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Il Congresso dell’European Council of Eating Disorders (ECED) di Heidelberg, 20-22 novembre 2015 – report parte 2

Diversi gli esperti intervenuti all'ECED 2015: l'evento infatti mantiene un atteggiamento ecumenico, non chiuso ai trattamenti non cognitivi per i DCA.

ID Articolo: 115875 - Pubblicato il: 25 novembre 2015
Il Congresso dell’European Council of Eating Disorders (ECED) di Heidelberg, 20-22 novembre 2015 – report parte 2
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L’ECED ha sempre avuto un atteggiamento ecumenico, non rimanendo chiusa ai trattamenti non cognitivi per i disturbi alimentari. 

Tra le cose che abbiamo seguito nel secondo giorno del congresso ci ha convinto un lavoro dello svizzero Dagmar Pauli sull’importanza del trattamento domiciliare per i disturbi alimentari gravi, quelli più restii alla cura e più invischiati nell’ambiente familiare o più danneggiati, mentre il norvegese Kjersti Hognes Berg ci ha aggiornato sull’utilità della fisioterapia per queste pazienti, non solo da un punto di vista fisico ma anche psicologico: la fisioterapia possiede anche un aspetto esperienziale e corporeo che incrementa il benessere in queste pazienti, pur non producendo miglioramenti sintomatici.

Messaggio pubblicitario Barbara Pearlman ha illustrato come lei integra interventi neuroscientifici cognitivi e psicodinamici nella sua pratica clinica, secondo un modello che sembra dovere molto al lavoro di Peter Fonagy. Puramente psicodinamici invece i modelli della francese Florence Askenazy e della danese Susanne Lunn. Non è una sorpresa. L’ECED ha sempre avuto un atteggiamento ecumenico, non rimanendo chiusa ai trattamenti non cognitivi per i disturbi alimentari.

 

È stato anche un congresso dedicato alla trascurata figura del paziente con disturbo alimentare di sesso maschile. Ne hanno parlato sia lo spagnolo Fernandez-Aranda che le norvegesi Lynn Reas e Stedal. Timea Krizbai dalla Romania ha parlato di ortoressia, questo nuovo disturbo alimentare caratterizzato dall’ossessione di mangiare sano. Krizbai ci ha spiegato che le persone con Ortoressia Nervosa, infatti, mettono in atto dei veri e propri rituali ossessivi, che possono essere suddivisi in 4 fasi (Brytek-Matera, 2012):

1 – forte preoccupazione al pensiero di cosa mangiare, con conseguente pianificazione dei pasti con diversi giorni di anticipo, nel tentativo di evitare i cibi ritenuti dannosi (ad es., cibi contenenti pesticidi residui o ingredienti geneticamente modificati o ‘artificiali’, oppure ricchi di un componente ritenuto insano come lo zucchero o il sale);

2 – impiego di una grande quantità di tempo nella ricerca e nell’acquisto degli alimenti a scapito di altre attività;

3 – preparazione del cibo secondo procedure particolari ritenute esenti da rischi per la salute (ad es., cottura particolare dei cibi o utilizzo di un certo tipo di stoviglie);

4 – sentimenti di soddisfazione e autostima oppure di colpa e forte disagio a seconda dell’avere o meno rispettato le regole auto-imposte.

 

Molto interessante la tedesca Elisabeth Kohls che ha dimostrato come una buona ed equilibrata alimentazione prevenga non solo l’anoressia ma anche la depressione. L’australiana Charlotte Keating ha esplorato l’attaccamento insicuro nei disturbi alimentari.

Messaggio pubblicitario Nel dibattito finale, un must dell’ECED, si sono scontrate l’olandese Isis Elzakkers e la finlandese Anna Keski-Rakhonen, la prima difendendo la bontà della necessità di trattamenti evidence based in nome del rigore scientifico, la seconda attaccandoli nel nome della creatività clinica. L’olandese aveva sostenuto che è difficile difendere una posizione anti evidence in un congresso psicologico psichiatrico e psicoterapeutico di questi tempi, ma certo il ridotto successo del protocollo di Fairburn nelle anoressiche restrittive o binge purge, ha provocato un certo scetticismo, una certa tendenza a essere disillusi sull’efficacia, e invece di arricchire e tentare di comprendere meglio il funzionamento di queste pazienti, si è visto qualche tentativo di ricorrere di nuovo alla necessità del simbolico, dell’interpretativo.

A nostro giudizio molto c’è ancora da fare nel mondo della ricerca sui disturbi alimentari per integrare le conoscenze che provengono dai diversi campi e per arrivare a un modello più fine, esaustivo e preciso del funzionamento di queste pazienti. Basti pensare al ruolo dei processi, come il rimuginio e la ruminazione, ancora del tutto trascurati nelle ipotesi di intervento clinico e psicoterapeutico. Solo questa può essere una premessa a una nuova corrente di ricerca di efficacia psicoterapeutica basata su ipotesi nuove.

Il congresso si è concluso nella consueta atmosfera amichevole e familiare che lo connota da sempre. Arrivederci tra due anni.

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