Il rapporto tra padre e figlia nel nuovo film di Muccino: un legame mai scontato

Nel nuovo film di Gabriele Muccino: la perdita della madre e le conseguenze in termini di trauma e attaccamento nel rappporto con il padre.

ID Articolo: 114560 - Pubblicato il: 16 ottobre 2015
Il rapporto tra padre e figlia nel nuovo film di Muccino: un legame mai scontato
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Già dal titolo ci si può immaginare quanto il tema sia toccante, profondo, delicato. Il rapporto tra padre e figlia ha da sempre affascinato gli psicologi perché rappresenta un legame mai scontato.

Nel film di Gabriele Muccino, Jack, uno scrittore di successo, sembra avere ogni risorsa e capacità per offrire un attaccamento sicuro alla figlia Katie, una deliziosa e dolce bambina bionda che fin da piccola è chiamata a fare i conti con un destino crudele. La morte della madre è il primo grave trauma di Katie, ma l’elaborazione del lutto è favorita da un padre presente, affettuoso, premuroso, che come unico obiettivo nella vita ha quello di prendersi cura della figlia. Gli scambi di gioco, verbali e di silente affetto, tra i due sono commoventi, e ricordano che l’amore di un genitore può tutto, anche far superare la perdita e l’assenza dell’altro.

La tenera bambina diventa una donna molto bella, si laurea in psicologia, con un desiderio e una capacità incredibili di aiutare gli altri, ma con un vuoto interiore che lei stessa non riesce a definire alla sua terapeuta. L’angoscia che prova ogni volta che sente questo vuoto la porta ad agire comportamenti autodistruttivi, come avere rapporti sessuali occasionali con persone sconosciute o arrivare a bere così tanto da ubriacarsi spesso. E allora inizi a pensare a com’è possibile che con un padre come il suo abbia sviluppato un vuoto tanto incolmabile, cominci a chiederti perché non riesca ad avvicinarsi e ad entrare in intimità con le persone, nonostante nella sua infanzia abbia goduto di un amore paterno così profondo, sano e sicuro.

Messaggio pubblicitario Poi, come spesso accade nella vita delle persone, avviene qualcosa che può curare la paura, che aiuta a capirla e a prendere le distanze dai comportamenti disfunzionali che si mettono in atto per difendersene. Tante volte questo qualcosa è una psicoterapia, altre volte sono eventi di vita, altre ancora incontri con persone disposte a comprenderti, a starti accanto per aiutarti a cambiare, a farti modificare i tuoi timori sostituendoli con delle sicurezze. Capita anche che tutte queste cose accadano insieme, e il circolo, allora, da vizioso si trasforma in virtuoso.

È quanto succede a Katie: una grande soddisfazione nell’ ambito professionale che la mette a stretto contatto coi suoi temi dolorosi, la psicoterapia, l’incontro con un uomo disposto ad amarla e a starle accanto senza giudicarla, mentre lei si sforza di essere diversa. Certo, il percorso non è così lineare, Katie continua ad aver paura non sa di cosa e continua a farsi del male per stare lontana dai suoi temi dolorosi. Katie non può e non vuole sentirsi di nuovo amata e poi abbandonata, piuttosto che correre questo rischio preferisce la solitudine e la lontananza dalle persone. La frase del compagno “Non tutte le persone che ti amano prima o poi ti abbandonano” colpisce e risuona nella giovane donna. La morte della madre non è l’unico abbandono nella vita di Katie, la sua cognizione negativa di essere in pericolo quando è amata, è supportata da altre esperienze che le hanno confermato come le persone che ti amano possano sparire, lasciarti, abbandonarti.

Il film ha un lieto fine nel quale sinceramente speravo, ma nel quale non credevo.
Infine, una riflessione che il film a mio avviso suggerisce con grande efficacia: Katie si sarebbe concessa la possibilità di stare meglio se, invece di avere un padre come Jack, avesse avuto un padre assente, che la trascurava o, ancora peggio, che non la “vedeva”?

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