Rapporto dal congresso APA 2013 – Honolulu, Hawaii

APA 2013 - Congresso mastodontico che volutamente non segue un filo comune. Contenitore universale e il luogo di incontro degli psicologi americani.

ID Articolo: 34091 - Pubblicato il: 11 settembre 2013
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APA 2013

American Psychological Association

Honolulu, Hawaii

 APA 2013 - SLIDE

Un congresso mastodontico che volutamente non segue un filo comune. È un contenitore universale e il luogo di incontro degli psicologi americani.

Come sapete, (Leggi: APA 2013 – Il congresso annuale della American Psychological Association) all’inizio di agosto ho partecipato al congresso annuale dell’APA, l’American Psychological Association. Ci ero andato per contribuire a un simposio dedicato alla diffusione della REBT, la terapia razionale emotiva comportamentale fondata da Albert Ellis, nel mondo.

Il mio simposio, si è svolto sabato mattina e ha visto una buona partecipazione. La REBT da sempre è una sorta di alter ego della CBT, una versione più ibrida e più flessibile, con maggiori apporti provenienti dalla client centered therapy di Rogers e maggiori punti di contatto con aspetti cognitivi di “terza ondata”. L’importanza del pensiero secondario, definito non a caso meta-emotivo nelle ultime formulazioni, facilita la scambio tra REBT e modelli metacongitivi.

Nel simposio si è riflettuto su come la REBT si sia evoluta emigrando dagli USA in paesi per alcuni aspetti molto differenti: in India, Sudamerica, Inghilterra, Italia o Romania.

La REBT è molto centrata sulla critica razionale dei pensieri disfunzionali, in un stile molto pragmatico e -a tratti- aggressivo. Presuppone un atteggiamento franco e poco cerimonioso. In paesi come India o in paesi europei questo aspetto va temperato. Un altro aspetto che va incontro a modifiche culturali è la gravità dei pensieri disfunzionali.

Le doverizzazioni a quanto pare sono una caratteristica dei clienti dei paesi occidentali, mentre in India prevale per gravità l’autosvalutazione e l’inferiorità.

Il resto del congresso era caratterizzato dall’estrema varietà di interessi. Teniamo conto che L’APA è un congresso generalista, che non privilegia un’area particolare, ma l’intera psicologia. C’erano così la psicologia del lavoro o la psicologia dello sport, la ricerca di base più sperimentale e la ricerca clinica naturalistica.

Messaggio pubblicitario Se c’era un argomento dominante forse era la guerra. Nelle plenarie ho visto spesso lavori sulle conseguenze psicologiche e sui problemi psicologici della guerra. Una centralità della guerra inimmaginabile per noi europei. Una delle presentazioni più interessanti era dedicata all’inserimento sociale delle famiglie dei militari.

Hazel Atuel, dell’University of Southern California, in una sessione dal titolo “Trattamento di bambini e coniugi di personale militare” ha  descritto una ricerca condotta raccogliendo informazioni sulla percezione che hanno i genitori che stanno nell’esercito del clima scolastico, dell’impegno scolastico, della qualità dei programmi scolastici e dei problemi scolastici come il bullismo.

Le famiglie dei militari percepiscono il clima della scuola meno favorevolmente, e le scuole incoraggiano meno il coinvolgimento dei genitori militari. Insomma, intorno ai militari si crea un’atmosfera di lontananza e di diffidenza, che potrebbe essere pagata dai bambini.

Questi è solo un esempio dei problemi trattati all’APA. Il ventaglio degli interessi era molto ampio, dalla violenza sessuale al ruolo degli psicologi nella gestione dei disastri naturali, dalle infedeltà coniugali agli atteggiamenti di dominanza e sottomissione sociale, passando per l’efficacia dei feedback per limitare lo spreco di energia all’eterno problema del razzismo e dei suoi risvolti psicologici.

Una delle presentazioni più popolari è stata quella di sull’intelligenza dei cani condotta da Stanley Coren, della University of British Columbia. L’intelligenza dei cani è soprattutto di tipo imitativo e per interagire con loro dobbiamo soprattutto effettuare operazioni di modelling, mostrare le cose da fare, piuttosto che indurli a fare indicandole. Qui ci sono dei video teneri e divertenti proiettati da Coren durante la sua presentazione:

Personalmente ho seguito attentamente alcune sessioni di psicoterapia. La prima era una sorta di report sulla situazione della psicoterapia negli USA. La sessione era presieduta da Ray DiGiuseppe. Accanto ai dati positivi sulla sempre crescente diffusione e domanda di psicoterapia e sulla diminuzione costante dello stigma, della vergogna di andare in psicoterapia, c’erano anche le notizie negative.La principale è che il livello di frammentazione sta aumentando e ha colpito, dopo la psicoanalisi e le terapia psicodinamiche, anche le altre terapie.

In particolare la terapia cognitiva, che pareva immune alla piaga della frammentazione e della moltiplicazione delle etichette e delle sottoscuole. Un tempo c’era (apparentemente) solo una terapia cognitiva, o al massimo due: al CBT classica alla Beck, poi c’era la REBT, la sorella terribile fondata da Ellis, e poi il progenitore comportamentale, la BT. Oggi, con la terza ondata si assiste a un proliferare di sigle: ACT, compassione therapy, terapie metacognitive di vario genere, mindfullness, solo per citarne alcune.

Nella seconda sessione a cui ho assisto si visionava e si commentava una seduta videotrasmessa. La seduta era condotta da Stevan L. Nielsen dell’Università dello Utah. Nielsen è un terapista REBT ortodosso, forse anche troppo. Un “child” di Ellis, lo ha definito Raymond DiGiuseppe, che era uno dei discussant insieme a Michael Lambert, il cui prestigio è salito alle stelle dopo il successo universale del suo OQ 45, ed Elizabeth Williams, psicoterapeuta di orientamento femminista e multiculturale.

Messaggio pubblicitario Il paziente era un ragazzo timido e depresso, un po’ isolato socialmente e affettivamente. Nielsen lo ha aiutato a darsi una scossa, utilizzando un tipico stile REBT stimolante e incoraggiante. Perfino troppo, attirandosi le critiche di DiGiuseppe, terapista REBT anche lui ma più propenso a lasciare spazio al paziente e a tacere. Ancor più scettico Lambert, che ha molto sottolineato invece la bontà degli interventi di validazione e accoglimento. Lambert, infatti, è un seguace della emotion focused therapy di Greenberg a sua volta figlia della client centered therapy di Rogers. Infine la Williams ha mantenuto un atteggiamento intermedio. Ha in parte criticato l’eccesso di zelo di Nielsen, che effettivamente a tratti avrebbe fatto bene  a parlare un po’ meno e a lasciare il tempo al paziente di riflettere. Dall’altra però la Williams ha anche apprezzato la capacità motivante di Nielsen, che ha saputo trasmettere un po’ della sua energia al ragazzo sofferente.

Una sessione su cui riflettere e in cui, ancora una volta, è emerso quanto sia differente una seduta reale dalle sue descrizioni teoriche. Insomma, un congresso mastodontico che volutamente non segue un filo comune. È un contenitore universale e il luogo di incontro degli psicologi americani.

Chiudo con una nota di colore. Ho conosciuto molti colleghi “Italian-american”, tutti commossi nell’incontrare un “Italian-italian”, come dicevano loro. In particolare ho trascorso molto tempo con Bernardo Carducci, professore di psicologia alla Indiana University e studioso esperto di timidezza, argomento interessantissimo sul quale ha rilasciato un’intervista a State of Mind. Carducci, infine, è presidente e fondatore della Italian-American Psychology Assemby, un’associazione che riunisce i colleghi psicologi italo-americani e di cui sono diventato membro onorario. Da buon paisà.

 GUARDA L’INTERVISTA A BERNARDO CARDUCCI 

LEGGI : APA 2013 – Il congresso annuale della American Psychological Association

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