamente gli standard prestazionali. In altre parole, il problema non sussiste per Miranda e il suo staff e lo dice chiaramente Nigel mentre rimprovera Andrea di non aver eseguito correttamente il suo dovere, normalizzando i fallimenti interpersonali dovuti alla dedizione lavorativa, appunto perché se si vogliono raggiungere certi risultati, bisogna fare dei sacrifici e mettere il lavoro al primo posto della classifica dell’importanza dei contesti.

 

 

Le lezioni

Da un lato il film trasmette l’importanza della cultura organizzativa, dell’impegno e del coinvolgimento lavorativo nell’identità e di come alcune parti non riconosciute di sé entrino in gioco nel lavoro secondo manifestazioni differenti.

Dall’altra parte, la storia pone una riflessione essenziale sulla dipendenza da lavoro, talvolta erroneamente confusa con un sano coinvolgimento.

La mole eccessiva di tempo trascorso, il distacco dalle figure di attaccamento, il pensiero ossessivo sui compiti e doveri, lo stress psicofisico, le giustificazioni sono alcuni campanelli d’allarme preoccupanti nel singolo caso, ma anche, e soprattutto, nella collettività, in particolare quando questi elementi diventano parte integrante di una cultura organizzativa condivisa e accettata.

In altri termini, quando la dipendenza da lavoro viene bypassata per una naturale e doverosa motivazione e perseveranza negli obiettivi si ottengono fenomeni molto pericolosi per il benessere psicofisico, ma soprattutto diventa decisamente arduo il compito di demarcare e riconoscere a livello individuale e collettivo una gestione sana da una patologica del carico lavorativo.

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Bibliografia

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  • Lucchini, A., Cicerone, P. E., (2011), Oltre l’eccesso, Franco Angeli.
  • Guidano, V., (1992), La differenziazione e lo sviluppo dei contorni del sé. In Guidano, V., (Ed)., Il sé nel suo divenire (1° ed., pp. 18-31).
  • Shein E. H., (2004), The Learning Culture and the Learning Leader in Shein, E. H., (Ed)., Organizational Culture and Leadership (3d ed., pp. 393-418). Jossey Bass.
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