Utilizzo di cannabis in adolescenza & pensiero desiderante

Durante l'adolescenza sembra essere molto diffuso il consumo di cannabis e sembra svolgere un ruolo rilevante il pensiero desiderante - Psicologia

ID Articolo: 113995 - Pubblicato il: 30 settembre 2015
Utilizzo di cannabis in adolescenza & pensiero desiderante
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Sara Bellodi, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

Molte teorie sostengono che il craving abbia un ruolo predominante nell’assunzione di droghe e nella relativa dipendenza da esse.

Quando si sente parlare di adolescenza è probabile che venga subito in mente l’aggettivo “difficile” o “complicata”. Effettivamente, è un periodo particolare, di transizione. Una sorta di trampolino verso la fase adulta con tutto ciò che ne consegue (es. autonomia, nuove responsabilità, creazione di una famiglia propria, etc). L’adolescenza va dai 12 ai 19 anni e può essere considerata come uno stato evolutivo in cui vi è l’interazione tra fattori di natura biologica, psicologica e sociale. Il soggetto, a seconda della sua appartenenza sociale e di genere, dovrà affrontare dei compiti di sviluppo (Havinghurst e Gottlieb, 1975) e superarli per poter accedere alla fase successiva. Tra questi vi sono: la costruzione di un’immagine del nuovo corpo in trasformazione; la creazione di nuovi legami sociali e affettivi; il processo di soggettivazione nei confronti della rete di relazioni infantili e dei suoi valori di riferimento.

Una domanda che può sorgere spontanea è come mai, durante l’adolescenza, la messa in atto di comportamenti rischiosi abbia un’incidenza molto più alta che in altre fasi della vita. Come accennato all’ inizio, il soggetto adolescente si trova “improvvisamente catapultato” in una condizione nuova, come se fosse “sospeso” tra gli agi e le sicurezze di quando era un bambino, accudito dai genitori e dalle figure di riferimento, e la libertà con le conseguenti nuove responsabilità derivanti dalla condizione adulta. Ai due estremi quindi si trovano una condizione di certezza (infanzia) e una di incertezza (adultità), sia in termini di abilità richieste che di valori in campo lavorativo e affettivo (Bonino, 2005).

I comportamenti, rischiosi e normali, messi in atto dai soggetti durante l’adolescenza hanno uno scopo comune, cioè fornire una soluzione ai diversi compiti di sviluppo, che appaiono spesso indefiniti. Tra i comportamenti a rischio messi più frequentemente in atto vi è l’utilizzo di cannabis che, al giorno d’oggi, è la sostanza psicoattiva illegale maggiormente diffusa nel mondo.

Uno dei luoghi comuni tra gli adolescenti è che essa sia un prodotto pressoché innocuo e viene infatti annoverata tra le droghe leggere. Tuttavia, questa accezione fa sì che vengano minimizzati i rischi e le conseguenze legati ad essa, anche se ormai la sua pericolosità sia a breve che a lungo termine sia stata accertata. Uno dei principali motivi che spinge l’adolescente a consumare marijuana è quello di sperimentare. In questo caso il suo utilizzo tende a diminuire nel tempo (Ravenna, 1993).

Il gruppo dei pari ha una notevole influenza, poiché è attraverso di esso che viene facilitato l’avvicinamento alla sostanza in quanto, i componenti del gruppo, fungono da modelli credibili e rassicuranti, che non hanno nulla a che fare con l’immaginario comune del drogato (Ravenna, 1997a). Inoltre l’adolescente avrà maggiori possibilità di procurarsi la sostanza, poiché già utilizzata all’ interno del gruppo.

Normalmente quando si avvicinano alla cannabis avvengono tre fasi: preparazione, iniziazione e stabilizzazione. Durante la prima fase il soggetto si fa un’opinione – in genere positiva – della sostanza, in quanto spesso è consigliata dagli amici. Ciò lo porterà a decidere se provarla o meno e in caso positivo, se continuare l’esperienza (iniziazione). Infine può avvenire la stabilizzazione, che comunque varierà a seconda dell’individuo (consumo regolare, saltuario o dipendente).

Messaggio pubblicitario Quando si parla di sostanze stupefacenti non si può ignorare il fatto che si possa sviluppare una dipendenza ed è quindi necessario parlare anche del concetto di craving, inizialmente studiato prevalentemente nel contesto delle ricerche sull’utilizzo di alcol (Ludwing, 1986; Flaherty, McGuire & Gatski, 1955). Attualmente, purtroppo, non esiste una definizione univoca del termine. In italiano potrebbe essere tradotto come “desiderio compulsivo”, ed infatti, solitamente si riferisce ad un’intensa sensazione di desiderio che, per essere soddisfatto, può portare la persona a compiere qualunque tipo di azione. Nel caso della cannabis può essere definito come “urgenza nel consumare marijuana”.

Come fanno notare Tiffany e Conklin (2000) nel loro articolo, molte teorie sostengono che il craving abbia un ruolo predominante nell’assunzione di droghe e nella relativa dipendenza da esse. Sembra che gli episodi di craving vengano scatenati attraverso degli stimoli esterocettivi – situazioni o condizioni legate all’ utilizzo della sostanza – che fungono da “grilletto” (trigger), e che portano poi il soggetto ad utilizzare nuovamente la sostanza.
Come ricordano Malizia e Borgo (2006), l’OMS ha affermato che

il craving può essere scatenato in via riflessa da eventi quali la visione di comportamenti o luoghi legati alla droga, da oggetti o polveri che la richiamano (zucchero, talco) [in questo caso si riferiscono ad eroina, cocaina]. Con lo stesso meccanismo possono presentarsi disturbi di tipo astinenziale anche in soggetti da tempo disintossicati.

Gli episodi di craving, quindi, tendono a manifestarsi in situazioni specifiche (Ludwig, 1986) e possono verificarsi anche a distanza di mesi o anni dal momento in cui il soggetto ha cessato di utilizzare la sostanza (Flaherty, McGuire, & Gatski, 1955; Mathew, Claghorn, & Largen, 1979).
Di particolare interesse, tra i modelli teorici sul funzionamento del craving, vi è l’Elaboration Intrusion Theory of Desire (EI Theory) (Kavanagh, Andrade e May, 2005) in cui gli autori hanno ipotizzato che il craving si situi lungo un continuum assieme al costrutto psicologico di pensiero desiderante.

Il pensiero desiderante si distingue dal concetto di desiderio perché costituisce un aspetto cognitivo di quest’ultimo. Può essere definito come un tipo di pensiero volontario, che consente al soggetto di creare un’immagine mentale di ciò che sta desiderando. Nel caso della marijuana, ad esempio, la persona penserà se stessa mentre sta utilizzando la sostanza, anticiperà, come se fosse reale, il sapore che proverà in bocca mentre la fuma, etc. Per questo motivo il soggetto sperimenterà delle sensazioni simili a quelle che proverebbe se stesse facendo realmente quell’ attività. Il pensiero desiderante normalmente si attiva attraverso degli stimoli, che possono essere odori, sapori, particolari immagini, etc. (Kavanagh, Andrade, May, & Panabokke, 2004).

Un concetto fondamentale da considerare quando si parla di pensiero desiderante è quello di immaginazione. È infatti grazie ad essa che il desiderio viene solitamente elicitato (Tiffany & Drobes, 1990). Inoltre la vividezza delle immagini è correlata positivamente con l’intensità del desiderio (Harvey, Kemps e Tiggemann, 2005).
Il pensiero desiderante, analogamente al craving, può essere innescato da stimoli esterni associati alla sostanza o da stimoli sensoriali interni (Tiffany & Conklin, 2000).

Secondo la EI theory gli episodi di pensiero desiderante si attuano attraverso due processi: processo di base involontario e processo di elaborazione cognitiva. Tramite il processo di base involontario si assiste alla creazione di pensieri spontanei (pensieri intrusivi) attraverso delle associazioni mnestiche, prodotte in modo inconsapevole e automatico. Nel processo di elaborazione cognitiva, al contrario, il soggetto cerca intenzionalmente nella memoria quei ricordi che sono associati ad immagini particolarmente vivide di ciò che sta desiderando in quel preciso momento (es. cannabis).
Secondo gli autori, gli episodi di craving si ripetono nel tempo poiché i soggetti creano delle immagini mentali piacevoli della sostanza desiderata, ma l’episodio è esacerbato poiché si rendono conto di non poter usufruire immediatamente della droga a cui stanno pensando (emozioni negative). Tutto ciò fa sì che questi individui si trovino all’interno di un circolo vizioso, caratterizzato da desideri, immagini mentali e piani per poter soddisfare tale bisogno. Lo status emozionale negativo spinge, di conseguenza, l’individuo a cercare un modo per stare meglio, per raggiungere quello che desidera.
Si può quindi dedurre che il pensiero desiderante svolga un ruolo fondamentale in questo processo, in quanto, se il desiderio viene ottenuto si proverà inizialmente una sensazione di sollievo e in alcuni casi addirittura di piacere, rinforzando in questo modo “l’attività desiderante”. Questo tipo di attività è influenzata anche dalla creazione delle immagini mentali e dai pensieri intrusivi che, se connotati emotivamente, faciliteranno gli episodi di craving.

Partendo da questi presupposti teorici, tra il 2010 e il 2011, ho svolto una ricerca sperimentale sotto la supervisione del Dr. Gabriele Caselli, con lo scopo di esplorare il costrutto di pensiero desiderante nella popolazione adolescente.
Le ipotesi principali erano che (1) l’attività desiderante fosse correlata agli episodi di craving verso la marijuana e che (2) questa attività potesse essere influenzata da specifici tratti di personalità (ansia, depressione ed impulsività).

Messaggio pubblicitario La ricerca era stata indirizzata a studenti (454 totali) frequentanti scuole medie superiori (dalla I alla V) situate nel territorio pavese. Il campione finale, dopo uno scoring preliminare (eliminati i questionari incompleti e i non consumatori di cannabis) era costituito da 73 soggetti (30 femmine e 43 maschi) con un’età media di 16,95 (DS:1,49).

I test che ho utilizzato ai fini della mia ricerca erano tutti questionari self-report e nello specifico erano: Marijuana Use Questionnaire (MUQ) per indagare le abitudini di consumo; Marijuana Craving Questionnaire Short Form (MCQ-SF) (Heishman et al., 2009) per esplorare il costrutto del craving; Desire Thinking Questionnaire (DTQ) (Caselli e Spada, 2010) per analizzare il pensiero desiderante; Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS) (Zigmond e Snaith, 1983) per valutare la presenza di ansia e depressione; Barratt Impulsiveness Scale-11 (BIS-11) (Patton, Standford e Barratt, 1995) volta ad indagare il tratto dell’impulsività.

I dati ottenuti erano poi stati sottoposti ad analisi descrittiva, analisi correlazionale e analisi di regressione gerarchica.
Nel campione preso in esame, fortunatamente, si era riscontrata una percentuale abbastanza bassa di consumatori di marijuana (16%) e di soggetti che si erano limitati a provarla (2%). La durata media di consumo (dall’ esordio alla data di somministrazione dei test) era di circa due anni (24,30 mesi). Inoltre, più della metà di essi (54,4%) aveva affermato di farne ancora uso. Si potrebbe quindi affermare che i dati ottenuti erano piuttosto allarmanti.

Era anche emerso che ci fosse una correlazione altamente significativa (p< .01) tra il craving e il consumo di cannabis (sia nel corso dell’ultimo mese che dell’ultimo anno) e che il pensiero desiderante era in grado di mediare il potere predittivo dell’utilizzo di marijuana.
Inoltre, confermando l’ipotesi iniziale, si era riscontrata una correlazione altamente significativa (p< .01) tra il craving e l’attività desiderante.
La seconda ipotesi, invece era stata parzialmente confermata poiché solo il tratto dell’impulsività risultava essere strettamente connesso all’attività desiderante.

In conclusione, la ricerca nonostante i limiti (esigua dimensione del campione; MUQ non sottoposto a validazione; MCQ-SF tradotto e adattato in lingua italiana, senza validazione su campione italiano; desiderabilità sociale; eventuali errori di misurazione) ha permesso di acquisire nuove informazioni sui legami esistenti tra craving, pensiero desiderante e utilizzo di cannabis, fornendo degli spunti per poter condurre nuovi studi e creare modelli cognitivi dedicati a questa particolare fascia d’età, costituita dall’adolescenza.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Bonino, S. (2005). Il fascino del rischio negli adolescenti. Firenze: Giunti.
  • Caselli, G., & Spada, M. M. (2010). Metacognitions in desire thinking: a preliminary investigation. Behavioural and Cognitive Psychotherapy, 38, 629-637.
  • Flaherty, J. A., McGuire, H. T. & Gatski, R. L. (1955). The psychodynamics of the “dry drunk”. American Journal of Psychiatry, 112, 460–464.
  • Harvey, K., Kemps, E., & Tiggemann, M. (2005). The nature of imagery processes underlying food cravings. British Journal of Health Psychology, 10 (1), 49-56.
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  • Heishman, S. J., Copersino, M. L., Evans, R. J., Gorelick, D. A., Levin, K. H., & Singleton, E. G. (2009). Reliability and Validity of a Short Form of the Marijuana Craving Questionnaire. Drug Alcohol Depend, 102(1-3), 35-40.
  • Kavanagh, D., Andrade, J., & May, J. (2005). Imaginary relish and exquisite torture: the Elaborated Intrusion theory of desire. Psychological Review, 112(2), 447-461.
  • Kavanagh, D., Andrade, J., May, J., & Panabokke, N. (2004). Images of desire: cognitive models of craving. Memory, 12(4), 447-461.
  • Ludwig, A. M. (1986). Pavlov’s “bells” and alcohol craving. Addictive Behaviors, 11, 87–91.
  • Malizia, E., Borgo, S. (2006). Le droghe. Roma: Newton & Compton.
  • Mathew, R. J., Claghorn, J. L. & Largen, J. (1979). Craving for alcohol in sober alcoholics. American Journal of Psychiatry, 136, 603–606.
  • Patton, J.H., Stanford, M.S., & Barratt, E.S. (1995). Factor structure of the Barratt Impulsiveness Scale. Journal of Clinical Psychology, 51, 768–774.
  • Ravenna, M. (1993). Adolescenti e droga. Bologna: Il Mulino.
  • Ravenna, M. (1997a). Psicologia delle tossicodipendenze. Bologna: Il Mulino.
  • Tiffany, S. T., & Conklin, C. A. (2000). A cognitive processing model of alcohol craving and compulsive alcohol use. Addiction, 95(2), 145-153.
  • Tiffany, S. T., & Drobes, D. J. (1990). Imagery and smoking urges: The manipulation of affective content. Addictive Behaviors, 15, 531–539.
  • Zigmond, A. S. & Snaith, R. P. (1983). The hospital anxiety and depression scale. Acta Psychiatrica Scandinavia, 67, 361-370.
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