Il fuoco amico sui CIM: commento all’articolo de La Repubblica “I manicomi ora si chiamano psicofarmaci”

Lorenzini ha commentato l'articolo de La Repubblica del 10/04 intitolato "I manicomi ora si chiamano psicofarmaci" enunciando il valore degli psicofarmaci.

ID Articolo: 109069 - Pubblicato il: 13 aprile 2015
Il fuoco amico sui CIM: commento all’articolo de La Repubblica “I manicomi ora si chiamano psicofarmaci”
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Commento all’ articolo di Pietro Cipriano de La Repubblica del 10 aprile “I manicomi ora si chiamano psicofarmaci”.

 

Preso nel suo insieme, anche se non credo sia nell’ intenzione dell’autore, l’articolo mi sembra un danno per il servizio pubblico, strumentalizzabile dai suoi numerosi nemici ed offensivo per le migliaia di splendidi operatori che fianco a fianco con i malati ed i loro familiari portano il carico della sofferenza mentale cercando, se non di guarire, perlomeno di migliorare la qualità della vita di centinaia di migliaia di persone con cui stabiliscono legami che durano un’intera esistenza in uno scambio reciprocamente arricchente. 

 

E’ sempre positivo quando si parla di Psichiatria e soprattutto di servizio pubblico. Figuriamoci quando a farlo è, nelle pagine della cultura, un quotidiano così prestigioso come La Repubblica del quale condivido, come si diceva da giovani, la weltanschauung.
Sono reduce di tutta la mia carriera professionale trascorsa per trent’anni, fino alla pensione, nel Dipartimento di Salute Mentale di Viterbo. Come in un “piatto ricco” non resisto alla tentazione e mi “ci ficco”, anche attratto dalle frasette estrapolate ed evidenziate dai sottotitoli nel testo.

“Finalmente”, mi dico. Sono certo in una difesa appassionata del servizio pubblico contro l’avanzare, anche in questo campo, del privato. Poi, andando avanti nella lettura e, pur condividendo molte suggestioni aneddotiche, mi appare lo spettro di Comunardo Niccolai (che i più anziani ricorderanno come terzino del Cagliari campione d’Italia degli anni ’70) la squadra di Gigggirrrriva, per intenderci, passato alla storia per i suoi travolgenti e imprevedibili autogol.

Preso nel suo insieme, anche se non credo sia nell’intenzione dell’autore, l’articolo mi sembra un danno per il servizio pubblico, strumentalizzabile dai suoi numerosi nemici ed offensivo per le migliaia di splendidi operatori che fianco a fianco con i malati ed i loro familiari portano, talvolta eroicamente il carico della sofferenza mentale cercando, se non di guarire, perlomeno di migliorare la qualità della vita di centinaia di migliaia di persone con cui stabiliscono legami che durano un’intera esistenza in uno scambio reciprocamente arricchente. 

Dopo questa generica affermazione cerco di entrare più nel merito delle singole questioni. In primo luogo non ho motivo per dubitare delle affermazioni del dottor Cipriano e spero che con l’arrivo al SPDC del San Giovanni abbia più fortuna di quella avuta fin ora essendo incappato in situazioni indubbiamente deplorevoli.

Un primo discorso riguarda gli psicofarmaci. Indubbiamente ci possono essere abusi. Il ‘900 è stato il secolo della farmacologia e gli abusi sono stati inevitabili, si pensi anche alle polemiche di questi giorni sull’abuso degli antibiotici.

Il che non vuol dire che si stava meglio quando non c’erano gli antibiotici.

Messaggio pubblicitario La chiusura dei manicomi è stata certamente dovuta alla rivoluzione culturale e alla stagione riformista di quegli anni che poi, come il Concilio Vaticano secondo, ha attenuato la sua spinta restando parzialmente incompiuta, ma certamente anche all’avvento degli psicofarmaci.

Non sono la panacea e neppure il demonio: dipende, come sempre, dall’obiettivo per cui vengono utilizzati, nonché dalla competenza dell’utilizzatore.
Semmai occorre allarmarsi per un uso improprio sempre più a pioggia degli psicofarmaci, anche da parte di non specialisti, non per curare malattie ma per fronteggiare emozioni come la tristezza e l’ansia che sono parte integrante dell’esistenza ed hanno valore adattivo. Qui si aprirebbe un discorso più profondo sulla negazione che la nostra cultura fa della sofferenza e della stessa morte che più sono espulse più ci spaventano.

 

Il percorso classico  degli psicofarmaci

Degli psicofarmaci sappiamo inoltre che sostengono enormi interessi economici e che appena prodotti vengono spacciati per assolutamente efficaci e certamente innocui
(niente dipendenza, nè tolleranza) fino alla scadenza del copyright che garantisce i guadagni più cospicui. A quel punto vengono tirati fuori gli studi attardatisi nei cassetti dei ricercatori sulla pericolosità di quel farmaco. Contemporaneamente ne compare uno nuovo che si caratterizza in genere per tre aspetti:

  1. viene accreditato di efficacia pari e superiore al precedente,
  2. è assolutamente esente da effetti collaterali immediati e a lungo termine e
  3. costa circa 10 volte il precedente.

E’ stato così per l’eroina (inizialmente prodotto da banco) poi per i barbiturici che ci hanno portato via Marylin, poi per le benzodiazepine presenti in tutte le case ed ora per gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) che non si negano a nessuno.

Un’altra critica che mi sento di fare e di pensarsi noi come i buoni che hanno capito tutto e gli altri, in passato stupidi, cattivi e persino in malafede. Questa è una visione narcisistica e priva di una prospettiva storica. I medici che si sono occupati dei malati mentali hanno sempre cercato di farlo a fin di bene il che certamente non preserva dagli errori.

La nascita dei manicomi non è stata un esercizio di crudeltà mentale ma il tentativo di riconoscere il malato mentale come soggetto bisognevole di cure distinguendolo da altri esclusi ed emarginati. Alla fine del ‘600, le strutture lasciate libere dai lebbrosi rivelano finalmente la loro utilità nell’accogliere una vasta umanità di individui respinti dalla città, diventando ospedali ed al contempo carceri per persone di ogni tipo ed estrazione sociale.

Emblema delle nuove strutture dedicate all’isolamento è l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656, che viene definito da Foucault “il terzo stato della repressione”. Si tratta appunto di uno dei primi ospedali destinati ad accogliere e “correggere” i folli e gli alienati, ma è in realtà l’emanazione di un’autorità assoluta che il re crea ai limiti della legge tra la polizia e la giustizia. Fin dall’inizio è evidente che non si tratta di un’istituzione medica, ma di una sorta di entità amministrativa dotata di poteri autonomi, che ha diritto di giudicare senza appello e di applicare le sue leggi all’interno dei propri confini. I malati sono trattati senza rispetto per le condizioni in cui versano e tutta l’organizzazione ricorda molto da vicino quella di un carcere. La nascita dei manicomi vuole superare “il grande internamento” e riconoscere lo status di malati.

Ancora, Cipriano afferma che gli psicofarmaci non bastano e che al paziente servono soprattutto legami, un lavoro, un’ abitazione e, soprattutto, una dignità ed un progetto di vita. Ci mancherebbe altro, è la fiera dell’ovvio. Se non fanno questo, e possono farlo solo loro, un terreno dove il privato non potrà mai raggiungerci, cosa fanno i Dipartimenti di Salute Mentale?
Il problema, piuttosto, è la mentalità e dunque la formazione degli operatori.

Messaggio pubblicitario Anche il Dipartimento di Salute Mentale può trasformarsi in un “terricomio” se assume la dimensione dell’istituzione totale. A mio avviso lo diventa quando tenta di soddisfare al suo interno tutti i bisogni dei pazienti che invece devono cercarne la realizzazione nella società. Il manicomio era orribile non solo per i muri ma perché tutta la vita avveniva al suo interno. Non c’era bisogno di altro.
Volterra era una vera e propria città nella città con scuole, ufficio postale, officine, campi da coltivare, ospedali per quando ci si ammalava e persino un piccolo cimitero. Il rischio non è che i nostri dipartimenti diano solo farmaci ma che diano case da matti, lavoro per matti, soggiorni o vacanze per matti, pensioni per matti e così via.

In proposito fate caso a come delle attività normalmente piacevoli, quando praticate dai matti acquisiscano il postfisso “therapy” e diventino estremamente più costose e motivo di esclusione invece che di integrazione. Si veda la pet therapy, l’art therapy, l’ippoterapia, la musicoterapia, la terapia attraverso il cinema o il teatro o lo sport. L’essenza del manicomio è l’esclusione, il fatto di essere “un mondo a parte” e questa insidia è ben più subdola degli psicofarmaci perché si annida nella nostra mente di operatori e forse ancora di più in quelli compassionevoli e oblativi. Persino nel delinquere, fino ad oggi, il matto aveva un suo percorso a parte.

La costruzione di una società migliore è un percorso lungo pieno di inciampi e di strade sbagliate. Lo stesso vale per l’edificazione della salute mentale, le tappe precedenti alla nostra vanno guardate come propedeutici passaggi essenziali senza i quali non ci sarebbe stata la sensibilità che il dottor Cipriano esprime ed anche noi e lui saremo visti così tra cento anni, un po’ miopi e gretti ma, spero, umili portatori di un progetto comune.
Mi auguro che il futuro non abbia bisogno dei Dipartimenti di Salute Mentale perché la società sarà completamente inclusiva e di per sé terapeutica e la gestione del disagio mentale riguarderà tutti come l’educazione. Nel frattempo però restiamo uniti a difesa di quanto di buono è stato fatto in Italia e stiamo attenti agli autogol che danno argomenti ai detrattori del servizio pubblico. Per resistere ci serve gente che parli in termini di “noi”. Gigggirrrriva e non Comunardo Niccolai.

 

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