Il caso della Villa Santovino – Centro di Igiene Mentale – CIM N. 10 – Storie dalla psicoterapia Pubblica

CIM - Centro di Igiene Mentale - Ep. 10 - Il caso della Villa Santovino chiusa per coltivazione, spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti.

ID Articolo: 101427 - Pubblicato il: 15 luglio 2014
Il caso della Villa Santovino – Centro di Igiene Mentale – CIM N. 10 – Storie dalla psicoterapia Pubblica
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CIM CENTRO DI IGIENE MENTALE – #10

Il caso della Villa Santovino

 

La gravidanza chiacchierata di Luisa Tigli portava sotto il livello di guardia il personale infermieristico. Biagioli temeva inoltre che Luisa con il terzo figlio avrebbe preso la decisione di abbandonare il lavoro e ciò lo preoccupava professionalmente e personalmente. Aveva avuto incontri incandescenti con il direttore del dipartimento Rodolfo Torre e persino con il direttore generale della ASL Francesco Altamura che per il suo passato credeva comprensivo delle problematiche della psichiatria territoriale. Nulla da fare.

Le linee guide della regione erano inflessibili. Nessun tipo di contratto anche a tempo determinato era possibile per nessuna ragione: il buco di bilancio della sanità era inarrestabile. Nessuno veniva più sostituito alla faccia della normativa nazionale che prevedeva precisi rapporti tra popolazione residente ed operatori. Un aiuto insperato quanto sgradito arrivò dalla magistratura. Per la verità si presentò a casa di Biagioli la mattina alle sei con la faccia di un giovane brigadiere dei carabinieri arrivato a Monticelli da Salerno soltanto venti giorni prima. Con l’orgoglio di un giovane che compie la sua prima missione operativa il graduato consegnò a Biagioli una busta verde contenente atti giudiziari. Il caffè gli parse più amaro del solito mentre apriva sul tavolo della cucina l’avviso di garanzia che gli comunicava l’apertura di indagini a suo carico e l’invito a presentarsi il mercoledì successivo alle 12,00 presso gli uffici del sostituto procuratore di Vontano. Il Dr. Pace probabilmente per motivi personali, dicevano i pettegoli, aveva più volte posto le sue sgradite attenzioni sugli operatori della salute mentale indagandone orari, sedi di lavoro, cartellini di presenza.

I più psicoanalisti sostenevano essere un modo per chiedere aiuto e si aspettavano che un giorno o l’altro facesse una formale richiesta di psicoterapia. Altri lo bollavano come un ossessivo anale fissato delle regole. Altri ancora ironizzando sulla sua minuta statura semplicemente una “carogna” come il giudice di Fabrizio De Andrè. L’ipotesi che si trattasse di un magistrato scrupoloso era troppo poco fantasiosa per essere presa in considerazione dai signori dell’interpretazione. Quella stessa mattina prima delle otto analoghe buste furono consegnate a casa di Antonio Nitti, Marco Polti, Giulio Renzi e del dottor Luigi Cortesi. Per capire cosa stesse succedendo è doverosa una premessa.

Antonio, Marco e Giulio alle dirette dipendenze di Luigi erano una sorta di task force del CIM dedicata ai casi disperati resistenti a qualsiasi trattamento tradizionale. Con loro si tentavano strade innovative frutto della creatività terapeutica di questi quattro operatori che univano stranezza (più volte venivano scambiati per pazienti e pazienti gravi) autonomia operativa e insofferenza per regole e gerarchie (quando fu creata e distaccata la loro squadra dal resto del CIM fu per tutti un sollievo) a genialità e impegno ( le loro idee erano rimbalzate con successo in molti congressi nazionali per riabilitatori ed erano in contatto sul web con i centri più all’avanguardia nel mondo sulle tecniche innovative per i pazienti gravissimi).

Due anni prima c’era stata la svolta. Alessio, il figlio dell’avvocato Santovino, il più noto penalista di Vontano si era suicidato nel box sottocasa con i gas di scarico della sua porche boxter cabrio. Il giovane venticinquenne con diagnosi di disturbo bipolare era stato visto da tutti i luminari dell’università di Roma. Il padre sconvolto e anch’egli forse con una probabile tendenza ciclotimica pose fine allo straziante periodo di lutto durato diciotto mesi donando al dipartimento di salute mentale la villa sul litorale con tre ettari di terra e le due barche a vela di Alessio. Composta di sette stanze da letto e molti locali comuni distava un kilometro dal mare. Inizialmente Torre ne ipotizzò l’utilizzo per i soggiorni estivi ma la federalberghi provinciale espresse fermamente la sua contrarietà. I soggiorni erano una fonte di reddito durante i periodi di bassa stagione. L’occupazione non poteva essere ulteriormente colpita. L’idea del direttore generale Altamura di tenervi delle colonie estive per i dipendenti della ASL fece quasi recedere Santovino dall’idea della donazione.

Biagioli prese due piccioni con una fava assegnando la villa alla Task force sul paziente resistente assegnandone la guida ufficiale al dottor Cortesi. Gli altri operatori si sentirono liberati di un peso ed ogni volta che un paziente grave diventava ingestibile veniva proposto per “Villa Santovino”. Nei mesi si era raccolta una piccola comunità di otto pazienti e quattro operatori (per questa detta “quella sporca dozzina”) che comprendeva soprattutto disturbi borderline di personalità, narcisisti, antisociali e qualche giovane psicotico che altrimenti entrava e usciva dall’ospedale. Le attività della comunità erano legate alla gestione della vita comune, a piccoli lavori esterni per procacciarsi denaro che integrava il modesto finanziamento della ASL. Svago, sport (le due vele di Alessio non rimasero inutilizzate) e esperienze artistiche (musica, pittura e scultura) sostenute dall’impegno volontario di molti professori del liceo artistico di Monticelli. Vere e proprie terapie non ce ne erano a meno di non considerare tali le assemblee per la gestione della vita comune, le relazioni interpersonali calde e affettuose, i ruoli di ciascuno nella vita di gruppo.

  Messaggio pubblicitario Le famiglie che solo una domenica al mese erano ammesse a condividere il pranzo a Villa Santovino erano entusiaste e veneravano quegli strani operatori che sembravano riuscire dove tutti gli altri avevano fallito. Luigi Cortesi era un cinquataduenne alto e magro come una candela con un passato da chierichetto e dirigente dell’azione cattolica. Non aveva mai bisogno di ordinare le cose. Il suo esempio era trascinante. Accusato di buonismo e ingenuità credeva che l’amore fosse la più efficace delle medicine. Non si era mai sposato e si dedicava alla psichiatria come ad una missione. La sua forza stava nel riuscire a scorgere in ognuno il buono che sempre c’è e nel rapportarsi esclusivamente ad esso facendolo sviluppare. Esperto di arte e libero da impegni familiari viaggiava continuamente in Europa alla scoperta dei tesori dell’arte sacra. Mite fino all’arrendevolezza diventava intransigente quando qualcosa ostacolava la sua missione di salvatore delle menti.

 

Ad appianare gli ostacoli ci pensava Giulio Renzi, l’infermiere caposala suo coetaneo. Non si potevano immaginare due persone tanto agli antipodi. Giulio era rimasto il bulletto che già alle medie imponeva il pizzo ai suoi compagnucci. Sapeva farsi rispettare alternando lusinghe e minacce. Maestro nell’arte del compromesso traeva vantaggi personali da ogni attività e non era certo preoccupato di sconfinare nel terreno dell’illegalità. Faceva il lavoro sporco che Luigi aborriva ma portava sempre a casa il risultato. Pratico, concreto, impulsivo e arrogante non sfigurava tra gli altri borderline di Villa Santovino.

Biagioli si congratulava ancora con se stesso per esserselo tolto di torno. Anche se appesantito dall’età ci provava indiscriminatamente con tutte le donne. Non lo fermavano considerazioni di ruolo o di età. La carriera sindacale gli conferiva un discreto potere che usava per i propri interessi. Nella sua ricca fedina penale figurava anche una denuncia per abuso sessuale da parte di una collega ritirata dopo la sua nomina a coordinatrice ospedaliera.

Affiancavano i due vecchi, due quarantenni. Antonio Nitti emanava un fascino magnetico. Era la versione maschile di Gilda. Come Giulio Renzi non badava molto alle regole e ne oltrepassava con disinvoltura i confini ma con una differenza sostanziale: la sua intenzionalità era sempre positiva. Era lo sponsor di ogni paziente, il coach, l’imprenditore personale. Voleva promuovere la vita degli altri. La sua brillante intelligenza gli permetteva sempre di vedere originali punti di vista e trovare soluzioni a problemi apparentemente cronicizzati. Guardava le cose con l’ingenuità di un bambino che le osserva per la prima volta e libero da pregiudizi. Tutto ciò che era formale gli appariva una perdita di tempo rispetto al trascinare gli altri nel godimento dell’esistenza. Non c’era vizio che non coltivasse con la moderazione, però, di chi vuole farselo durare a lungo. Rispetto alle donne il suo sforzo era tutto nel tentare di rimanere “un magnifico quarantenne scapolo”.

Sposatissimo era invece Marco Polti, l’intellettuale del gruppo che teneva i contatti con gli altri centri di ricerca nel mondo sul paziente intrattabile. Secchione a scuola si era sposato appena trovato lavoro con la sua compagna di banco delle medie e rapidamente messo al mondo due figlie. Nel tempo libero si dedicava al volontariato con gli anziani ed era diventato amico di molti pazienti che frequentava anche fuori servizio. All’incontro con il Dr. Pace parteciparono oltre a Biagioli i vertici del dipartimento e della ASL: Torre e Altamura più che far fronte comune con Biagioli avevano l’aria scocciata di chi è infastidito dal doversi occupare delle marachelle dei figli. La faccenda era piuttosto seria.

Su segnalazione dei confinanti che non gradivano la vicinanza dei matti i carabinieri avevano fatto un sopralluogo e scoperto quasi mezzo ettaro coltivato a cannabis. Cortesi aveva goffamente sostenuto che era per il consumo personale degli ospiti e che c’erano evidenze scientifiche dell’effetto terapeutico.

Ma l’enormità della quantità e l’ammissione di alcuni distributori intermedi che erano infastiditi dall’entrata sul mercato di questi nuovi fornitori eliminarono ogni dubbio. L’accusa era coltivazione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Le ripercussioni legali sarebbero durate per anni ed ognuno avrebbe scelto la sua linea difensiva. Intanto Villa Santovino fu immediatamente chiusa e venduta. I quattro incriminati in attesa di sentenza definitiva non furono licenziati. Si fecero, infatti, carico di tutto escludendo ogni responsabilità superiore anche se era evidente che “non si poteva non sapere” e, come minimo c’era un problema di mancato controllo. Così furono reintegrati in servizio presso il CIM di Monticelli fra sbuffi e battute maliziose degli altri che nascondevano, in parte, l’invidia per quegli operatori così motivati, diversi e geniali.

 

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