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SAK. Søren Aabye Kierkegaard (2015) di Joakim Garff – Recensione

La recente biografia ridona a Kierkegaard la sua importanza: egli si staglia sullo sfondo della psichiatria fenomenologica, sia dell’analisi esistenziale.

Di Marco Innamorati

Pubblicato il 13 Ott. 2015

Aggiornato il 29 Dic. 2015 01:21

La monumentale biografia di Kierkegaard scritta da Joakim Garff riempie con successo un vuoto editoriale abbastanza inspiegabile.

A short life of Kierkegaard di Walter Lowrie, infatti, ultimo significativo lavoro biografico (peraltro mai tradotto il italiano) sul filosofo danese, risaliva addirittura al 1951. Eppure Kierkegaard fu, con Nietzsche e Schopenhauer, uno dei protagonisti della svolta filosofica ottocentesca che, con una parola non felicissima, è stata battezzata come irrazionalismo.

Il pensiero kierkegaardiano ha influenzato in maniera determinante l’arte e la letteratura nordeuropea: Ibsen e Munch sono incomprensibili senza la sua filosofia. I più importanti teologi si sono ispirati a lui, a partire da Barth, Tillich e Bonhoeffer. Soprattutto, però, Kierkegaard è il padre riconosciuto di tutto il movimento esistenzialista del Novecento, da Heidegger a Jaspers, a Sartre. Indirettamente, quindi, la sua figura si staglia sullo sfondo tanto della psichiatria fenomenologica, quanto dell’analisi esistenziale, due movimenti tutt’altro che secondari nel panorama delle cure della psiche intese in senso moderno.

Gli scritti kierkegaardiani più importanti, tuttavia, vengono più spesso citati che compresi nel loro reale significato. Le ragioni di questa circostanza sono molteplici. In primo luogo Kierkegaard scrisse in danese, onde la possibilità di leggere le sue opere in lingua originale è di fatto riservata ai suoi connazionali e a pochi specialisti. Soprattutto però, a parte i cosiddetti Discorsi edificanti e alcuni scritti polemici, tutte le opere che Kierkegaard pubblicò durante la sua vita vennero da lui firmate con degli pseudonimi, ai quali il vero autore attribuiva una personalità e una prospettiva indipendenti.

Nella concezione kierkegaardiana vi sono tre diverse e coerenti possibilità di vivere coerentemente l’esistenza (tre stadi): quello estetico, quello etico, quello religioso. Riassumendo, con imbarazzante concisione, lo stadio estetico è quello di chi vive in funzione della bellezza dell’istante; gli archetipi ne sono Don Giovanni e Faust, e Kierkegaard sembra provare quasi disgusto verso le opere letterarie nelle quali simili personaggi, alla fine, si convertono. Lo stadio etico vive per la ripetizione; l’eroe tipico ne è chi vive il matrimonio come se fosse in perenne contemplazione di un pittoresco ruscello. Forse non vivrà mai slanci di gioia ma neanche profonde delusioni, permanendo in uno stato di pace interiore. Lo stadio ulteriore è quello religioso, che nel pensiero kierkegaardiano è una situazione paradossale, determinata da un salto nella fede. Un tale salto non è per tutti ma solo per figure eccezionali. Il vero Cavaliere della fede, per Kierkegaard, è Abramo, l’uomo capace di sacrificare il proprio figlio a Dio. Kierkegaard ritorna sull’episodio biblico per sottolineare qualcosa che usualmente è passato sotto silenzio: dal punto di vista puramente umano, Dio è il peggiore nemico dell’uomo.

L’accettazione del Dio biblico e del Dio cristiano dipende dunque dal passaggio in una dimensione esistenziale completamente diversa, dove ci si affida interamente alla divinità. In questo senso, per Kierkegaard è un profondo equivoco l’affermazione per cui siamo tutti cristiani. Negli scritti pseudonimi, Kierkegaard scrive come se incarnasse una persona che viva in uno dei tre stadi: in Enten-Eller (o Aut-aut), per esempio, vi sono due presunti autori A e B, il primo dei quali è un seduttore impenitente e il secondo un marito fedele. Timore e tremore viene scritto come se l’autore fosse un poeta della fede che non riesce però a compiere il relativo salto. Due opere firmate con un altro pseudonimo, che si dichiara cristiano, si occupano di temi non proprio scontati da una simile prospettiva: si tratta di Il concetto dell’angoscia e La malattia mortale. In questi due ultimi testi (forse i più noti e influenti del Danese), infatti, al centro delle riflessioni sono l’angoscia e la disperazione. La descrizione fenomenologica degli stati d’animo relativi presenta notevoli anticipazioni rispetto alla psicologia dinamica successiva, distinguendo per esempio l’angoscia priva di oggetto, l’angoscia verso il nulla e l’angoscia verso un oggetto preciso, con delle sottigliezze analitiche di straordinario interesse. In ogni caso, chi non tenga conto dell’esistenza di una progettualità di insieme così complessa e tentacolare rischia continuamente di confondere, nelle varie opere, ciò che appartiene alle intenzioni dell’autore e ciò che invece va attribuito alla soggettività diversa dello pseudonimo a nome del quale Kierkegaard decide di volta in volta di scrivere.

Quest’uomo, che ha inciso una traccia indelebile nella cultura occidentale, non ha mancato di lasciare ampi inediti autobiografici. I cosiddetti Papirer (Carte) sono infatti venti volumi di appunti di lettura, riflessioni e ricordi sparsi che hanno appassionato generazioni di lettori, malgrado il loro carattere rapsodico e disorganico. Di essi in italiano è da tempo disponibile già un’ampia selezione (apparsa come Diario, in dieci volumi), forse la più estesa che sia stata edita fuori dalla Danimarca.

Tuttavia il punto di vista di Kierkegaard sulla propria vita, ricavabile dagli scritti, lascia aperti degli interrogativi inquietanti. Kierkegaard stesso scrive, anticipando Freud, che ogni uomo è essenzialmente ciò che è diventato all’età di dieci anni; o che si scoprirà che quasi tutti hanno una tara risalente alla propria infanzia che non scomparirà nemmeno a settant’anni; o anche che tutte le individualità infelici si rapportano a un’impressione sbagliata della propria infanzia.

Eppure ben poco della sua infanzia egli racconta. Poco si ricava del padre, anche se è evidente come questi dovesse risultare, per quanto ricco, avaro e scostante con il figlio. Nulla addirittura si viene a sapere sulla madre, che non viene mai nominata né nel Diario, né nelle opere (pseudonime o meno). Idee vaghe e contrastanti Kierkegaard lascia anche a proposito del suo rapporto con Regina Olsen, la ragazza prima vista come ideale, poi chiesta in sposa, salvo rompere clamorosamente il fidanzamento tra lo sconcerto di parenti e amici di ambedue.

La ricostruzione offerta da Garff, che non trascura minuziosissime ricerche di archivio, è dunque un lavoro prezioso per chi voglia approfondire il mondo di questo affascinante e misterioso filosofo.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Garff, J. (2015). SAK. Søren Aabye Kierkegaard. Castelvecchi, Roma.
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