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Memorie Traumatiche e Mentalizzazione (2013) – Recensione

Memorie traumatiche e mentalizzazione - il trauma produce un difetto di maturazione dell'emisfero destro coinvolto nella regolazione affettiva.

ID Articolo: 34637 - Pubblicato il: 03 ottobre 2013
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 Recensione del libro:

Memorie traumatiche e mentalizzazione.

Teoria, ricerca e clinica

(2013)

di V. Caretti, G. Craparo e A. Schimmenti

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Memorie traumatiche e mentalizzazione.Teoria, ricerca e clinica (2013)di V. Caretti, G. Craparo e A. SchimmentiUn attaccamento traumatico, infatti, produce un indebolimento, un difetto di maturazione di aree dell’emisfero destro coinvolte nella regolazione affettiva. La dissociazione patologica riflette dunque una disintegrazione cronica del cervello destro, che perde le sua capacità di individuare e modulare emozioni insostenibili.

Che cos’è il trauma psichico?

In che modo le esperienze precoci condizionano il modo in cui un evento potenzialmente traumatico viene poi effettivamente vissuto?

Quali sono le conseguenze del trauma sul cervello e sui processi mentali?

Come si articola il trattamento di pazienti traumatizzati?

Queste sono solo alcune fra le domande a cui il recente libro a cura di Caretti, Craparo e Schimmenti cerca di dare risposta.

Le interazioni precoci con le figure di attaccamento plasmano le capacità di regolazione affettiva del bambino e di conseguenza il modo in cui egli riesce a far fronte a momenti di difficoltà. 

Non è scontato che un evento, per quanto drammatico, produca un’esperienza traumatica.

Il trauma psichico si definisce proprio dal suo effetto soggettivo. Due elementi sembrano concorrere nel determinare l’esito traumatico di un evento: da un lato il vivere un’esperienza che produce un’attivazione emotiva caotica e destabilizzante che la mente non è in grado di regolare, dall’altro la perdita totale di speranza che si possa ricevere protezione o rassicurazione da parte di un’altra persona.

In tale situazione la continuità del Sé viene pesantemente minata. I diversi stati del Sé, che in condizioni normali comunicano costantemente in uno scambio dialettico, si strutturano separatamente nelle rispettive rigide verità e realtà.

La dissociazione, da normale processo mentale, diventa una difesa rigida fino a trasformarsi in una struttura mentale centrale volta a impedire il ritorno della disregolazione e destabilizzazione. 

Il pensiero di Bromberg relativo al trauma, qui brevemente accennato, influenza e permea il lavoro degli autori di questo volume. I diversi contributi, infatti, mettono in luce vari aspetti del rapporto fra trauma e dissociazione e come questo influenzi fortemente il lavoro clinico con pazienti che provengono da esperienze traumatiche.

Il testo è suddiviso in 3 parti: la prima, dedicata agli approfondimenti teorici, esplora gli effetti negativi del trauma sullo sviluppo cognitivo, affettivo, rappresentazionale e relazionale; nella seconda vengono presentate, all’interno di dettagliati inquadramenti teorici che ben definiscono le specifiche aree di indagine, alcune ricerche che indagano gli esiti di storie di sviluppo ed esperienze traumatiche e mettono in evidenza il ruolo cruciale delle interazioni precoci madre-bambino sul successivo sviluppo e benessere psichico; la terza parte, dedicata alla clinica, mette il luce difficoltà e specificità del lavoro terapeutico con pazienti affetti da sindromi post-traumatiche, sottolineando in particolare l’importanza del lavoro sul corpo e col corpo, e dell’incremento delle capacità di regolazione emotiva e di mentalizzazione.

Nei vari contributi particolare spazio viene dato al concetto di trauma evolutivo: le relazioni con le figure di attaccamento sono determinanti per lo sviluppo del Sé e della capacità di regolazione emotiva. Maltrattamenti e abusi all’interno delle relazioni primarie hanno pertanto conseguenze gravissime sullo sviluppo psicologico e fisico del bambino.

In accordo con il concetto di “trauma complesso” di van der Kolk, Schimmenti nel suo capitolo sottolinea la necessità di andare oltre il costrutto di disturbo da stress post-traumatico presente nel DSM-IV-TR, per considerare esperienze traumatiche sia forme evidenti come abusi e maltrattamenti, sia forme più sottili come la trascuratezza emotiva. Il fallimento della relazione del bambino con la figura di attaccamento tende a generare modelli operativi interni insicuri o francamente disorganizzati.

Nel bambino si struttura un nucleo di emozioni dolorose non pensabili né elaborabili legate alla relazione con il genitore che vengono così dissociate. Si genera paura della stessa vita mentale, con effetti devastanti sull’identità, sulla coesione del Sé, sulla capacità di identificare e modulare le emozioni e sulle capacità metacognitive.

Tutto ciò rende il bambino (e poi l’adulto) più vulnerabile a successivi eventi stressanti e potenzialmente traumatici, mancando degli strumenti necessari per farvi fronte.

Il capitolo di Schore analizza il contributo delle neuroscienze a sostegno dell’ipotesi di Kohut per cui il trauma precoce determina un arresto evolutivo.

Messaggio pubblicitario Un attaccamento traumatico, infatti, produce un indebolimento, un difetto di maturazione di aree dell’emisfero destro coinvolte nella regolazione affettiva. La dissociazione patologica riflette dunque una disintegrazione cronica del cervello destro, che perde le sua capacità di individuare e modulare emozioni insostenibili.

Il lavoro di Liotti e Monticelli, all’interno di una cornice epistemologica evoluzionista, evidenzia il ruolo dell’attivazione del sistema di difesa e del sistema di attaccamento nelle esperienze traumatiche. Gli autori mostrano come quasi tutti i sintomi del disturbo da stress post-traumatico siano riconducibili all’attivazione del sistema di difesa e alle sue 4 risposte fondamentali (fight/flight/freezing/faint).

Nella genesi dei sintomi dissociativi un ruolo particolare sembra essere svolto dall’attaccamento disorganizzato: il caregiver in questo caso è simultaneamente fonte di pericolo e protezione, generando nel bambino una “paura senza sbocco” e facilitando una risposta dissociativa ai traumi.

Altro concetto cardine dell’intero volume è quello di mentalizzazione, approfondito nel capitolo di Allen e ben illustrato nella sezione dedicata alla clinica. Esperienze di relazioni primarie traumatiche hanno un effetto negativo sullo sviluppo della capacità di mentalizzare del bambino, intesa come capacità di percepire e interpretare il comportamento, proprio e altrui, come connesso a stati mentali intenzionali. E’ la capacità di pensare se stessi e gli altri come dotati di una mente e si sviluppa nelle interazioni fra il bambino e le sue figure di attaccamento. La mancanza di sintonizzazione emotiva del caregiver con gli stati emotivi del bambino non solo genera in lui un profondo senso di dolore e solitudine, ma ostacola lo sviluppo di quelle capacità di mentalizzazione che gli consentirebbero di leggere e regolare quelle difficili emozioni.

In questo senso il mentalizzare svolge un importante ruolo anche nella trasmissione intergenerazionale del tipo di attaccamento: genitori che provengono da storie di attaccamento sicuro sono più predisposti a mentalizzare nelle interazioni con i loro figli, che a loro volta sviluppano più facilmente un attaccamento sicuro e di conseguenza buone capacità di mentalizzazione.

Queste riflessioni contengono indicazioni importanti per il trattamento di pazienti provenienti da storie di sviluppo traumatiche.

Il trauma è una ferita che ha profondi effetti sulla mente, sul corpo e sulle relazioni interpersonali. 

Il trattamento pertanto deve essere focalizzato su questi tre aspetti fondamentali, avendo cura di bilanciare elaborazione e contenimento e di mantenere l’attivazione emotiva e fisiologica ai margini della “finestra di tolleranza”, come ben argomenta Pat Ogden nel suo capitolo sulla terapia sensomotoria. Troppa attivazione impedisce l’elaborazione e riattualizza il trauma nella relazione terapeutica, troppa sicurezza impedisce il cambiamento perché non consente di sperimentare la possibilità di regolare l’attivazione.

Pur nella specificità dei singoli contributi, gli autori dei diversi capitoli convergono nel delineare modelli di trattamento delle sindromi traumatiche pensati in modo da incrementare la mentalizzazione, sviluppare la capacità di identificare, esplorare e regolare le emozioni, lavorare sugli stati mentali dolorosi attuali e favorire l’integrazione fra mente e corpo che il trauma sembra aver compromesso.

A causa dell’uso patologico della dissociazione, infatti, i contenuti emotivi vengono vissuti unicamente a livello somatico, non pensati e non elaborati, aumentando anche il rischio di sviluppare una sintomatologia organica. Prestare ascolto alla narrativa somatica, agli indicatori fisici visibili consente un accesso privilegiato e diretto al “Sé implicito”. 

Aiutare i pazienti a diventare consapevoli delle proprie risposte fisiologiche, delle emozioni e delle convinzioni associate all’esperienza traumatica è il delicato e fondamentale compito del terapeuta.

Quanto più il mentalizzare è stato ostacolato dall’esperienza traumatica (e dunque quanto più sono attivate emozioni intense e disregolate associate alla reazione di difesa) tanto più è necessario focalizzare l’intervento terapeutico sul ripristino di questa capacità.

Alcuni capitoli esplorano, attraverso la presentazione di casi ed esemplificazioni cliniche, specifici aspetti del funzionamento e della difficile relazione con questi pazienti, come le fantasie di vendetta, il transfert erotico, la dipendenza sessuale, la disperazione nella sua funzione adattiva di fronte al fallimento delle strategie di attaccamento e la vulnerabilità psicosomatica.

Negli ultimi anni il trauma e le dinamiche interpersonali ad esso correlate si sono imposti all’attenzione di ricercatori e clinici che sempre di più. Questo volume rappresenta certamente un importante contribuito alla letteratura sul trauma, sia per le riflessioni teoriche sia per gli interessanti spunti clinici.

Per chi, come me e molti altri clinici, sempre di più si trova a confrontarsi con storie di sviluppo traumatiche è ogni giorno più evidente il fondamentale ruolo della regolazione affettiva, del corpo (il corpo del paziente così come il corpo del terapeuta) e della mentalizzazione nel lavoro clinico.

Come mette in luce Allen nel suo capitolo, un trattamento basato sulla metacognizione è l’approccio terapeutico meno originale di sempre: la comprensione degli stati mentali propri ed altrui è intrinseca a ogni forma di terapia. D’altra parte è proprio questo lavoro ordinario la parte più importante e difficile con questi pazienti che hanno perso (o mai acquisito pienamente) questa ordinaria capacità.

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