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Il lutto. Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR (2015) – Recensione

Gli autori descrivono la psicoterapia cognitivo-evoluzionista e l'EMDR come possibili strategie terapeutiche per la risoluzione del lutto

ID Articolo: 113247 - Pubblicato il: 10 settembre 2015
Il lutto. Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR (2015) – Recensione
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Queste pagine hanno l’abilità di inserirsi nel delicato equilibrio tra il lutto come processo psicologico umano naturale, inevitabile e auspicabile, e il lutto patologico, dove il dolore diventa qualcosa di troppo, troppo forte, troppo grande che ha il potere di disorganizzare l’esistenza della persona, arrivando in alcuni casi a tramandarsi come fattore di vulnerabilità nella vita delle generazioni successive.

Una cosa prima di tutte; difficile recensire il libro di Antonio Onofri e Cecilia La Rosa con la stessa lucidità, profondità e delicatezza con la quale è stato scritto.
La scelta di un una chiave di lettura psicologica e psichiatrica del fenomeno non impedisce al lettore di scorgere, attraverso una finestra sempre aperta, l’aspetto biologico – evoluzionistico, antropologico, storico, religioso, letterario e profondamente umano.
Come possiamo concepire l’assenza, il non essere, la non esistenza di qualcuno che è stato parte della nostra vita e del nostro essere, della nostra identità? Che forma prende? Che luogo abita fuori o dentro di noi chi “non c’è più” ?

Gli autori attraversano con ricchezza di riflessioni teoriche e cliniche il cordoglio, fenomeno così radicato nella natura vulnerabile dell’uomo ma di cui tuttavia si è persa familiarità. Queste pagine hanno l’abilità di inserirsi nel delicato equilibrio tra il lutto come processo psicologico umano naturale, inevitabile e auspicabile, e il lutto patologico, dove il dolore diventa qualcosa di troppo, troppo forte, troppo grande che ha il potere di disorganizzare l’esistenza della persona, arrivando in alcuni casi a tramandarsi come fattore di vulnerabilità nella vita delle generazioni successive.

Per orientarci nella ricca esposizione che attraversa la fenomenologia del cordoglio, i fattori che lo influenzano, le strategie fisiologiche di adattamento e le strade attraverso le quali il lutto si complica, gli autori ci suggeriscono un luogo privilegiato di osservazione, quello della dimensione intersoggettiva, che nel lutto sopravvive e trova conferma.

Che cosa accade quando perdiamo qualcuno al quale siamo profondamente legati?
Ci sentiamo inizialmente storditi, increduli, confusi e distaccati, sprovvisti di un senso, reazioni simili a quelle osservabili dopo un trauma acuto ma contraddistinte dal peculiare significato del trauma da separazione. Cerchiamo.

E’ una ricerca allarmata, inquieta, in cui il desiderio per la persona che “non è più” diviene pervasivo, totalizzante, persistente, e compare la collera per l’abbandono subito. Si attiva in modo potente il nostro innato sistema dell’attaccamento. Di fronte all’impossibilità del ricongiungimento, che costantemente ci si palesa, compaiono disperazione, una generalizzata e profonda tristezza, disinteresse; uno stato in cui la separazione viene vissuta in termini di mutilazione, con prevalenza di un umore depresso, fino all’accettazione, se ci riusciamo, della perdita.

Messaggio pubblicitario E che cosa accade a questo punto e, ancora una volta, dov’è chi non c’è più, chi non è più con noi, dove siamo noi ora? Quando e come un lutto può definirsi “risolto”?
I teorici del lutto, dettagliando percorsi simili, mettono in luce la necessità di attraversare il cordoglio, sopportare tutto il dolore emotivo che l’accompagna, accettare l’ineluttabilità della perdita e riorganizzare la relazione perduta esplorando un nuovo modo di “stare nel mondo” e una nuova relazione interna, viva, con il defunto; non di fine si tratta, dunque, ma di trasformazione.

Ed è quel particolare tipo di relazione, unica e indissolubile, a rendere il cordoglio, se pur universale in molte delle sue manifestazioni, così soggettivo. La natura soggettiva del cordoglio diviene ancor più evidente se pensiamo al mondo preesistente di relazioni, divenuto parte dell’individuo. Solo conoscendo la relazione e le emozioni di cui è connotata possiamo comprendere la risposta di una persona davanti ad una perdita. Pur constatando la carenza di studi sulla relazione tra attaccamento e lutto, non possiamo non considerare, sotto la guida degli autori, quanto la forma che assume il cordoglio di un individuo sia plasmata da memorie implicite potentemente riattivate dal dolore della perdita e in grado di guidare rappresentazioni di sé, dell’altro e delle relazioni.

Pensiamo, nel migliore dei casi, ad un lutto affrontato con capacità di sentire, comprendere, esprimere la sofferenza ed organizzarla in un senso di sé coerente e pensiamo, d’altra parte, a quando un lutto irrompe in una storia di sviluppo traumatico; la perdita riattiva esperienze precoci e disorganizzate di paura e impotenza e al dolore del lutto si sovrappone la minaccia alla propria incolumità. L’attivazione di sistemi arcaici come quello di difesa, con la conseguente cronica attivazione di risposte di allarme attive e passive, può rappresentare in questi casi l’unica soluzione possibile.
Gli autori descrivono e tracciano questo ed altri percorsi attraverso i quali diverse variabili (dal background bio – psico – sociale al “gradiente” di traumaticità legato al tipo di perdita e alle circostanze in cui si verifica) concorrono a complicare il lutto o, in alcuni casi, a generare una reazione post-traumatica a tutti gli effetti.

Le diverse forme di lutto patologico condividono l’impossibilità di riconoscere la perdita come definitiva.
Se nel processo fisiologico del lutto la relazione si trasforma e troviamo un graduale riattivarsi della capacità di reinvestire in nuovi interessi, attività, relazioni, quando il lutto si complica diviene impossibile riappropriarsi di un senso e di un senso di padronanza sulla propria vita, che resta ferma e disorientata in uno stato di minaccia, attesa, ricerca disperata, collera. E’ un lutto radicato nel corpo, isolato e bloccato in una memoria somatica impossibile da integrare, sganciato dalla parola, non pensabile, non verbalizzabile, e senza un significato che possa contenerlo in qualche forma.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Come può allora riprendere o avere inizio il processo di risoluzione, riorganizzazione, trasformazione di sé e della relazione quando la dimensione della perdita si incontra o si sovrappone a quella del trauma?

Si comprende qui la necessità di un intervento terapeutico in grado di individuare il punto di rottura e riattivare il processo naturale che conduce dalla perdita alla trasformazione della relazione.
Gli autori ben ci spiegano come questo sia possibile solo garantendosi un duplice accesso, quello della mente, guidato dalla parola, dal linguaggio interno riattivato nel dialogo terapeutico e quello del corpo, depositario della memoria procedurale del lutto traumatico.

Gli autori descrivono possibili strade terapeutiche, come la Psicoterapia cognitivo – evoluzionista e l’EMDR, attraverso le quali il dolore incastrato tra corpo e mente si riorganizza e diventa sufficientemente tollerabile da poter essere vissuto; l’individuo può allora recuperare memorie connotate emotivamente e riappropriarsi della capacità di “pensare la propria mente” costruendo nuove rappresentazioni e nuovi significati dai quali partire per continuare a vivere in un nuovo mondo dove l’amore in presenza diventa amore in assenza.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Onofri, A., La Rosa, C. (2015). Il lutto. Psicoterapia cognitivo – evoluzionista e EMDR. Giovanni Fioriti Editore, Roma.
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