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Amazzoni dentro: origini e cause dell’aggressività femminile

Come inizia la repressione dell’ aggressività femminile ? La questione è anche di importanza psicologica: come si è potuto, infatti, reprimere tale istinto?

ID Articolo: 117616 - Pubblicato il: 03 febbraio 2016
Amazzoni dentro: origini e cause dell’aggressività femminile
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Solo nel Novecento la donna prende coscienza di un’oppressione che aveva avuto origine molti secoli prima e il risorgimento dell’ aggressività femminile ha permesso alla donna di avere uno strumento tra le mani per riportare a galla un diverso modo di essere e di pensare.

Nella cultura mediterranea i miti ci raccontano come l’aggressività femminile sia stata sempre repressa, e non solo, anche l’intero sistema ‘al femminile’ ha subito deformazioni, inganni e tabù.

La più antica figura mitologica è Inanna, una dea sumera che rappresentava il principio della fecondità e della trasformazione ciclica. Il pensiero ricettivo, la carica erotica, il potenziale trasgressivo. Inanna aveva accettato le regole del regno dei morti: viene fatta a pezzi dalla sua stessa sorella, davanti ai suoi occhi. Ciò che l’aveva spinta all’inferno fu la pietà, la stessa pietà che poi la farà risorgere tornando sulla terra, ma scoprirà di essere ripudiata da un pastore che grazie a lei e ai suoi poteri era diventato un dio-re. Fu allora che Inanna manifestò tutto il suo potere e tutta la sua collera.

Messaggio pubblicitario Lilith, originariamente appariva nella Genesi accanto ad Adamo. Successivamente gli ebrei decisero di cancellarla dalla storia ma l’Arcangelo Gabriele, per ordine di Dio, cercò di convincerla a tornare accanto ad Adamo. Ella rifiutò, ma l’arcangelo fu irremovibile nell’imporle obbedienza e sudditanza all’uomo. Lilith rimase dov’era, e da quel momento è ricordata come la parte ripudiata dell’archetipo femminile.

Meti era la dea greca più sapiente e Zeus ne era intimorito. Un giorno Zeus decide di rapire Meti e imprigionarla tra le sue braccia sperando che tra l’unione dei due potesse nascere un figlio ancora più intelligente. Ci ripensò e decise di tenersi Meti come un possesso, mangiandola. Dopo nove mesi Zeus viene colto da un terribile mal di testa: ne uscì Atena, dagli occhi azzurri, lo sguardo intelligente e orgoglioso. Meti era diventata Atena attraverso un sacrificio per mano di Prometeo: la donna doveva essere alleata dell’uomo e doveva pensare con la propria testa.

Questi brevi scorci di mitologia ci illuminano a malapena sulla condizione reale in cui la donna si è trovata per molti secoli e che ad oggi ancora sembra presente, seppur in modo velato.

 

La repressione dell’ aggressività femminile

Come è iniziata la repressione dell’ aggressività femminile? La questione è importante non solo da un punto di vista antropologico, ma anche psicologico. Di fatti, come si è potuto reprimere quest’istinto? Non si può trovare una risposta solo focalizzandoci sulla storia personale di una donna. In realtà, è dall’intreccio tra coscienza e inconscio dell’umanità che si deve ricercare quel fenomeno chiamato ‘mutazione degli istinti’. Nel dover capire cosa è successo, ci addentriamo nei meandri della psicoanalisi sociale. Infatti è solo nel Novecento che la donna prende coscienza di un’oppressione che aveva origine molti secoli prima e il risorgimento dell’ aggressività femminile, ha permesso alla donna di avere uno strumento tra le mani per riportare a galla un diverso modo di essere e di pensare.

Secondo la prospettiva psicoanalista, il blocco di un istinto provoca dei danni, anche sotto la spinta dell’evoluzione. Se un istinto si ammala emergono dei meccanismi compensatori- le nevrosi- che si manifestano attraverso dei sintomi. Ad esempio, un attacco di panico in ascensore ci segnala che nella personalità del soggetto vi è un nucleo nevrotico. Evidenze dimostrano come l’aggressività rimossa tenda a trasformarsi in autoaggressività e per estensione sintomatologica frigidità, depressione, disordini alimentari, ansia di controllo e così via.

Queste osservazioni ribaltano l’idea secolare che donna sia uguale a ipoaggressività. Le cose, in natura non stanno così. La complessa repressione istintuale attuata ai tempi del nazismo attraverso l’internamento oppure attraverso l’inibizione sessuale ai tempi della regina Vittoria, comportò pulsioni violente, stati d’ansia, difficoltà di concentrazione e nei casi più gravi, deliri, allucinazioni e disperazione. Non a caso i più famosi casi di isteria sono rintracciabili proprio a cavallo tra Ottocento e Novecento. Gli istinti repressi per secoli sono riemersi in tutta la loro cattività nell’ambito di un grande mutamento sociale che fu l’avvento della società industriale.

Messaggio pubblicitario Purtroppo il deficit aggressivo femminile non è stato analizzato a fondo dai padri fondatori della psicoanalisi, nonostante lo stesso Freud, nella seconda topica, parlasse di Thanatos come istinto di morte, o aggressività, che può portare un individuo ferito alla coazione a ripetere di azioni lesive, rimanendo così legato a ciò che lo fa star male (una sorta di masochismo inconscio). Tuttavia, nell’ambito della psicologia analitica di Jung vi è stato un superamento della teoria pansessuale freudiana, considerando la libido una pulsione vitale globale. In quest’ottica, il talento creativo, l’attivismo politico, il fervore intellettuale sono manifestazioni di un desiderio più profondo, più ampio, appartenente al patrimonio istintuale della nostra specie.

A partire dalle osservazioni junghiane, molte psicoanaliste si sono interessate a tutto ciò che le donne esperiscono costantemente: sensi di colpa, autodistruttività, senso del dovere e del sacrificio, inadeguatezza, rabbia. E’ emerso da diversi studi clinici, che nelle donne il senso di colpa (spesso ingiustificato) è radicato nel reato del ‘non essere’: donne e bambine che si sentono in colpa per aver subito violenze sessuali, tendono a reprimere la vergogna, a non parlare, a non esprimersi.

Ma la colpa si esprime anche in ambito lavorativo: colpa del desiderio di fare carriera ed essere madre allo stesso tempo, colpa del mettersi in mostra, colpa dell’essere troppo assertiva e così via. Il pensiero solitamente presente, seppur a livello inconscio è ‘Se non posso trovare senso nella mia identità e quindi nella mia vita, allora lo troverò sacrificandomi per l’identità altrui. Il mio senso sarà quello di essere vittima’.

Ad oggi, soprattutto nella società occidentale e progredita, si possono osservare molti cambiamenti nello stile di vita e nel pensiero femminile, così come in quello maschile. Più libertà di scelta (ad esempio, in vista di una realizzazione professionale), più libertà di espressione (attraverso lo studio, la scrittura, i media) e più opportunità dal punto di vista sociale. Tuttavia ancora molto cammino rimane da fare perché la donna prenda consapevolezza della sua energia interiore e delle sue potenzialità, così che la dolce amazzone che si trova dentro di sé possa riemergere in tutto il suo splendore.

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