Dal gemello “sacrificato” alla rinascita della individualità – PARTE 4

Gemello “sacrificato” - L'uso del pallone facilita la presentazione e rappresentazione di Sé e degli oggetti, favorendo intenzionalità e autoaffermazione.

ID Articolo: 35785 - Pubblicato il: 25 ottobre 2013
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Alessandra Cocchi.

 

Dal gemello “sacrificato” alla rinascita della individualità

Un intervento di Danza Movimento Terapia

PARTE 4

 

DANZAMOVIMENTO TERAPIA:

Il difficile contatto: Controtransfert somatico e Movimento Autentico

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Dal gemello “sacrificato” alla rinascita della individualità - PARTE 4. -Immagine:© adimas - Fotolia.com Il pallone mi era sembrato un materiale perfetto per sperimentare sia col calcio che col lancio a mano l’effort del peso nella verticalità, che assolve al compito di raggiungere ciò che il bambino, secondo la Kestenberg, sperimenta nella Fase Anale, e cioè una forma di base per la presentazione e rappresentazione di Sé e degli oggetti, favorendo l’intenzionalità e l’autoaffermazione.

Riprendiamo la narrazione dell’esperienza di danza movimento terapia con L. Dopo i primi incontri di osservazione e di tentativi di interazione, ho avuto difficoltà a rimanere in contatto con L.. Nell’ascoltare i racconti del bambino, nel tentare una reciprocità di relazione verbale e di movimento non mi sentivo realmente vista da lui, sebbene mi tenesse sott’occhio in continuazione. Ero irretita in un vissuto di noia, sonnolenza, mi distraevo durante i suoi racconti; non riuscivo a trovare un modo di interagire con lui quando gli stavo di fianco mentre, improvvisamente, si dedicava a qualche minuto di movimenti “esplosivi” allo specchio.

Niente sembrava fare presa su di lui, il suo presentarsi come il “bambino non reattivo” descritto dalla mamma e dalla psicologa mi aveva catturata in un generale senso di impotenza, disattivazione e demotivazione, in cui anche i miei movimenti rispecchianti erano totalmente svuotati e inefficaci. Ho potuto diventare cosciente dei fenomeni controtransferali in corso, distinguendo ed esaminando le mie  reazioni oggettive nei confronti del paziente.

I segnali controtransferali somatici mi avvertivano che ero entrata nell’area di collusione con le difese del bambino, paralizzandomi, poichè avvertivo come fra noi non ci fosse un vero confronto, non mi vedesse come persona: io ero per L. un oggetto cui aderire adesivamente con lo sguardo per dare rifugio e protezione al suo Sé grandioso/deprivato.

Heinz Kohut descrive come nella forma di transfert fusionale arcaico (“Tu ed io siamo una sola cosa, quest’unità è dotata di ogni perfezione”) si riattivi il Sé grandioso del paziente, ed era ciò che gratificava L. durante i nostri incontri. Ma tutto ciò poteva avvenire a patto che L. ed io non stessimo troppo vicini fisicamente, o che io non prendessi iniziative. Se mi avvicinavo o se gli facevo proposte interattive, il bambino mi vedeva come il genitore imprevedibile e distante, portatore di esperienze frustranti e intrusive, da cui doveva difendersi, e si deanimava.

Messaggio pubblicitario Oppure non accettava i miei tentativi di provare a rendere efficaci i suoi movimenti “esplosivi”, per  mettere nel corpo la “forza grandiosa”; e così i suoi calci e pugni erano sferrati in aria, nella fantasia di abbattere l’immaginario nemico o avversario, da cui in realtà era abbattuto. Non mi sentivo mai sicura di stare facendo la cosa giusta per lui, e mi sentivo come una madre che non riesce a capire cosa stia succedendo al proprio bimbo, come doveva essersi sentita sua madre, dunque. Ero dunque inglobata e paralizzata in una riattualizzazione della relazione precoce fra L. e la sua mamma.

In una attività di MA svolta in quel periodo, entrai in contatto con le qualità di movimento con cui L. esprimeva da una parte la deprivazione relazionale ed emotiva, dall’altra il conseguente cristallizzarsi del ruolo di “sacrificato”. Erano le stesse qualità che L. tentava di esprimere immaginando di essere un eroe del wrestling: io dovevo portare L. a produrre gesti compiuti, con un inizio e una fine, e non lasciarlo solo a cercare un pallido e frustrante riflesso di questi gesti, perduto e irretito nel suo mondo immaginario, irreale. Al crocevia della pubertà, L. stava semplicemente cercando di emergere dal “mondo dell’ombra” in cui era stato relegato.

Considerando gli elementi di movimento su cui potevo sintonizzarmi per agire come Oggetto-Sé empatico, ho deciso di lavorare sugli elementi mancanti, in ombra, non integrati, ma fortemente desiderati da L., e impossibili da raggiungere da solo.

Ho cercato quindi materiali facilitatori per aiutare lui e me a rimanere in contatto con le qualità di movimento che stavamo cercando: i materiali avrebbero facilitato l’indirizzarsi e lo strutturarsi dell’azione corporea, favorito l’intenzionalità del movimento, creato sia un “pretesto” per esplorare nuovi movimenti, che una possibilità di raccontare se stessi col movimento.

Il pallone mi era sembrato un materiale perfetto per sperimentare sia col calcio che col lancio a mano l’effort del peso nella verticalità, che assolve al compito di raggiungere ciò che il bambino, secondo la Kestenberg, sperimenta nella Fase Anale, e cioè una forma di base per la presentazione e rappresentazione di Sé e degli oggetti, favorendo l’intenzionalità e l’ autoaffermazione.

Questi movimenti favoriscono altrettanto l’ efficacia per muoversi verso la dimensione sagittale, movimento descritto nel KMP come specifico della fase uretrale. In questa fase, il bambino sperimenta la mobilità nel camminare e nel correre nello spazio, nel fermarsi e nel ripartire e nell’ alternanza fra flusso libero e flusso tenuto, sente che il suo corpo è mobile ed elastico. La palla è un oggetto che può riportare alle caratteristiche dello sviluppo e della funzione materna di questo periodo: quella “mobilizzante”, che spinge il bambino a esplorare lo spazio, e quella “contenente” che ritorna a lui e da cui lui ritorna quando l’esplorazione è terminata.

Gli ho proposto di centrare un grande foglio che avevo attaccato al muro come bersaglio (attivazione dello spazio diretto), dove poter tirare successioni di cinque pallonate forti (attivazione del peso forte attivo), dopo di che respirare profondamente per ricaricarsi (connessione col flusso di forma).

L. si è interessato subito a questo gioco, e in esso ha sperimentato il piacere di calciare un pallone pesante e resistente, che richiede ai muscoli una forte attivazione e alla forma del corpo un grande adattamento. Sono emersi fin da subito i gesti direzionali di allungarsi verso lo spazio e poi tornare a chiudersi, allontanarsi e avvicinarsi, separarsi dall’oggetto e poi ritrovarlo, mantenendo un focus direzionale nello spazio e stabilità corporea.

Così L. si è allenato a sentire il  peso, alternando flusso libero e tenuto: gradualmente si è concentrato sul bersaglio da colpire e sul peso attivo da utilizzare nel calcio al pallone, per potere calciare da distanze sempre maggiori. Il bambino ha anche sperimentato l’allargamento e il  restringimento della propria forma corporea, ed è emersa dapprima la connessione omolaterale nella dimensione sagittale che gli permetteva di sperimentare la stabilità di una parte del corpo, mentre l’altra si muoveva in avanti, in una collaborazione degli opposti, e in una organizzazione chiara dei compiti di ciascuna parte del corpo, che dava efficacia al gesto; successivamente si è espressa in pienezza, nei calci più forti e angolati, in cui sfruttava tutto lo spazio della palestra, anche la connessione controlaterale  (Hackney 1999), grazie alla quale ho potuto vedere L. compiere movimenti tridimensionali, in grado di “scolpire” lo spazio.

Finalmente eravamo riusciti a interagire uscendo dal mondo della frustrazione e della fantasia e ad avviare una relazione portando una cosa molto semplice: un calcio a un pallone! Le fantasie di movimenti che esprimessero forza e potenza, finalmente si sono potute riversare nella realtà, e L. ha potuto avere al suo fianco un adulto che lo aiutava e lo incoraggiava in questa ricerca di autoaffermazione e di efficacia.

Ma, man mano che il gioco proseguiva nelle settimane, avvertivo sempre più chiaro in quei calci il “rumore di fondo” dell’aggressività. Attendevo dunque, fiduciosa, ma anche timorosa, i nuovi sviluppi del processo terapeutico.

LEGGI ANCHE:

FAMIGLIA – BAMBINI – GENITORIALITA’ – ARTETERAPIA – PSICOANALISI – TRANSFERT

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