La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario (2)

Psicoterapia: il resoconto del primo seminario sulla Disciplina Interiore del Terapeuta raccontato dai punti di vista dell'insegnante e degli allievi.

ID Articolo: 112861 - Pubblicato il: 03 agosto 2015
La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario
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II PARTE

Tai chi chuan

La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario - 2

Ricordate la premessa (si veda I parte)? Non sono qui per dispensare soluzioni universali, ma solo per mostrare loro i miei metodi per affinare la disciplina interna; li indosseranno, valuteranno come li sentono addosso, e poi sceglieranno).

Ho sperimentato che per affinare la disciplina interna la mente deve essere aiutata a ricordare il potere che il corpo ha su di lei. Anzi, per dirla alla Damasio, il cervello deve essere aiutato a ricordare il potere che su di lui ha il resto del corpo. Quanto chi kung e tai chi siano potenti per questo processo l’ho già descritto in questa sede (si veda il post “Arti marziali e benessere psicologico; I e II parte”). Ho descritto anche come la scienza occidentale riporti risultati sperimentali sempre più stringenti sul loro potere terapeutico e preventivo.

 

Messaggio pubblicitario ISFAR EFT Insegno loro le basi essenziali della respirazione taoista, o diaframmatica inversa. Faccio loro sperimentare cosa significhi pacificare la mente attraverso questa potentissima forma di respirazione; spostare la mente dalle sue stanze abituali, spesso stagnanti nell’odore di chiuso, all’addome, il punto da cui il respiro nasce, muore, rinasce; far scaturire dalle alterne, lente fasi del respiro, ogni movimento; essere in costante, impercettibile movimento anche quando apparentemente fermi, e fermi, centrati, radicati, anche nel movimento più rapido ed esplosivo.

Non pretendo che imparino in due giorni, ma che osservino, così che nella loro mente simulante si riattivi una connessione posseduta ma andata in disuso. Col tempo potrebbero comprendere che si può provare a essere centrati, fluidi, potenti, essenziali come nel tai chi anche al cospetto del paziente.

 

La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario - 4

AM: Aiuto, il corpoooo? Questo sconosciuto che spesso trascuro e ignoro! E’ il momento del TAI CHI che ci aiuterà a imparare la respirazione al meglio, strumento essenziale per gestire l’intensità degli stati emotivi! Tutti noi osserviamo Spock affascinati: esegue una serie di movimenti lenti e circolari che sembrano una danza silenziosa ma in realtà mimano la lotta con un opponente immaginario. I movimenti sono coordinati con la respirazione. Ci chiede di ripeterli con lui, è paziente e incoraggiante; é difficile, ma ci impegniamo al meglio, ogni tanto ci guardiamo divertiti e interrompiamo il movimento con chiassose risate…è rilassante non giudicarsi e guardarsi con benevola ironia.

 

N: è il momento del Tai chi… un cerchio disegnato dal gruppo nel verde… i movimenti di G., lenti ed estremamente coordinati… mi arrabbio come sempre con me stessa quando non ci riesco…poi la respirazione… La dolcezza del corpo in pace con la propria mente… è un’apertura tra il mondo e te stesso…. fra te e l’altro… non penso per una volta… mi piace…

 

R: Il corpo come mezzo per accarezzare la propria anima, il corpo come strumento per disciplinarsi. Ecco, movimenti strani, apparentemente non naturali… Tai Chi… boh! da subito l’ho vissuto come una cosa totalmente lontana da me, essere goffo, impacciata nei movimenti, non elastica…davanti ai miei occhi solo i miei limiti! E succede di nuovo, si crea un clima di condivisione ed accettazione… la pratica, l’esempio diretto mi guidano verso il modo giusto di vivere il mio corpo… per la prima volta mi sono esercitata insieme ai miei stessi limiti… e ad un tratto quelli che sembravano insormontabili sono spariti… non sarò Bruce Lee, ma nemmeno Gamba di Legno!

 

A: “Forse è meglio mi metta dietro”…. “Sono troppo alta, coprirò la visuale e tutti saranno concentrati sui miei movimenti goffi”….pian piano scopro questa nuova disciplina e penso riuscirò mai ad imparare qualcosa? In fondo ho visto da spettatrice diversi allenamenti di arti marziali, ma non mi sono mai reputata capace di eseguire quei movimenti…Comincio a muovermi, mi sento un po’ impacciata…mi lascio guidare dal respiro, ma gli arti sono del tutto privi di coordinazione…smetto di giudicarmi e continuo a provare…poi provo a lavorare con L. La vedo molto concentrata, la seguo…ma ad un certo punto non sono più attenta alla prestazione, ma al piacere di condividere l’esercizio con lei…

 

E: Mosse strane. Io non so fare niente. Di fianco ho MG., la vedo più brava di me. Glielo dico e lei mi confessa che in realtà non fa molta attività fisica. Qualcosa cambia. L’atmosfera muta. I movimenti sono strani per me e non li ho mai fatti. Non mi sento più giudicata. Anzi rido insieme agli altri per gli sforzi che facciamo tutti. Negli esercizi in coppia io sono con R. Quante risate… Sono imbranata, ma non mi pesa esserlo.

 

MG: Durante l’esecuzione vengo ipnotizzata dai movimenti precisi e calmi che un corpo umano è in grado di eseguire, trasmettono pace anche in chi semplicemente osserva. Mi impegno per quanto mi è possibile, di tanto in tanto mi distraggo, incrocio qualche sguardo e rido per poi ritornare concentrata.

 

M: L’armonia. I corpi leggeri ed armonici si muovono nello spazio. I corpi si muovono con il tai chi. I piedi, le gambe, le mani, il bacino, l’anca spostano delicatamente l’aria e generano energia. Non importa il saper fare, fai. Osservo il mio corpo, la fatica che ne deriva e i miei limiti. Siamo noi, siamo tra noi.

La disciplina interiore del terapeuta – Resoconto dal primo seminario - 3

 

Supervisione I

Emmanuele Carrère è uno scrittore francese che ci tiene molto a dichiarare sempre “da dove parla”, “da dove scrive”. E si tratta sempre di luoghi interni. Di fasi storiche del sé. I suoi romanzi si richiamano continuamente l’uno con l’altro, come per mantenere attivo un sottotesto autobiografico che prescinde dalla trama narrativa contingente. Il risultato è che se leggi tutti i suoi romanzi capisci che attraverso la scrittura questo autore ha cercato di capire chi è nonostante i suoi molteplici radicali cambiamenti nel tempo; e nonostante lui sia uno scrittore geniale e noi no, ti fa sentire nella stessa barca con lui rispetto alla frustrazione che può derivare da questa ricerca. In un paio dei suoi romanzi Carrere cita un sutra buddhista che fa capire essere stato importante per la sua maturazione:

“Chi crede di essere superiore, inferiore, o uguale a un altro essere umano, non capisce la realtà”.

Non so se qualcuno di loro abbia mai letto questa frase, ma mentre sediamo attorno al tavolo si comportano come se ne comprendessero il significato. Ci sentiamo indubbiamente ‘nella stessa barca’, liberata della zavorra del giudizio percepito, dalla credenza cancerosa (spesso non errata) che si insinua negli interstizi dei rapporti umani: ‘il mio errore, e l’infelicità che ne consegue, renderà sottilmente felice l’altro’:

 

AM: Propongo il mio caso; non è la prima volta che parlo di questo paziente, è un caso complesso che Spock mi ha spinto ad accettare: dice che impariamo a disciplinarci meglio accettando la sfida a risolvere i casi che ci spaventano. La psicosi l’avevo studiata bene dai libri ma gestirla nello spazio di terapia è tutt’altra cosa. Spock aveva ragione, alla fine mi sono molto legata a questo paziente che mi mette cosi a dura prova sull’efficacia terapeutica. Evidenzio un momento di stallo, in cui provo dispiacere rispetto ad una regressione del mio paziente e mi chiedo ‘perché non mi tiene presente nella sua mente quando si sente spaventato’…..e qui, all’improvviso, si introduce nella mia mente una scena di me piccola che si sente sola e non vista….cerco di reprimerla, ma ritorna..Spock mi aiuta ad esprimerla. Mi imbarazzo, ma questa volta cerco di abitare questa sensazione e di superarla. Lei entra, gli altri l’accolgono in maniera cordiale, io la osservo con benevola ironia, non sorrido per distanziare il dolore ma per accoglierlo senza drammi. Incrocio lo sguardo di An. e A., che mi guardano con tenerezza, e il loro sguardo mi incoraggia a non vergognarmi della mia parte vulnerabile. Cercherò di preoccuparmi meno di essere nella mente del mio paziente e di trovare un modo per farlo sentire meno compreso, cosi come sarò più benevola e comprensiva rispetto alla mia parte vulnerabile e alla mia storia. Le osserverò in maniera indulgente e la metterò tra parentesi! Poi tocca a M. Anche lei presenta una caso tosto e un momento terapeutico durissimo: il paziente in seduta non parla, lunghi silenzi in seduta, M. cerca argomenti condivisi, ma niente! Che angoscia, come la capisco! ….mi sembra che abbia gestito al meglio quel silenzio insopportabile ma Spock incalza anche con lei….e anche M. ci presenta la sua parte vulnerabile. Wow, due psicoterapeute dal temperamento diverso, due pazienti diversi, due momenti terapeutici diversi, ma lo stesso processo mentale. Tutto più chiaro Spock!….piano piano i miei quesiti cominciano a trovare la loro risposta.

 

M: Semplicemente mi sento parte del gruppo. Parlo del paziente ma in realtà parlo di me. Sento silenzio dentro e fuori di me, nessun giudizio. Non c’è spazio per il giudizio.

 

MG: Tutti intorno al tavolo, Am. inizia a descrivere il suo paziente. G. la porta al nucleo personale. Il desiderio di essere importante per il suo paziente; più in profondità, la paura di non essere importante per l’altro. Mi fa tenerezza perchè leggo il bisogno di affetto che è anche il mio.

 

E: Supervisione. Ascolto quella di Am. Mi ricordo del mio primo paziente, schizofrenico. Poi piano piano mi distacco da questo pensiero, mi concentro su Am. e sulla sua esigenza di essere vista. È molto simile alla mia, la sento vicina. È la volta di M. che con voce tremante esprime la sua difficoltà con il suo paziente. Quando racconta di sé e del suo imbarazzo vedo un pezzetto di me, di tutte le volte che mi sento diversa e mi piacerebbe fare parte del gruppo, la tristezza di essere l’ultima di tre figli che vive all’ombra del principe.

 

A: Ecco comincia il lavoro di supervisione… “Io chi porterò…boh….ascolterò gli altri, sicuramente non parleremo tutti”…è Am. lei a rompere il ghiaccio. …nella sua esposizione ci fa sorridere continuamente….mentre parla ci guarda, come a chiedere di essere sostenuta…la osservo con tenerezza….e mi rendo conto che anche lei ha le sue paure come me….la vedo nelle sue fragilità e la sento sempre più vicina …La parola passa poi a M.…delle volte mi vedo un po’ come lei…ho paura di espormi, di non dire la cosa giusta….poi G. ci chiede un feedback della giornata….ecco il mio turno… “Che dico ora? Quello che sento”…ma ad un certo punto mentre parlo mi trema la voce per il significato che quei contenuti hanno per me, sento un brivido nel corpo, lo riconosco, ma riesco comunque a dire quello che volevo.

 

AN: Il focus è centrato su di noi. La paura di dovermi esporre, di dover lasciare quel posto sicuro costituito dai miei silenzi e dal mio “saper ascoltare” per timore di essere giudicata, derisa o forse semplicemente perché é più semplice mantenere il proprio fragile equilibrio se a parlare sono gli altri. E invece, con mio stupore, mi ritrovo ad ascoltare pezzi della mia storia in ciascuna di loro: nella difficoltà di M. di integrarsi nel gruppo dei coetanei, che mi riporta a tutte le volte che è accaduto a me in passato, o forse ancora oggi, sebbene sia diventata molto brava a dissimulare; nel desiderio di Am di essere pensata dal suo paziente che, anche se per motivi diversi, fa parte del mio vissuto. Rivedo me stessa, le reazioni che ho con i pazienti e provo un sentimento di vergogna e senso di colpa perché spesso anch’io non mi sintonizzo con loro a causa delle reazioni emotive che mi suscita il contatto con i loro stessi sentimenti o atteggiamenti e che mi fa reagire “contro” di loro. Ma, d’altro canto, sono umana, così come le mie colleghe, e mi conforta il pensiero di condividere con loro molte ansie, preoccupazioni e temi di vita.

 

N: Discussione sui casi… il clima è aperto… Am. per prima, poi M. Esprimono le loro difficoltà con due pazienti difficili perché attivano in loro i propri bisogni preesistenti e all’improvviso dentro di me cambia tutto… non solo sento il loro bisogno ma per la prima volta rintraccio il mio … mi sposto sul loro piano provo a rappresentarmi cosa si sarebbe attivato in me con quei pazienti e capisco…mi viene alla mente una scena con una mia paziente… domani ne parlerò… le ringrazio senza di loro non ce l’avrei fatta…

 

Dormiamo pochissimo perchè a cena tiriamo fino a tardi. Tiní ha tenuto banco raccontando aneddoti su senerchiesi illustri, gli stessi che raccontava suo padre, “o’ prufessor'”, mio padre di riserva (anche se il titolare se la cavava benissimo). Ha anche raccontato di me da piccolo. La scalata interna dell’atleta per soppiantare il nerd. Sull’aneddoto della mia prima comunione contornato da quattro damigelle il gruppo tocca l’estasi:

 

AM: E’ sera, siamo tutti un po’ affaticati nel corpo e nella mente…mi piace questa sensazione di fatica…mi fa sentire il momento del pasto un ristoro meritato. Conversiamo in maniera sciolta e fluida e sembriamo tutti stupiti e divertiti dai racconti di Tinj sulla vita di Spock. Ci svela particolari anche intimi della sua giovinezza in maniera naturale e spontanea. Tinj comunica senza filtri, i suoi schemi di pensiero cosi liberi, si incastrano pienamente col tema della giornata. Sospendere il giudizio e lasciar fluire la mente. Osservo Spock e non mi sembra infastidito dai suoi racconti, sembra quasi divertito, avverto che sono uniti da un affetto storico molto solido.

V: Nottata di insight!

 

La domenica mattina, alle 6.30, vedo un gruppo di zombie riacquisire in mezz’ora qualità umane.

Dopo l’allenamento mattutino di tai chi e la colazione mi osservo pensare che il seminario sta andando benissimo. Molti sorrisi pieni. Mi vengono in mente frasi da animatore turistico, tipo ‘ehi ragazzi, sento un’energia positiva (tre punti esclamativi)’ , che però non dico, perchè mi hanno sempre fatto venire i nervi quando le ho sentite dagli animatori turistici che ho subìto nella vita.

Poco dopo succede una cosa. Ricevo una notizia tragica. Realizzo quanto quello che sta succedendo – una combinazione semplicissima: qualcosa va benissimo mentre qualcos’altro malissimo – sia una versione concentrata, iperbolica, quasi caricaturale, della realtà delle cose. Mi viene sbattuta in faccia l’applicazione pratica di uno dei contenuti più nucleari tra quelli che cerco di trasmettere in questo seminario: un successo significativo e il più tragico dei fallimenti sono la stessa cosa; entrambi non ci accadono, accadono e basta. Come se un testimone dicesse: ‘vuoi insegnare roba del genere, ma sai veramente di che parli?’. Andare fino in fondo è l’unico modo per capire se so veramente di che parlo.

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