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Il dolore nei bambini e le strategie psicopedagogiche d’intervento

Esistono delle scale di valutazione del dolore nei bambini e per lenirlo, oltre alle terapie farmacologiche, esistono anche delle tecniche psicopedagogiche.

Di Vincenzo Amendolagine

Pubblicato il 09 Apr. 2015

Relativamente al dolore dei bambini, spesso, gli adulti hanno dei preconcetti, primo fra tutti il pensare che esso sia difficilmente misurabile. In realtà, esistono dei parametri e delle scale di valutazione che consentono di quantificarlo. Per lenire il dolore, sia acuto che cronico, dei piccoli, oltre alle terapie farmacologiche, esistono delle strategie psicopedagogiche che possono essere utilizzate da genitori, educatori e insegnanti.

Keywords: bambini, dolore, genitori, insegnanti, educatori, psicologia dell’educazione

 

La percezione del dolore nel bambino

La percezione del dolore nel bambino avviene precocemente. Ciò è confermato da numerose ricerche (Benini, Barbi, Gangemi, Manfredini, Messeri e Papacci, 2013, pag. 206), che hanno dimostrato come tale consapevolezza comincia già nella vita fetale. Infatti, fra i tre e i sei mesi, il feto sviluppa la morfologia anatomica e la funzionalità neurochimica che gli consente di avvertire il dolore. Dalla nascita in poi si crea la cosiddetta memoria del dolore. Laddove questa esperienza è frequente, nel piccolo si hanno delle ripercussioni nell’ambito psicologico e relazionale.

 

I preconcetti degli adulti sul dolore infantile

Frequentemente gli adulti hanno delle idee preconcette relative al dolore infantile. A questo riguardo si possono citare le più comuni.
Molti ritengono che il piccolo esageri nel manifestare il suo dolore e che la sua capacità di percezione sia fluttuante (op. cit., pag. 206).
Sovente alcune manifestazioni, che accompagnano le sindromi algiche del bambino, sono considerate capricci dell’età (op. cit., pag. 206).
Diversi genitori disconoscono la portata negativa che il dolore esercita sulla qualità della vita del minore (op. cit., pag. 206).
Alcuni pensano che non sia possibile quantificare il dolore infantile.
Relativamente a quest’ultimo preconcetto, esso è vero in parte, in quanto esistono dei parametri e delle scale di valutazione che consentono di quantificare l’algia infantile. Anche se, non si può negarlo, esistono delle limitazioni derivanti, in primo luogo, dall’ età stessa del piccolo e, in seconda istanza, dalle componenti affettive ed emozionali che ipotecano la sintomatologia dolorosa.

I parametri per la valutazione del dolore infantile

La valutazione del dolore può basarsi sulla considerazione di alcuni parametri, che possono essere distinti in fisiologici, comportamentali, autovalutativi ed eterovalutativi.
Fra le variabili fisiologiche sono da considerare:
la frequenza cardiaca (il dolore incrementa il numero dei battiti cardiaci);
la frequenza respiratoria, che si implementa;
la pressione arteriosa, che tende ad aumentare;
la sudorazione palmare, che appare più copiosa (op. cit., pag. 208).

Fra le variabili comportamentali sono da annoverare:
la postura: il dolore altera lo schema posturale fisiologico;
la mimica facciale: è nota la ripercussione che il dolore ha sul viso, accentuando le normali pieghe cutanee;
la motricità: il bambino che soffre mostra una certa goffaggine nei movimenti, che sembrano perdere quella fluidità che caratterizza la motricità infantile;
il pianto: il piccolo tende a piangere più frequentemente e per un nonnulla (op. cit., pag. 208).

Fra le variabili autovalutative sono da menzionare le narrazioni che i bambini fanno del proprio dolore, utilizzando il linguaggio verbale. Questa procedura può essere utilizzata con minori con sviluppo tipico, che hanno un’età superiore ai quattro anni (op. cit., pag. 208).
Fra i parametri eterovalutativi sono da citare le osservazioni – descrizioni prodotte dagli adulti di riferimento. Spesso tale modalità si utilizza con bambini con sviluppo atipico, che presentano disabilità cognitive o neuromotorie (op. cit., pag. 208).

 

Le scale di valutazione del dolore infantile

Per quanto riguarda la quantificazione del dolore si utilizzano tre scale di valutazione, a seconda dell’età del minore.
Per i bambini al di sotto dei tre anni, che non possiedono ancora una competenza linguistica completamente strutturata, si usa la scala FLACC, che è basata sull’osservazione degli adulti. In pratica, sono analizzati cinque parametri:
l’espressione del viso;
la posizione delle gambe;
l’attività che l’infante compie;
la presenza o assenza del pianto;
la consolabilità (op. cit., pag. 209).

Ad ognuna di queste variabili è attribuito un punteggio da zero a due, a seconda della presenza o assenza di determinate caratteristiche, in modo tale che il punteggio totale va da zero a dieci. Per esempio relativamente all’ espressione del viso, ad un viso sorridente è assegnato il punteggio zero, ad una mimica facciale corrucciata si attribuisce il punteggio uno e ad una espressione terrorizzata, caratterizzata dalle sopracciglia aggrottate, dalla rima labiale serrata e dal tremore del mento, si dà il punteggio due (op. cit., pag. 209).

Per i piccoli che hanno un’età compresa fra quattro e sette anni, ovvero che possiedono la competenza comunicazionale, si utilizza la scala di Wong – Baker FACES. Essa è composta da una serie di faccine, che vanno da nessun male, con un punteggio pari a zero, rappresentato da una faccina sorridente, al peggior male possibile, che corrisponde a dieci punti, ed è rappresentato da una faccina, che, con un’espressione corrucciata, piange.

Si invita il bambino ad indicare quale faccina esprime il male o il dolore che sente. A questo proposito, si utilizza la parola male per i bambini fino a cinque anni e il termine dolore per i più grandi (op. cit., pag. 209).
Per i minori dagli otto anni in su si usa la scala numerica, ovvero una scala di numeri che va da zero, che esprime l’assenza di dolore, a dieci, equivalente al peggior dolore possibile. Si chiede al bambino di indicare a quale numero può essere paragonato il suo dolore (op. cit., pag. 210).

 

Le strategie per il controllo del dolore infantile

Come affermato da Benini, Barbi, Gangemi, Manfredini, Messeri e Papacci (op. cit., pag. 210), il dolore dei bambini è costituito da una miscela di più fattori, che sono fisiologici, clinici, ambientali, psicologici, sociali e culturali. Questo dà origine a due strategie d’intervento, fra loro complementari, quella farmacologica e quella psicopedagogica.

 

La strategia farmacologica nel controllo del dolore infantile

Nella strategia farmacologica, di stretta competenza medica, a cui si accennerà brevemente, si utilizzano farmaci appartenenti a quattro classi:
gli analgesici, come ad esempio il paracetamolo, l’ibuprofene e il ketoprofene, che si usano prevalentemente nel dolore lieve – medio (op. cit., pag. 211);
i farmaci oppiacei, come la codeina, il tramadolo e la morfina, che sono necessari per il dolore più severo (op. cit., pag. 212);
i farmaci adiuvanti, come l’amitriptillina (un antidepressivo triciclico), il lorazepam (un ansiolitico benziodiazepinico), il desametasone (un cortisonico), che sono impiegati per alcuni tipi particolari di dolore infantile o per diminuire gli effetti collaterali degli altri farmaci adoperati (op. cit., pag. 213);
gli anestetici locali, che, sotto forma di creme, costituiscono il rimedio per piccoli dolori regionali (op. cit., pag. 214).

 

Le strategie psicopedagogiche nel controllo del dolore infantile

Ci sono alcune metodologie che possono essere utilizzate dagli adulti (genitori, educatori e insegnanti) che, a vario titolo, si occupano dei bambini. Tali strategie sono diversificate a seconda dell’età del bambino e possono essere adoperate in abbinamento alle terapie farmacologiche. Esse sono impiegate sia per lenire il dolore acuto che quello cronico.Con gli infanti di età inferiore o uguale ad un anno possono essere usate delle metodiche che hanno la finalità di distrarre il piccolo dal suo dolore. Fra esse si possono citare: i giochi con oggetti colorati; l’attività ludica con giocattoli che si muovono; i giochi con pupazzi di peluche; il gioco delle bolle di sapone (op. cit., pag. 216).

Con i bambini da uno a tre anni si possono adoperare: la narrazione di favole; lo sfogliare libri illustrati; il gioco delle bolle di sapone; i giochi con pupazzi di peluche; la visione di cartoni animati; lo spiegare al bambino le cause del suo dolore; l’inventare delle storie che, sotto forma di metafore terapeutiche, possono aiutare il piccolo a controllare il dolore (op. cit., pag. 216).

Con i bambini di età compresa fra tre e sei anni si possono impiegare: il gioco con i videogame; le tecniche d’immaginazione finalizzate al controllo del dolore; la narrazione di favole; la visione di cartoni animati; lo spiegare al bambino le cause del suo dolore; l’inventare delle storie che, sotto forma di metafore terapeutiche, possono aiutare il piccolo a controllare il dolore; l’utilizzo di esercizi respiratori che servono a regolare il respiro del bambino con la finalità di rendere più lenta la sua frequenza respiratoria (op. cit., pag. 216).

Con i bambini fino ad otto anni si possono utilizzare: gli esercizi di rilassamento; la visione di cartoni animati; il gioco con i videogame; alcune tecniche di ipnosi clinica, adatte ai bambini, come, ad esempio, l’immaginare, ad occhi chiusi, di palleggiare una palla con il palmo della mano (Gorisse, 1988, pag. 64 – 65).
Con i bambini più grandi si possono usare tutte le tecniche psicologiche che si adoperano con gli adulti per controllare il dolore (op. cit., pag. 216).

 

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Vincenzo Amendolagine
Vincenzo Amendolagine

Medico, psicoterapeuta psicopedagogista. Insegna come Professore a contratto presso la Facoltà/Scuola di Medicina dell’Università di Bari Aldo Moro.

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