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Elettroshock. Sono ancora vivo. E la chiamano depressione (2014) – Recensione

L'autore racconta l’incontro con la terapia elettroconvulsiva che riesce a far ritrovare l'equilibrio nella sua mente, dopo una grave forma di depressione.

ID Articolo: 102351 - Pubblicato il: 08 settembre 2014
Elettroshock. Sono ancora vivo. E la chiamano depressione (2014) – Recensione
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Il libro  è scritto da Ignazio Cucci, che racconta la sua lotta con una grave forma di depressione con aspetti psicotici. E’ un racconto senza filtro, drammatico e variegato, con uno stile narrativo pieno di libere associazioni che ti investe come un ciclone.

Chi in Italia si interessa, anche minimamente, di sport è molto probabile che conosca il giornalista sportivo Italo Cucci, ospite di tante trasmissioni televisive e già direttore di Guerin Sportivo e del Corriere dello Sport-Stadio. Cucci ha fatto la storia del giornalismo sportivo italiano, distinguendosi, a mio avviso, per una particolare simpatia romagnola, insieme a una sorta di saggezza da vecchio tifoso. Vedere il suo nome scritto su un libro che ha come titolo la parola “elettroshock” scritta in rosso a caratteri cubitali, lo confesso, mi ha stupito non poco.

Il libro in realtà ha la prefazione di Italo Cucci, mentre il resto del volume è scritto dal figlio Ignazio, che racconta la sua lotta con una grave forma di depressione (bipolare?) con aspetti psicotici. E’ un racconto senza filtro, drammatico e variegato, con uno stile narrativo pieno di libere associazioni che ti investe come un ciclone e si arricchisce con una sezione di poesie e addirittura con uno stralcio della tesi di laurea dell’autore sulla Roma dei gladiatori.

Nella storia troviamo il classico confronto con una figura paterna ingombrante (sindrome da figlio d’arte?) e con una famiglia piena di personaggi bizzarri e avventurosi, che potrebbero avere avuto un’influenza sui deliri grandiosi di Ignazio, che arriva, nei momenti più acuti della malattia, a identificarsi e a sentire la voce di personaggini del calibro di Alessandro Magno, Napoleone Bonaparte, Giulio Cesare, Silvio Berlusconi (ebbene sì…), ma soprattutto Frank Sinatra.

L’effetto sul lettore è un po’ tragicomico, con bonarie prese in giro al mondo psi in frasi del tipo

Vorrei segnalare che questo libro è scritto con potenti brainstorming, Serendipity e metodo A-HA (soluzione psicologica non preventivata ad un problema dopo un lungo percorso ragionativi) e infine con ipnosi suggestiva e training autogeno alla Schultz.

Ignazio racconta il lungo e difficile percorso di cure che l’ha portato da diversi psichiatri e psicologi senza ottenere sostanziali miglioramenti, fino all’incontro con il luminare italiano della psicofarmacologia Gian Battista Cassano, che con una buona dose di neurolettici e con l’elettroshock (o meglio terapia elettroconvulsiva- TEC), riesce a far ritrovare un certo equilibrio nella mente dell’autore, che oggi lavora come bibliotecario nell’Isola di Pantelleria.

Il trattamento elettroconvulsivo ricevuto da Ignazio non ha niente a che vedere con gli elettroshock modello Qualcuno volò sul nido del cuculo, ben impressi nel nostro immaginario collettivo. E’ sicuramente più paragonabile a un piccolo intervento chirurgico fatto in anestesia generale. 

Non mi sono ribellato perché l’anestesista e Gabriella mi infondevano fiducia, sentivo amore intorno a me, non minacce

scrive l’autore, evidenziando come l’elemento di umanità risulta fondamentale per accettare anche i trattamenti più invasivi e potenzialmente traumatizzanti.

Messaggio pubblicitario L’elogio della TEC (inventata, ricordiamocelo, dai nostri connazionali Cerletti e Bini negli anni venti) è sicuramente una presa di posizione coraggiosa, soprattutto in Italia, dove, a differenza dei paesi anglosassoni, viene ancora molto demonizzata anche per ragioni ideologiche.

È vero, l’elettroshock funziona. È come dare una botta a una radio rotta: una volta su dieci la radio riprende a funzionare diceva infatti Franco Basaglia, anche se la letteratura scientifica internazionale considera la TEC come un trattamento importante e di comprovata efficacia per la depressione resistente ai farmaci, soprattutto quando sono presenti anche sintomi psicotici (Kellner et al., 2012).

Secondo altri studi avrebbe anche un’efficacia nella schizofrenia, soprattutto quando si cerca un effetto rapido sulla sintomatologia produttiva, anche se i risultati sono meno evidenti (Tharyan, 2005). In Italia le strutture attrezzate a somministrare tale cura sono nove, e nel triennio 2008-2010 sono stati eseguiti poco più di 1400 trattamenti, soprattutto a pazienti con gravi forme depressive resistenti alle terapie farmacologiche.

Navigando sul web si possono trovare diverse testimonianze di persone come Ignazio che hanno tratto beneficio dalla TEC, come quelle di molte altre persone che non l’hanno trovato e che lamentano solo gli effetti collaterali soprattutto di tipo cognitivo (amnesie retrograde).

L’impressione è che di fronte ai disturbi psichiatrici gravi come le depressioni con aspetti psicotici (che alcuni fanno rientrare nella diagnosi controversa di disturbo schizoaffettivo) siamo ancora molto lontani da trattamenti standardizzabili e che la variabilità individuale abbia ancora un peso troppo forte. Anche nell’uso degli psicofarmaci ci si trova spesso a dare dei calci a delle radio rotte. Le storie come quella di Ignazio fanno comunque ben sperare.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Cucci, I., Cucci, I. (2014). Elettroshock. Sono ancora vivo. E la chiamano depressione. Minerva Edizioni ACQUISTA
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