La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario (4)

Psicoterapia: il resoconto del primo seminario sulla Disciplina Interiore del Terapeuta raccontato dai punti di vista dell'insegnante e degli allievi.

ID Articolo: 112861 - Pubblicato il: 03 agosto 2015
La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario
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IV PARTE

Supervisione II

 

Per l’ultima volta attorno a un tavolo, a parlare di sé attraverso il racconto dei pazienti. Alla cascata è successo qualcosa. Qualcosa ha fatto un click dentro. Avrà bisogno di tempo per essere elaborato, trasformato in concetti da scambiarsi, ma questo non gli impedisce di agire:

 

R: Dopo la cascata sono pronta a buttare fuori ciò che provo… ciò che sento.. finalmente riesco a chiedere aiuto… Lì succede una magia, individui diversi per carattere ed esperienze di vita, si sintonizzano su di me… sulle mie emozioni con estremo tatto e delicatezza… accolgono la parte di me che temo di più, che cerco di nascondere disperatamente, mettono fuori gioco la facciata della donna acida, stakanovista… quella che non ha bisogno di nessuno, per lasciar emergere la mia parte fragile ed estremamente delicata. E proprio come la cascata, ho buttato tutto fuori una piccola parte di quel dolore, di quella rabbia che non mi permetteva di ritrovarmi. Mi ritrovo imbarazzata, ma con la sicurezza di avere tante mani pronte a sorreggermi… una sensazione unica, potente… leggerezza, serenità! La potenza della condivisione incondizionata, dell’accettazione di sé e dell’altro, non c’era più differenza, l’emozione dell’altro diventa un po’ tua.

 

N: Rientriamo…il tempo di pranzare e poi intorno al tavolo a discutere dei casi è il turno di R. Una paziente le ripropone continuamente in terapia la sua devitalizzazione proprio quando lei si sente allo stesso modo… il dolore bloccato, e che ti blocca, perché per esprimerlo hai bisogno che prima qualcuno si occupi del dolore di tua madre. Poi tocca a me. La scena di una mia paziente che si mostra bambina, dipendente, incapace di reagire, mi riporta alla mia infanzia. Due scene, le più dolorose. Capisco la mia rabbia, abbraccio me stessa…per la prima volta mi sento vista per quella che sono e ringrazio tutti per avermi accolta.

 

MG: Da ieri osservo R., non la conosco, ma sembra sofferente, ripete spesso di sentirsi devitalizzata ed ora ne capisco il perchè…parla, si commuove e sulla mia guancia scorre una lacrima. So molto bene cosa prova, quel senso di impotenza che ti logora e ti spegne. Nella mia mente un susseguirsi di immagini di vita vissuta, chiudo gli occhi.

 

E: R. parla della sua devitalizzazione. Fa uscire tutta la sua sofferenza. Cerco di starle accanto. È dolcissima. Mi dispiace troppo che stia male. So che però questo in quel momento le serve per poter stare bene. Poi N. parla del suo caso, ma soprattutto di lei. Dietro a quella facciata da dura esprime la sua fragilità. Anche lei come me ha avuto una mamma depressa. Che dolore…Osservo come G. ci aiuta a riflettere su di noi e centrarci su quello che sentiamo.

 

AN: Basta che R. apra una piccola finestra sulla sua storia perchè in un attimo ci sentiamo tutte figlie della stessa madre malata ma combattiva. Siamo tutte R. e sentiamo tutte il suo dolore farsi largo nei nostri cuori. Dice di vergognarsi di piangere ma io vorrei dirle soltanto “grazie” perché non si può far altro che essere grate ad una persona che ti permette di vedere la sua parte più fragile e sceglie di farsi consolare dal gruppo piuttosto che viversi il dolore in uno sterile isolamento. Come solita fare io del resto, per non dare fastidio, per non essere un peso nelle giornate degli altri o per sembrare più forte di ciò che sono. Come se la forza o la debolezza dipendessero da quanto riusciamo a controllare e dissimulare la nostra sofferenza…Mi rendo conto in quel momento che ho ancora tanta strada da fare a livello personale per accettare e accogliere la mia vulnerabilità. Quella che tutti abbiamo ma che io ho visto sempre come una nemica da sconfiggere e da tenere a debita distanza di sicurezza. R. si è lasciata andare e adesso mi sembra più forte di prima. Anche il racconto di N. mi tocca molto. Mi rivedo nella bambina N. alle prese con i suoi problemi di salute e con la determinazione di chi non vuole arrendersi al destino crudele e beffardo che rischia di minare irrimediabilmente la sua autonomia, nel tentativo di dimostrargli “io sarò più forte” ma soprattutto nel suo desiderio di tranquillizzare i genitori nascondendo le sue paure, le sue difficoltà dietro una facciata di iperefficienza.

 

V: Ultima supervisione. Non sono pronta ma non mi interessa. Ho la spinta adatta per andare a guardare lì dove non mi piace guardare e questo è un successo. Va bene così, pazienza se non è il mio momento. Ci penso su e questo mi aiuterà. Non andrò via a mani vuote. Quello che le altre mi lasciano è ugualmente prezioso o forse di più.. risulta più semplice guardarmi attraverso le altre piuttosto che guardare direttamente me stessa. Ascolto le loro parole, le difficoltà, le espressioni e tutto diventa più nitido, le vedo così come sono. Grazie.

 

Meditazione

Messaggio pubblicitario ISFAR EFT L’ultima pratica prima di salutarci. Molti non si sono mai seduti su uno zafu. Non sanno nemmeno cosa sia. (N, per esempio, ha comprato da Decatholon una specie di mattone grigio sorcio di gomma pressata che chiama “sedile da yoga” e che le anestetizzerà le natiche). Per altri non è una novità. Provengono da scuole di specializzazione in cui parecchie ore sono dedicate alla mindfulness.

Insegno loro le basi essenziali della postura. Li rassicuro sul fatto che in questi quarantacinque minuti è escluso che verranno folgorati dal samadhi. Quindi è importante evitare la perdita di tempo di ricercarlo e sentirsi frustrati nel non trovarlo. Dovranno solo ascoltare il loro respiro e le cose che leggerò.

Uso il metodo di uno dei miei maestri di arti marziali, un monaco zen, che dopo l’allenamento ci faceva sedere in zazen e leggeva alcuni brani tratti dai testi classici. Immobili, senza alcuna fatica, ascoltavamo e respiravamo. Un brano, poi una lunga pausa, poi un altro brano. Nelle nostre posture, diventavamo macigni, ma le parole, quella voce, non incontravano alcuna resistenza. La semplice realtà delle cose entrava nel ventre:

 

 

E: Trovo il mio posto. Ascolto i brani. La mente va. Vedo scene confuse e il pensiero si distrae. Lo riporto alla situazione presente ancorandomi al respiro, ma la mente si distrae. Mi fanno male i muscoli. Perdo la posizione. Voglio concentrarmi. Poi mi rivedo nel brano IO SONO, in quello che parla di abbandonare la centratura su sé. Lo voglio fare nei giorni a venire.

 

 

N: In meditazione non so se riuscirò a star ferma. Ci provo, poi G. mi rassicura. Le sue parole profonde, semplici mi consentono di continuare a rilassarmi e ascolto attraverso i concetti sempre più me stessa, il mio corpo in contatto leggero con la mia mente..

 

MG: Le luci sono soffuse, ognuno sul suo zafu per iniziare la meditazione “le gambe mi fanno male in questa posizione, non mi piace chiudere gli occhi e ho difficoltà a stare ferma”. G. inizia a leggere e io decido di trovare una posizione più comoda. Ha una voce calda e penetrante, i contenuti sono profondi e mi rilassa ascoltarlo.

 

A: la voce rassicurante di G. mi guida verso la calma e il rilassamento…sento dolore alle gambe, aggiusto la posizione e riprendo il piacevole contatto con il mio corpo, abbandonandomi alla serenità.

 

V: Momento meditazione. Ginocchia a pezzi… parole che si insinuano nella mia mente e trovano un posto comodo. Ci stanno benissimo.

 

Commiato

Ci salutiamo un po’ frettolosamente, quasi distrattamente, come se dovessimo rivederci di lì a poco e si attivasse un termostato anti-enfasi. Una specie di imbarazzo nel leggere, ciascuno nel viso dell’altro, per non più di una frazione di secondo, quanto sia, per quanto necessario, piuttosto innaturale salutarsi. Penso: ‘ho regalato loro un’esperienza nuova, forse l’inizio di un importante cambiamento interno…’; poi si aggiunge un altro strato di pensiero: ‘…hanno fatto lo stesso con me’.

 

N: Il momento dei saluti. La prima cosa che penso è che é come se avessimo prima di questo momento condiviso altro, come se ci fossimo già conosciuti …poi penso che c’è bisogno di proseguire…ognuno di noi sente che dovremmo riunirci presto, ritornare qui.

E: Ci mettiamo in macchina e parliamo delle cose che ci porteremo di questa esperienza. Per me saranno la certezza che le cose non sono difficili come credo, il mondo è più importante della mia sola esistenza e soprattutto il mio essere stata bambina non può influenzare continuamente il mio essere adulta. I propositi per il futuro sono pensare meno prima di parlare, fare e dire le cose solo perché ho voglia di farlo e portare meno l’attenzione a me e più al mondo. Senerchia è stata un’occasione per scoprire che si è al mondo non per forza per produrre qualcosa ma solo per stare.

R: Avere un modello non vuol dire solo avere un contenitore con tante caselle dove inserire le persone…. Avere un modello vuol dire interiorizzarne i significati, abbracciare uno stile di vita, abolire il giudizio e promuovere la condivisione genuina di tutte le parti di sé, anche quelle poco piacevoli. Dove la differenza tra te e l’altro non esiste.

MG: Siamo in macchina, guardo dal finestrino Senerchia, sto ferma, sono calma e serena.

L: Le osservo, senza giudizio, per quello che oggettivamente sono: la celata delicatezza di A., la forte tenerezza di An., la calma determinazione di M., la dolce energia di N., il silenzio birbante di Mg, la solare inquietudine di R., la delicata profondità di V., la silenziosa cura di E., lo spaventato affetto di Am. La felice tristezza di L.
Sarà questa la disciplina interiore? Lasciarci guidare dalle cose che ci spaventano senza evitarle? Osservare ciò che ci circonda senza giudicare, arricchendoci del nostro guardare l’altro mentre guardiamo noi stessi? Si dice che all’essere umano fa paura ciò che non conosce. Noi a Senerchia abbiamo convissuto con ciò che non conoscevamo.

 

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