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Mangiare bene: un’abitudine che si impara da piccoli

Secondo i ricercatori, è opportuno promuovere nell'ambiente familiare un clima di informazione e di consapevolezza di ciò che si mangia 

ID Articolo: 117424 - Pubblicato il: 01 febbraio 2016
Mangiare bene: un’abitudine che si impara da piccoli
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La strategia migliore sarebbe, secondo i ricercatori della La Trobe University, la promozione di un ambiente familiare in cui non si seguano rigidi parametri calorici o ponderali, ma al contrario, si instauri un clima di informazione e consapevolezza relativa a ciò che si mangia.

 

Buone abitudini alimentari e soddisfazione per il proprio corpo sono fattori fondamentali per la salute fisica e psicologica di ciascuno di noi, bambini inclusi. Essere insoddisfatti del proprio aspetto e in sovrappeso espone anche i più piccoli al rischio di una vita poco sana e, in alcuni casi, allo sviluppo di sintomi depressivi e veri e propri disturbi alimentari. Coinvolgere i genitori risulta quindi fondamentale per evitare l’emergere e il consolidarsi di pattern alimentari disfunzionali e tenere sotto controllo le aree di vulnerabilità. Nel corso del tempo sono stati messi a punto progetti di intervento di varia ispirazione e natura ma, in molti casi, si è tralasciato l’intervento preventivo limitandosi alla gestione dei sintomi e ponendo il focus sul peso piuttosto che sulla salute alimentare nel suo significato più ampio.

Così affermano i ricercatori della La Trobe University di Melbourne, Australia, che hanno messo a punto un intervento denominato Confident Body Confident Child (CBCC). Il programma, recentemente sottoposto a verifica sperimentale, ha carattere preventivo ed è dedicato ai genitori di bambini tra i 2 e i 6 anni d’età. Come affermano gli autori, il CBCC interviene prima di tutto sull’atteggiamento dei genitori nei confronti dell’aspetto fisico proprio e dei figli e sul ruolo attribuito al cibo nel modello educativo del nucleo familiare. I comportamenti a rischio possono essere talvolta difficili da individuare: se è intuitivo che l’assunzione di cibo ipercalorico e preconfezionato comporta il rischio di un aumento di peso e che la svalutazione da parte del genitore dell’aspetto dei figli li espone al pericolo dell’insoddisfazione per il proprio corpo, potrebbe risultare meno evidente che utilizzare il cibo come premio o punizione è altrettanto disfunzionale. In altre parole, contare le calorie serve a poco se si finisce con il ricompensare con un gelato un bambino che ha mangiato la frutta o si sospendono le merendine per un capriccio.

Messaggio pubblicitario La strategia migliore sarebbe quindi, secondo i ricercatori della La Trobe University, la promozione di un ambiente familiare in cui non si seguano rigidi parametri calorici o ponderali, ma, al contrario, si instauri un clima di informazione e consapevolezza relativa a ciò che si mangia. Come? Proponendo ai genitori un percorso educativo di sei settimane nel corso delle quali si forniscano opuscoli, poster, libri per bambini, un sito internet cui poter accedere per chiarire i propri dubbi e un workshop per imparare come mettere in pratica ciò che si è appreso.

I risultati per ora sono incoraggianti e rivelano, al termine del programma, una maggiore consapevolezza da parte dei genitori relativa ai comportamenti che espongono i bambini al rischio di pattern alimentari disregolati e una minore intenzione di mettere in atto tali comportamenti. Ulteriori ricerche potranno chiarire se, sul lungo periodo, questo sia sufficiente per garantire abitudini alimentari sane e un peso nella norma. È forse il caso, sembra suggerire lo studio, di ripensare il modo in cui mangiamo, per tutelare noi stessi e i più piccoli dal rischio di sovrappeso e disturbi alimentari e garantire a tutta a famiglia un rapporto sereno e salutare con il cibo.

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