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Steven C. Hayes e l’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT)- Introduzione alla Psicologia

Steven C. Hayes è il fondatore dell’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT), il cui obiettivo è modificare la relazione con pensieri ed emozioni negative

ID Articolo: 149758 - Pubblicato il: 09 novembre 2017
Steven C. Hayes e l’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT)- Introduzione alla Psicologia
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Steven C. Hayes è professore di Psicologia dell’Università del Nevada ed è il fondatore dell’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Steven C. Hayes: storia

Messaggio pubblicitario Steven C. Hayes è nato nel 1948, è cresciuto nella California meridionale degli anni ’60 e ha frequentato la University High di San Diego, affiliata ad un college cattolico. Da sempre, è stato affascinato dalla psicologia perché la considerava un ambito in cui era possibile unire la scienza all’umanità. Contemporaneamente, però, non ha mai smesso di interessarsi alla scrittura, al canto, alla musica, alla matematica e alla scienza in generale.

Tra il 1966 e il 1970 ha cominciato a lavorare presso la Loyola Marymount University di Los Angeles. Inizialmente, frequentò Irving Kessler, terapista comportamentale e suo mentore. Kessler era diventato membro di questa facoltà dopo aver svolto un lavoro sul condizionamento dell’occhio, ma si occupava anche di ricerca di base e di pratica clinica.

Steven C. Hayes, inoltre, era un estimatore degli ideali utopici del tempo e dall’importanza dell’esplorazione spirituale. Di conseguenza era influenzato dal pensiero orientale, in particolare gli interessavano gli scritti di Suzuki (Zen Flesh, Zen Bones ) e Alan Watts. L’interesse per la spiritualità, le arti e la scienza sono confluite e inglobate nel lavoro di Skinner, e il suo libro Scienza e comportamento umano divenne, per Hayes, una sorta di esercizio zen che lo appassionò alla psicologia comportamentale fino a realizzare un lavoro di tesi in tale ambito. Così, supervisionato del dottor Kessler, ha creato un laboratorio sui ratti, costruito le gabbie e completato una tesi in cui confrontava la prevenzione, la modellazione e l’osservazione delle risposte nella riduzione del comportamento di evitamento nei ratti.

Dopo la laurea, Steven C. Hayes, divenne un  attivista politico e presidente di una lobby popolare della contea di San Diego e in questo periodo ha sposato Angel Butcher, da cui ha avuto una figlia, Camille Rose Hayes .

Nel 1976 conseguì il dottorato in psicologia clinica presso la West Virginia University. Il dipartimento di psicologia della West Virginia University era una eccellenza per l’analisi del comportamento e in questi anni entrò in contatto con diversi terapisti cognitivo-comportamentali tra cui John Cone, Rob Hawkins, Andy Lattal, Norm Cavior, John Krapfl e Hayne Reese.

Di conseguenza, immersosi nell’analisi del comportamento, Steven C. Hayes iniziò a pubblicare diversi lavori sul comportamento umano e animale.

Tra il 1976 e il 1977 Hayes fu influenzato dal pensiero di Barlow, che lo ha anche avviato alla ricerca clinica e da cui ha appreso sia come costruire disegni di ricerca su casi singoli sia come valutare il comportamento. Nel 1977-1986 divenne membro di facoltà presso l’Università di North Carolina a Greensborg, dove aprese da Rosemery Nelson ad essere attento e impegnato nella ricerca.

Sul fronte personale, invece, negli stessi anni Steven C. Hayes divorziò dalla moglie.

Da un punto di vista professionale era combattuto tra l’orientamento cognitivista e quello comportamentista fino a sviluppare un forte disturbo d’ansia che gradualmente gli rese la vita sempre più complicata. Proprio in questi anni iniziò a pensare a una soluzione teorica che lo portasse fuori da questo impasse e la risposta arrivò con la creazione di un nuovo modello teorico,  Acceptance and Commitment Therapy, ACT.

Nel 1986 Steven C. Hayes accettò la direzione della Clinical Training presso l’Università del Nevada e condusse una serie di studi empirici sul modello cognitivo, verificando che funzionava, ma solo in alcuni contesti e se supportati anche dalle tecniche comportamentali. A questo punto entrò in gioco l’ Acceptance and Commitment Therapy, inizialmente chiamato comprehensive distancing, in cui però si utilizzavano diverse metodi come: l’accettazione, la defusione e lo spostamento di attenzione, tutte tecniche che vanno oltre al distanziamento di cui parlava Beck (1976).

All’inizio del periodo all’università del Nevada, Steven C. Hayes sposò Linda Parrott, che lo aiutò a rafforzare le sue tendenze contestuali e a eliminare le implicazioni meccanicistiche dal suo pensiero. Inoltre, il filosofo Stephen C. Pepper e il suo libro Ipotesi mondiali hanno ulteriormente consolidato queste distinzioni. Nel 1988 è nato il figlio Charlie nel 1991 la figlia Esther.

Nel 2001 Steven C. Hayes divorziò dalla seconda moglie Linda.

Steven C. Hayes è stato molto attivo politicamente all’interno della psicologia, dove ha proposto la fondazione della American Psychological Society (APS) e presieduto il suo comitato organizzativo. Successivamente, insieme ad altri colleghi, Steven C. Hayes ha fondato l’Associazione Americana per la Psicologia Applicata e Preventiva.

Nel 2005 sposò Jacque Pistorello, con cui ebbe, diversi mesi dopo, Little Stevie.

L’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

L’ Acceptance and Commitment Therapy, in italiano Terapia di accettazione e di impegno all’azione è una forma di psicoterapia di recente diffusione che fa parte delle psicoterapie cognitivo-comportamentali, più note come approcci di “terza onda” o “terza generazione”.

L’acronimo “ACT” richiama opportunamente il verbo inglese to act ovvero agire.

L’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT) è stata sviluppata, dunque, da Steven C. Hayes e i suoi collaboratori nel 1986, ma era stata preceduta da due articoli scientifici (Hayes & Brownstein, 1986; Hayes & Wilson, 1994) e poi, nel 1999, in un libro dal titolo Acceptance and Commitment Therapy: An experiential approach to behavior change edito da Guilford Press.

Da allora è stata oggetto di numerosi studi di perfezionamento e validazione e, a oggi, rappresenta una delle psicoterapie con le maggiori prove di efficacia empiriche che le permettono di avere l’etichetta evidence-based (basata sull’evidenza).

L’obiettivo dell’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT), contrariamente a tutte le altre psicoterapie, non è la riduzione dei sintomi, ma la modificazione della relazione che si ha con i propri pensieri disfunzionali e con le emozioni negative. Questo si traduce in una riduzione della sintomatologia, ma come conseguenza di tale cambiamento di prospettiva e non come obiettivo primario.

Alla base dell’ ACT vi è il presupposto che la sofferenza psicologica sia connaturata all’esperienza umana e diversi processi psicologici sono, per loro stessa natura, potenzialmente distruttivi e derivanti da altra sofferenza. L’ Acceptance and Commitment Therapy postula, inoltre, che la radice di questa sofferenza sia il linguaggio. Questo assunto si fonda su una più ampia teoria di base del linguaggio e della cognizione umana, la Relational Frame Theory (RFT; Hayes, Barnes-Holmes, & Roche, 2001), alla quale l’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT) si appoggia quale substrato teorico e sperimentale.

Secondo la RFT tutte le attività cognitive umane sono qualitativamente linguistiche, dove per processi linguistici non si intendono soltanto il parlare o l’ascoltare o lo scrivere, ma anche il pensare, l’immaginare, il sognare ad occhi aperti, il visualizzare il futuro, il pianificare e così via. Secondo questa concezione tutto ciò che è mentale è linguistico. I pensieri, le immagini, le anticipazioni, i giudizi, le valutazioni, dunque, costituiscono una narrazione senza fine, un dialogo interno che le persone hanno con loro stesse. Quando questo dialogo interno è connotato negativamente o è troppo rigido determina problematiche di tipo psicologico.

Ad esempio, il linguaggio può diventare fonte di sofferenza psichica quando definisce rigidamente sé e gli altri, quando si associa a esperienze passate e fa rivivere ricordi dolorosi, quando spaventa almanaccando un futuro infausto, etc. Secondo l’ Acceptance and Commitment Therapy le persone sono influenzate profondamente da questo dialogo interno e non sono consapevoli di tale condizionamento, in altre parole sono cognitivamente “fuse” con la propria narrazione, sono tutt’uno con i propri pensieri, quindi sono quello che pensano di essere e questo pensiero è in grado di influenzare la propria vita.

Scopo dell’ Acceptance and Commitment Therapy

Lo scopo dell’ACT, in primis, consiste nel diventare consapevoli di questa fusione tra sé e il pensiero. Questo processo, dunque, porterebbe ad avere una maggiore flessibilità psicologica.

Il processo con cui l’ Acceptance and Commitment Therapy promuove questa consapevolezza prende il nome di detached mindfulness o defusione cognitiva. Attraverso la defusione cognitiva si diventa capaci di osservare la propria narrazione dall’esterno, come se accadesse a un amico, quindi in maniera più oggettiva.

In questo modo, si giunge a riconoscere che i pensieri non sono altro che eventi transitori, un flusso di parole, suoni e immagini continuamente mutevoli che non rappresentano pertanto la realtà.

Tecniche di Defusione cognitiva

Le tecniche per promuovere la defusione cognitiva sono moltissime e consistono, ad esempio, nell’osservare i pensieri con distacco, immaginare le parole scritte su uno schermo davanti a sé, ripeterle più volte, declamarle ad alta voce fino a che non diventano un suono senza significato o cantarle come una filastrocca. Un aspetto molto importante è che i pensieri non sono mai messi in discussione o confutati, contrariamente alla terapia cognitivo-comportamentale standard.

L’evitamento esperienziale e l’accettazione dell’esperienza

Messaggio pubblicitario Un altro principio cardine dell’ Acceptance and Commitment Therapy è quello dell’evitamento esperienziale, dove per evitamento esperienziale si intende la non disponibilità da parte della persona a rimanere in contatto con particolari esperienze personali, come sensazioni fisiche, emozioni, pensieri, ricordi, etc. Questa non disponibilità si traduce in una messa in atto di comportamenti specifici per modificare l’impatto di questi eventi e i contesti che li provocano. Questo tipo di atteggiamento, oltre a essere molto faticoso, costituisce un problema e spesso peggiora la situazione, come nel caso dell’ evitamento dell’ansioso: più una situazione mi spaventa, più mi tengo lontano.

Secondo l’ACT, così come per la terapia cognitivo-comportamentale in generale, più lottiamo per cercare di respingere l’emozione negativa che ne consegue, evitandola chiaramente, più questa aumenta, amplificando così la sofferenza. Nel disturbo ossessivo compulsivo, per esempio, si mettono in atto rituali complessi nel vano tentativo di tenere a bada l’ansia provocata da pensieri o immagini considerati estremamente paurosi al punto da doverli controllare.

Quindi, secondo l’ Acceptance and Commitment Therapy, la sofferenza psicologica è spesso il risultato di un tentativo di evitare l’esperienza caratterizzata da sensazioni ed emozioni tipiche di una serie di eventi.

L’ Acceptance and Commitment Therapy propone, dunque, di contrastare questo evitamento con l’accettazione dell’esperienza, l’accoglimento non giudicante di ciò che si vive interiormente, senza l’assillo del controllo né della spiegazione.

E’ qui che l’ ACT diventa chiaramente una psicoterapia mindfulness based, perché tramite la pratica della mindfulness aiuta i pazienti a prendere consapevolezza dell’esperienza interiore nel qui e ora (nel momento presente) senza valutazioni o giudizi, ma con apertura e recettività, lasciando che i propri pensieri (le proprie narrazioni) vadano e vengano. Osservando i propri eventi interiori in questo modo anche i pensieri più dolorosi e le emozioni o i ricordi più negativi diventano meno minacciosi, e riducono il loro impatto e la loro influenza sulla nostra vita.

I valori e gli obiettivi

Un altro aspetto importante dell’ Acceptance and Commitment Therapy è la rilevanza che essa attribuisce ai valori personali. Secondo l’ ACT le energie e il tempo prima impiegati a cercare di lottare contro le proprie esperienze interiori dovrebbero essere investiti in azioni concrete, in un impegno fattivo, guidato dai propri valori, per rendere migliore la propria vita. L’ ACT aiuta, quindi, le persone a chiarire a se stesse cos’è davvero importante per loro, che persone vogliono essere, cosa ha veramente significato e valore, e cosa vorrebbero realizzare nella vita. Hayes e collaboratori (Dahl et al. 2005) definiscono i valori come le qualità continuative e globali delle azioni, ovvero si riferiscono ad un agire continuo nel tempo, dove il focus riguarda il modo in cui ci si vuole comportare, non l’obiettivo o il fine che si intende raggiungere. Se, ad esempio, il valore di una persona è “essere leale e onesto”, è possibile scegliere di intraprendere parecchie azioni diverse, tutte caratterizzate dalle qualità di “lealtà e onestà”. In altri termini, il valore viene coltivato costantemente, grazie ai modi in cui si decide di agire. I valori non coincidono con obiettivi che sono concretamente raggiungibili, ma rappresentano un processo continuo in cui trovare la direzione da seguire per aumentare il proprio senso di vita. Alla chiarificazione dei valori segue l’identificazione e la messa in pratica di azioni concrete e impegnate che permettono all’individuo di rimanere connesso e orientato verso i propri desideri, ovvero individuazione degli obiettivi.

Insomma,  l’ ACT aiuta a individuare gli obiettivi e ad agire con perseveranza e impegno per raggiungerli.

L’ Acceptance and Commitment Therapy può quindi essere sintetizzata come segue:

  • Accept your reactions and be present (Accetta le tue esperienze interiori e sii presente a te stesso)
  • Choose a valued direction (Scegli una direzione di valore)
  • Take action (Agisci)

Prove di efficacia ACT

L’ Acceptance and Commitment Therapy è stata utilizzata con individui, coppie e gruppi, sia come terapia a breve termine, che a lungo termine e per un ampio spettro di disturbi clinici. L’efficacia è stata dimostrata, attraverso la realizzazione di trial clinici randomizzati, per i seguenti disturbi: depressione, disturbo ossessivo compulsivo, stress lavoro-correlato, dolore cronico, stress da cancro terminale, ansia, disturbo post traumatico da stress, anoressia, abuso di sostanze e schizofrenia.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Bibliografia

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