Recensione di “La pelle che abito” di Pedro Almodovar

Almodovar, dopo aver celebrato per tanti film l’erotismo del corpo ne celebra la manipolazione medica nel film "la pelle che abito".

ID Articolo: 9787 - Pubblicato il: 29 maggio 2012
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ATTENZIONE! IN QUESTO ARTICOLO VIENE SVELATA UNA CONSISTENTE PARTE DELLA TRAMA DEL FILM

Recensione di “La pelle che abito” di Pedro Almodovar. - immagine: locandina cinematograficaRiguardo all’infanzia del chirurgo plastico Robert Ledgard (interpretato da Antonio Banderas),  si intuisce che sia stata segnata da violenze e distacchi sufficienti a determinare  un cospicuo attaccamento disorganizzato. Il protagonista ha anche un fratellastro, che emerge a metà film reduce da una rapina, in tempo per violentare la compagna di Banderas ed essere poi da quest’ultimo assassinato. Si capisce che non si tratta di una famiglia modello, ma questa è solo la vulnerabilità storica.

Nell’immediato, due eventi traumatici danno il via alla follia del protagonista. In un incidente stradale la moglie resta completamente ustionata, sopravvive, ma quando intravede la sua immagine riflessa nel vetro della finestra, si suicida buttandosi di sotto. Da quel momento Banderas, chirurgo plastico, inizia esperimenti transgenici per creare in laboratorio una pelle resistente al fuoco.

La figlia diciassettenne, Norma, entra ed esce da una clinica psichiatrica e non si sa come potrebbe essere diversamente, data la famigliola che ha alle spalle. Durante una festa viene quasi violentata da un ragazzo, Vicente, che poi si dà alla fuga. Norma rifiuta ogni contatto con il padre convinta in modo delirante, ma forse assolutamente vero nella sostanza, che il violentatore sia lui, e si suicida anche lei come la madre.  Robert  decide dunque di vendicarsi.

Il clima del film diventa quello de “Un borghese piccolo piccolo” di Alberto Sordi, anche lui privato del figlio e della moglie da un cattivo di passaggio. Le tinte tuttavia sono quelle forti e sessuali di Almodovar che, dopo aver celebrato per tanti film l’erotismo del corpo ne celebra, come in alcuni altri, la manipolazione medica (“Tutto su mia madre”, “Parla con lei”).

DIAZ - Don't Clean Up This Blood. (2012). Di Daniele Vicari. Recensione. - Immagine: Locandina Cinematografica

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Robert sequestra Vicente, lo anestetizza e lo trasforma in donna con una vaginoplastica di cui sarà l’unico beneficiario fino all’irruzione del fratellastro. Vicente, trasformato in Vera, è modellato sul ricordo della moglie morta carbonizzata e diventa una donna bellissima, che ci aspettiamo di vedere ancora in altri Almodovar più gaudenti.

Banderas partecipa al funerale della figlia, che non lo ha più voluto vedere, e si prepara per il gran finale. La segregazione di Vicente/Vera diviene sempre meno coercitiva perché Robert vuole essere amato  da chi ha reso schiavo. Appena il guinzaglio si allunga Vera riscatta Vicente, uccide Robert e torna dalla madre, che ancora lo aspettava e che, ovviamente, stenta a riconoscerlo.

Nei film di Almodovar c’è spesso una madre che aspetta quando tutti hanno smesso di farlo e che riconosce l’essenza del figlio seppure incrostato da tutte le brutture della vita. E’ una ricorrente parabola del figliol prodigo che torna in una casa senza padri, nè vitelli grassi, ma con una madre.

Messaggio pubblicitario A contrasto della drammatica disorganizzazione della famiglia benestante e potente di Robert, che produce solo mostri e suicidi, si staglia rassicurante la figura dimessa della sartina madre di Vicente, che il tempo non stanca e l’apparenza non confonde e che può, lei sola, restituire l’identità al figlio riconoscendone l’anima.

 

Due osservazioni da psicoterapeuta.

La prima è che anche nel nostro lavoro una parte importante è fare da specchio, rimandando al paziente quell’immagine di sé che può lui stesso aver smarrito nei vicoli tortuosi dell’esistenza.

La seconda è che paradigma comune ai disturbi  antisociali di personalità e alle psicopatie in genere,  di cui il personaggio interpretato da Banderas rappresenta un prototipo grottesco, è l’utilizzo dell’altro come strumento dei  propri bisogni:  oggetto-manichino modellato sui propri desideri. L’essenza della perversione è proprio il disconoscimento degli affetti, delle emozioni e dei pensieri che costituiscono l’umanità di una persona. Ma l’altro, reso oggetto, condanna ad un’ insuperabile solitudine, rimanendo unico vivente in un mondo di strumenti e oggetti inanimati.    

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