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Seguire il cuore o la ragione nella scelta del lavoro? Il ruolo di abilità e vocazione

La vocazione sembra essere più importante delle abilità reali e questo porta ad attribuire meno importanza alle valutazioni espresse dall'esterno.

ID Articolo: 115677 - Pubblicato il: 25 novembre 2015
Seguire il cuore o la ragione nella scelta del lavoro? Il ruolo di abilità e vocazione
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La vocazione paga più della precisione tecnica e dei riconoscimenti provenienti dall’esterno. E non solo: la vocazione influisce sui processi cognitivi spingendo l’individuo ad attribuire priorità alle proprie valutazioni, mettendo in secondo piano le informazioni provenienti dal mondo esterno.

L’unico modo per fare qualcosa di grande è amare ciò che fai
diceva Steve Jobs.

In un momento storico in cui la ricerca di lavoro sembra costituire un momento difficile per la maggior parte dei giovani sorge spontaneo un interrogativo: inseguire i propri sogni può essere una strategia vincente nella ricerca di un’occupazione? O è più saggio mettere in secondo piano la passione e ambire ad una posizione relativamente stabile e ben retribuita? Idealmente, non avremmo dubbi nell’affermare che la soluzione auspicabile sia un incontro tra questi due aspetti, ma in un contesto di precarietà e incertezza lavorativa le possibilità di trovare un impiego che ci appassioni e ci appaghi, garantendo al tempo stesso buone entrate e sicurezza sembrano scarse. Ci si trova a dover fare una scelta: seguire il cuore o la ragione?

I ricercatori dell’Università di Tel Aviv hanno recentemente indagato questi temi, chiedendosi quanto la presenza di una forte motivazione intrinseca nella scelta del percorso formativo e occupazionale influisca, a distanza di anni, sulla probabilità di trovare effettivamente lavoro nel settore desiderato. E lo hanno fatto scegliendo un settore in cui la conciliazione tra motivazioni intrinseche ed estrinseche sembra particolarmente rara: la carriera musicale.

Messaggio pubblicitario In uno studio longitudinale della durata di undici anni, 450 ragazzi nella fase di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, tutti musicisti amatoriali al momento della prima valutazione, sono stati contattati cinque volte e monitorati rispetto alla motivazione, alle abilità e ai progressi di carriera. In particolare, la motivazione intrinseca è stata valutata nei termini di vocazione e misurata con un questionario composto da affermazioni del tipo ‘La mia esistenza sarebbe molto meno significativa senza il mio coinvolgimento nella musica’ oppure ‘In qualche modo, ho sempre in mente la musica’. Le abilità musicali dei partecipanti sono state valutate sia nei termini di abilità percepite dagli stessi, sia come competenze valutate da giudici esperti che hanno esaminato abilità di natura tecnica e performance dei singoli ragazzi. I successi di carriera, invece, sono stati valutati in base al titolo di studio ottenuto e all’occupazione nel settore, considerando come professionale sia le esibizioni e le composizioni, sia l’attività di insegnamento. Sono inoltre stati considerati i premi vinti e i risultati ottenuti nel corso delle audizioni: un musicista di successo deve saper stare sul palco ed esibirsi davanti ad un pubblico.

I risultati della ricerca hanno evidenziato alcuni dati interessanti. Innanzitutto, la vocazione che i ragazzi hanno riferito nel corso della prima valutazione, ad un’età media di 17 anni, è risultata connessa al raggiungimento di obiettivi lavorativi in ambito musicale nel corso della fase conclusiva dello studio. Si noti tuttavia che a mediare tra questi due aspetti sembra essere, secondo quanto riportato dagli autori, l’abilità percepita dai partecipanti. In altri termini, i ragazzi con una vocazione più forte per la musica nel corso dell’adolescenza si sono autovalutati in termini più positivi in età giovanile e, nel corso del tempo, hanno effettivamente avuto più successo.

È interessante notare che alla migliore percezione di abilità non corrispondeva una migliore abilità oggettiva. Insomma, la vocazione paga più della precisione tecnica e dei riconoscimenti provenienti dall’esterno. E non solo: la vocazione influisce sui processi cognitivi spingendo l’individuo ad attribuire priorità alle proprie valutazioni, mettendo in secondo piano le informazioni provenienti dal mondo esterno. Questo spiegherebbe almeno in parte come mai, nonostante le scarse possibilità di successo, i musicisti con una forte vocazione continuino per la propria strada. Seguire il cuore, in fin dei conti, potrebbe essere una buona strategia per essere soddisfatti della propria vita lavorativa.

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