SITCC 2012 – Nicolò, Rezzonico, Sibilia & Sassaroli sul Cambiamento in Terapia

SITCC 2012 - Impressioni dal Simposio "Processi di Cambiamento in Terapia Cognitiva: Modelli A Confronto" - SITCC 2012, Roma.

ID Articolo: 17451 - Pubblicato il: 19 ottobre 2012
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SITCC 2012 Roma - Reportage dal Congresso Annuale della Società Italiana di Psicoterapia Cognitivo-ComportamentaleSimposio: “Processi di Cambiamento in Terapia Cognitiva: Modelli A Confronto” – SITCC 2012, Roma. 

Nicolò, Rezzonico, Sibilia – Chair: Carcione

Discussant: Sassaroli 

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Confronto molto interessante quello che ha visto come protagonisti Giuseppe Nicolò, Giorgio Rezzonico e Lucio Sibilia e moderati da Sandra Sassaroli. I tre relatori, è ormai noto, rappresentano tre poli importanti della terapia cognitiva all’interno della SITCC. Sicuramente uno dei simposi più importanti del Convegno. 

Nella bellissima Sala 2 dell’Angelicum di Roma apre le danze Giuseppe Nicolò. Il tema dei processi di cambiamento in terapia cognitiva viene sviluppato prendendo come riferimento il modello del Terzo Centro di Roma sulla Metacognizione

Nella relazione, vengono identificati quali dovrebbero essere i fattori di cambiamento da prendere in considerazione per valutare il processo terapeutico e la sua efficacia: tali mediatori dovrebbero avere un effect-size misurabile ed essere specifici. La proposta di Nicolò sarebbe quella di considerare, ad esempio, alcuni mediatori di cambiamento che riflettano le capacità metacognitive del paziente, come ad esempio misure come la RF Scale (che misura la funzione riflessiva), TAS (che misura la disregolazione affettiva) e la nota SvAM (che misura le componenti della metacognizione). 

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In psicoterapia, viene considerato fondamentale chiarire e disporre di una cornice chiara e definitiva che includa un razionale del modello terapeutico e del cambiamento, obiettivi specifici e chiari (che possano essere misurati e vagliati quantitativamente), strumenti precisi che promuovano il cambiamento di tali mediatori e infine stabilire in modo chiaro quali siano i mediatori del cambiamento che si vogliono prendere in cosiderazione. 

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L’intervento di Giorgio Rezzonico si concentra sui fattori di cambiamento nella prospettiva costruttivista. Il tema centrale della relazione è il seguente: “più ci si concentra sugli aspetti specifici, più si rischia di perdere il senso d’insieme della psicoterapia“. La proposta di Rezzonico è quella di utilizzare “protocolli modificati”, ampliando gli interventi con gli aspetti specificamente costruttivisti. E visto che, secondo Rezzonico, “non possiamo insegnare niente alle persone, bensì creare palestre di allenamento relazionale“, è necessario dotarsi di misure di cambiamento che siano indirette e complesse.

Il suo punto di vista sull’uso delle tecniche in terapia, invece, riflette la necessità di integrarle all’interno di una visione più complessa e ampia della psicoterapia. Il focus del modello costruttivista, però, non è certo quello delle tecniche, bensì la costruzione condivisa di un significato e l’attenzione al cambiamento degli stati mentali del paziente, che evolve in quanto agente e co-protagonista di esperienze nuove, create o elicitate nella relazione terapeutica.  

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Messaggio pubblicitario  L’ultimo intervento, ad opera di Lucio Sibilia, inizia da una constatazione, cioè che moltissimi approcci cognitivo-comportamentali hanno fondamenti empirici e spiegano il cambiamento ma nessuno di loro rende conto di tutti i fattori clinici. Questo porta allo sviluppo “esponenzialmente divergente” tra modelli differenti che, pur riferendosi ad una cornice epistemologica (più o meno) comune, non ha portato ad una teoria unificante.

La tesi discussa da Sibilia è interessante: (parafrasando) se io faccio un buon caffè, voi lo bevete e siamo tutti contenti. Ma per costruire una scienza del caffè devo fondarla su dati empirici.

Il problema delle divergenze teoriche, e della loro spiegazione empirica, potrebbe essere colmato, o almeno ridotto, prendendo in considerazione il modello del “determinismo reciproco”, teoria secondo la quale esistono quattro elementi chiave che potrebbero, se inclusi nelle teorie, spiegare LE terapie cognitivo-comportamentali. Tale aspetti sono i contenuti e i processi cognitivi, le risposte emotivo/affettivo-viscerali (che rappresentano il soggetto, la sua “esperienza interna”) e i comportamenti motori e gli stimoli e le condizioni ambientali (che rappresentano, invece, il mondo esterno, l’ambiente).

Quali sono i fattori di cambiamento? secondo Sibilia tutti, a seconda del livello di analisi cognitiva che si intende prendere in considerazione.

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Sicuramente il simposio è stato molto stimolante, ha arricchito le mie conoscenze e ha confermato che esistono differenze teoriche e cliniche sostanziali che è difficile integrare. Credo, però, che sia più utile concentrarsi sugli aspetti integrabili e di confronto piuttosto che sulle differenze, che prendono il via da storie personali, formazione, esperienze e visioni della clinica e del mondo temporalmente ormai lontani.

E per farlo, prendo spunto dalla discussione di Sandra Sassaroli a termine del Simposio.

Il fatto che la terapia cognitiva abbia da sempre posto attenzione all’indagine sistematica e empirica della psicoterapia che facciamo con i nostri pazienti rappresenta un patrimonio importante della Terapia Cognitiva, che non va assolutamente sprecato né sminuito. Esso infatti ha contribuito a portare la TCC dove ora si trova. E questo è un fatto.

Prendo al volo la bella metafora utilizzata da Sassaroli durante la discussion: I Puffi.

Molti di noi sono dei puffi con i pazienti, nel senso che abbiamo uno stile relazionale “caldo” e accogliente, che utilizza anche l’umorismo e la risata come strumento terapeutico.

Messaggio pubblicitario  Si può, quindi, benissimo essere “aspecifici”, cioè dare molta attenzione ai fattori aspecifici della terapia (più complessi e “costruttivisti” se mi passate il termine) continuando però a fare tentativi di misura di quello che facciamo.

Esortazione quindi non è quella di essere super-specifici e avere un atteggiamento “blind” che perda il senso globale e complesso dell’esperienza e del percorso terapeutico. Si può farlo tentando e continuando a cercare i mediatori di cambiamento che ci permettono e legittimano ad essere anche “aspecifici”. Se no, il rischio di autoreferenzialità è davvero alto.

Insomma, si può essere creativi e Puffi al tempo stesso misurando e questo ci rende più forti e consapevoli con i pazienti, con gli allievi e con il mondo scientifico internazionale, che troppo spesso relega il patrimonio cognitivista italiano a un ruolo eccessivamente marginale, per quanto consistente e brillante esso possa essere.

 

Quindi… “Siate pure Puffi, ma misurate quello che fate!”.

 

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