Una bizzarra ricerca che ci arriva dall’Università Notre Dame e dal professore di psicologia Gabriel Radvansky sembra confermare empiricamente il comune fenomeno per cui quando passiamo da una stanza all’altra a volte ci dimentichiamo il motivo per cui lo abbiamo fatto! Lo studio è stato recentemente pubblicato su Quarterly Journal of Experimental Psychology.
In tre esperimenti, condotti sia in ambienti reali che in ambienti virtuali, ai soggetti sperimentali è stato chiesto di cimentarsi in compiti di memoria sia mentre attraversavano una singola stanza sia mentre passavano da una stanza ad un’altra, passando attraverso una porta. Radvansky ha scoperto che i soggetti presentavano prestazioni mnestiche peggiori, avevano cioè maggiori dimenticanze, quando si trovavano a dover passare da una stanza all’altra attraverso una porta rispetto a quando camminavano nella stessa stanza.
“Passando da una stanza all’altra il nostro cervello identifica ogni stanza come una sorta di nuovo evento e elabora una nuova traccia mnestica per trattenerlo in memoria” dice l’autore dello studio “proprio come un segnalibro alla fine di un capitolo, i vani delle porte segnalerebbero al nostro cervello la fine di vecchi episodi e l’inizio di nuovi rendendo così più difficoltoso il recupero di vecchie memorie in qualche modo già archiviate”.
Il suggerimento dell’autore è quello di portare fisicamente un promemoria riguardante la vostra intenzione “Per esempio, se vuoi andare dal salotto alla cucina per prendere una forbice, è semplice, tieni dito indice e medio a forma di forbice mentre passi da una stanza all’altra: ti aiuterà a mantenere intatta la memoria della tua intenzione formulata mentre ti trovavi nell’altra stanza”.
Si è svolto questo fine settimana a Roma il Workshop Internazionale sulla Schema Therapy (ST) per i Disturbi di Personalità e per il Disturbo Borderline di Personalità, condotto dal Dr. Jeffrey Young , promosso e organizzato dalla S.i.s.t (Società Italiana per la Schema Therapy),dalla ISC (Istituto di Scienze Cognitive), da Humanitas (Scuola di Psicoterapia Cognitiva Comportamentale Integrata) e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il primo giorno è stato dedicato interamente alla presentazione degli Schemi Maladattivi precoci, definiti come aspetti generali e pervasivi (che comprendono ricordi, emozioni, cognizioni e reazioni neurobiologiche) relativi sia alle valutazioni di sé sia alle relazioni con gli altri:
“Uno Schema è una struttura conoscitiva organizzata, che si sviluppa durante l’infanzia e si manifesta in alcuni comportamenti, sentimenti e pensieri (Arntz, Kuipers, 1998),(…) si sviluppano Schemi Funzionali (sani) quando i bisogni primari di un bambino sono soddisfatti, questo permette lo sviluppo di immagini positive nei confronti delle altre persone, di se stessi e del mondo intero”.
Gli Schemi maladattivi sono 18, divisi in quattro macrocategorie:
Distacco e Rifiuto (Abbandono/Instabilità, Sfiducia/Abuso, Deprivazione emotiva, Inadeguatezza/Vergogna, Esclusione sociale),
Mancanza di Autonomia e di Abilità (Dipendenza, Vulnerabilità, Invischiamento, Fallimento), Mancanza di Regole (Grandiosità, Insufficiente Autocontrollo),
Orientamento all’altro (Sottomissione, Autosacrificio, Ricerca di approvazione),
Ipercontrollo e Inibizione (Negatività, Inibizione emotiva, Standard severi/Ipercriticismo, Punitività)
Hanno origine da esperienze negative nell’infanzia e nell’adolescenza, unite al temperamento e alle influenze culturali. Successivamente sono stati introdotti gli Stili di Coping (Resa, Evitamento e Ipercompensazione) tre modalità con cui le persone si adattano e reagiscono all’ambiente esterno, “meccanismi che consentono di fronteggiare gli schemi disadattavi (…) di fronte all’attivazione di uno schema (che equivale a una minaccia) un individuo può reagire attraverso una di queste tre risposte: immobilità, fuga e attacco.”
Leggi l'articolo: "Un'analisi critica della Schema Therapy"
Probabilmente essendo già in possesso di conoscenze sull’argomento, l’illustrazione di ogni singolo Schema è sembrata a tratti ridondante, ma fiduciosi e motivati alla scoperta, ci siamo lasciati coinvolgere in un primo esercizio immaginativo, durante il quale avremmo dovuto ricordare e immaginare, dapprima un luogo sicuro, e poi un episodio della nostra infanzia emotivamente doloroso con una figura genitoriale. Con occhi chiusi, luci soffuse e tono di voce basso del conduttore … l’aula, per dieci minuti, si è ammutolita. Tutti a conclusione dell’esercizio si erano riconosciuti in almeno uno dei quattro primi schemi maladattivi, che, a detta del Dr. Young, sono quelli più disfunzionali; infatti, senza ostentare imbarazzi tutte le mani si sono alzate, anche più di una volta, forse (… speriamo) complice la stanchezza.
La giornata si conclude con il concetto di Chimica dello Schema (per cui le persone tendono a perpetuare uno schema all’interno delle relazioni sentimentali), fino a giungere ai concetti di Amore Amichevole e Amore Passionale, per i quali, nostra culpa, qualcuno di noi ha evidentemente agito lo schema nella propria coppia, e qualcun altro si è perso a fantasticare a mo’ di cronaca rosa.
Il secondo giorno si entra nel vivo e vengono presentati i due approcci al trattamento. Il primo è il Modello originale della ST che comprende l’intervento sugli schemi, è caratterizzata da due fasi: Assessment ed Educazione (con l’illustrazione del questionario per l’individuazione degli Schemi) e la Fase del Cambiamento che comprende quattro strategie, quelle cognitive, quelle focalizzate sulle Emozioni, quelle sulla relazione terapeutica e quelle volte alla rottura dei pattern comportamentali.
L’ultimo giorno, è stato illustrato il secondo modello, quello sui MODE (pensato per i pazienti più gravi) “modalità espressiva dello schema, è un insieme di schemi e processi che, in alcune situazioni prevale sui pensieri, sui sentimenti e sulle azioni del paziente a scapito di altri schemi”; quindi specifiche emozioni, cognizioni e comportamenti che sono attivi nell’individuo qui e ora, uno stato predominante in cui ci si trova in un determinato momento. I mode includono qualsiasi schema, risposta di coping, reazioni funzionali attive in uno specifico momento, i pazienti passano da un mode all’altro in risposta a stimoli interni ed esterni. Si identificano anche qui 4 macrocategorie:
Modalità Infantili/Innate,
Modalità di Coping Maladattive,
Modalità genitoriali non adattive
Modalità dell’adulto sano.
Leggi l'articolo: I “Mode” della Schema Therapy e la Terapia Cognitiva.
L’intervento è volto all’individuazione e condivisione con il paziente durante la seduta del Mode attivo nel dato momento , attraverso gli esercizi immaginativi e strategie di Limited Reparenting .
Sono anche stati presentati i risultati delle ricerche: un Trial Randomizzato che mette a confronto la ST con la Psicoterapia Focalizzata sul Transfert di Kenberg (A. Arntz, J. Giesen-Bloo et al., Archives of General Psychiatry , June 2006) dal quale emerge un “affidabile e significativo cambiamento” nei sintomi del DBP (66% nella ST, 43% nella TFP) quindi una maggiore efficacia, nonostante la lunghezza del trattamento; un Trial Randomizzato Controllato (Farrel, Shaw & Webber, Journal of Behavior Therapy & Experimental Psychiatry, 2009) , dal quale emerge che alla fine del trattamento il 94% dei pazienti trattati con la ST + terapia individuale non soddisfano più i criteri diagnostici per il DBP contro il 16% dei paziento trattati solo individualmente. Risultati indubbiamente importanti, in merito ai quali lo stesso Young ha espresso dubbi sulla replicabilità.
Il tutto è stato accompagnato da audio-video di simulate che mettevano in luce le varie fasi dell’intervento.
L’obiettivo di questo resoconto, non è essere esplicativo ed esaustivo dell’intero workshop, tanto meno della teoria della ST, ma è condividere alcune riflessioni tra giovani terapeuti “cognitivisti”… e scrivo “cognitivisti”, perché la sensazione, almeno da noi condivisa in alcuni momenti, era di estraneità: ma di quale cognitivismo sta parlando? Il Dr. Young ha detto di essere stato allievo del Dr. Beck, ma ci chiediamo, in questi anni ha monitorato il resto del Cognitivismo Internazionale?
Leggi l'articolo: "EABCT 2011: Arntz sulla Schema Therapy di Jeffrey Young"
Prima siamo stati tacciati di razionalismo estremo, di mancanza di interesse alle emozioni dei nostri pazienti, di essere schiavi di protocolli e scadenze predefinite ma poi, quando finalmente, a ridosso di un primo video, una collega, ravvivando gli animi di noi insensibili cognitivisti, chiede il motivo di una mancata richiesta da parte del terapeuta di quale fosse lo stato emotivo del paziente, evidentemente attivato dolorosamente, la risposta alla domanda è stata una domanda, che pressappoco diceva “Ma lei, chiederebbe ad un suo amico, che conosce bene e che sta piangendo perché sta piangendo?” asserendo che il mode della persona era stato considerato ovvio, dato che era in terapia da anni con il terapeuta del video (lo stesso Young).
Inoltre, in alcuni momenti, durante le spiegazioni accurate del modello e degli aspetti teorici che lo sostengono, la sensazione costante era di essere su un terreno a noi familiare, noto, e di cui già pensiamo di aver raccolto i frutti, dai fecondi e ancora floridi terreni italiani.
Da qui si sono palesati in varie zone della sala momenti di perplessità a seguito delle indicazioni che il Dr. Young ha fornito, come ad esempio sulla relazione terapeutica. Su quest’ultimo fronte la sua indicazione è stata di utilizzare interventi di self-disclosure per “familiarizzare” il paziente al terapeuta, condividendo con lei/lui vissuti analoghi alla sua esperienza, come se si dovesse fargli capire che siamo in grado di capirlo, non perché siamo psicoterapeuti professionisti, ma sulla base di una relazione tra “reduci” degli stessi malanni.
Come vedete siamo tornate a casa con tante domande (alle quali speriamo di stimolare risposte) ma soddisfatte e contente di aver partecipato all’evento, in nome anche solo dell’importanza alla formazione, al confronto e alla necessità di integrazione che ci è stata insegnata; crediamo che il Dr. Young abbia compiuto un lodevole lavoro di integrazione e organizzazione (l’unica dell’evento ?) di tecniche, contributi, teorie e strumenti, utili alla nostra pratica clinica.
Certo, una minore autoreferenzialità che ha regnato sovrana per tre giorni sarebbe stata apprezzata, tanto più che eravamo nella Capitale … “diamo a Cesare ciò che è di Cesare”.
BIBLIOGRAFIA:
La Schema Therapy per il Disturbo Borderline di Personalità, Arnold Arntz, Hannie van Genderen, 2009, Raffaello Cortina Editore
Dopo aver riflettuto per qualche settimana sulle idee emerse durante il workshop sulla Schema Therapy (ST) tenutosi a Roma, l’obiettivo è provare a dare forma e sostanza ad alcuni miei dubbi attraverso una breve analisi.
L’argomento è interessante rappresentando una strada, quella intrapresa da Young, che propone un’integrazione tra cognitivismo standard e teoria dell’attaccamento. La natura stessa del concetto di mode, inteso come insieme di schemi e relativi comportamenti di coping attivi nel soggetto in un determinato momento (Young, Klosko e Weishaar, 2003) ha il grande vantaggio della chiarezza comunicativa di un elemento centrale nella psicopatologia che viene colto con semplicità dal paziente aiutandolo a mettere i primi mattoni della metacognizione, aspetto nucleare nei disturbi di asse II. Il mio personale dubbio nasce dalla sua applicazione in terapia.
Leggi l'articolo: I “Mode” della Schema Therapy e la Terapia Cognitiva.
Young infatti attribuisce estrema importanza al piano esperenziale, in cui si stimola il paziente a dialogare attivamente con i propri mode. Identificare propri“mode” e riflettere su di essi implica un enorme sforzo di autoriflessività, che per un paziente di asse II rappresenta un obiettivo a lungo termine per le sue difficoltà in questa area (Semerari e Dimaggio, 2003). Nella ST tutto questo avviene da subito lasciandoci con l’interrogativo di capire cosa sia successo all’interno della terapia affinché il paziente abbia saputo colmare questo deficit.Lo stesso dubbio riguarda la modalità relazionale iper-accudente del terapeuta nei confronti del paziente e dei suoi bisogni non soddisfatti nell’infanzia.
Essendo presente, per esempio nel disturbo borderline, una difficoltà a regolare le emozioni collegate con il sistema d’attaccamento, che può venir attivato dall’atteggiamento accudente del terapeuta sin dalle primissime sedute, rimane il dubbio di come queste possano venir gestite in terapia. Evocare sempre in fase di assessment, attraverso le tecniche immaginative, esperienze d’attaccamento potrebbe diventare quindi molto rischioso non essendosi ancora costruita una relazione terapeutica e non avendo ancora il paziente gli strumenti per regolare le emozioni che tali esperienze traumatiche attivano.
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I pazienti borderline con cui possiamo lavorare con questo approccio terapeutico sono forse coloro che hanno una scarsa impulsività ed un buon funzionamento metacognitivo. Le tecniche immaginative sono molto interessanti, anche se alcuni limiti come scritto precedentemente potrebbero essere legati alla difficoltà di proporle ad un paziente in asse II sin dalle primissime sedute. Viceversa, potrebbero diventare uno strumento estremamente efficace quando la terapia ha aiutato il paziente a gestire l’attivazione di emozioni per lui estremamente dolorose.
BIBLIOGRAFIA:
“Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità” di J.E.Young, J.S.Klosko e M.E.Weishaar. Edizione italiana a cura di A.Carrozza, N.Marsigli e G. Melli. Ed. Eclipsi, Firenze, (2007)
“I disturbi di personalità. Modelli e trattamento” a cura di A.Semerari e G. Dimaggio. Ed. Laterza, Roma ,(2003).
Conclusa (forse) la parabola di Berlusconi, riflettiamo ora sul percorso psicologico di un suo compagno di strada, Giuliano Ferrara.
La visione politica di Ferrara è stata sempre hegeliana e togliattiana, nel bene e nel male. Nel bene per la concezione disincatata a anti-moralistica del potere. Concezione propria, malgrado le apparenze, di alcune correnti del vecchio PCI, correnti che combinavano l’eredità idealistica a quella marxista e leninista. Ma anche Marx era cresciuto hegeliano e quindi si ispirava a una filosofia che intende non giudicare la realtà ma comprenderne le ragioni, anche a rischio di giustificarla (e qui arriviamo al male). In Marx la redenzione proletaria della storia non doveva avvenire in obbedienza a un principio morale ma storico. L’unica etica era quella della storia, di quel che avviene che è sempre storicamente razionale…Continua a leggere su Affaritaliani
Benefici della Psicoterapia: valutare le evidenze scientifiche.
Alberto Chiesa
Benefici specifici e non specifici della psicoterapia: sappiamo davvero valutare le evidenze scientifiche?
Mary Poppins diceva “basta un poco di zucchero e la pillola va giù e tutto brillerà di più!” e questo bastava. Se un ricercatore di oggi avesse potuto intervistarla le avrebbe chiesto: “Ms. Poppins, ma come fa ad essere sicura che sia proprio la pillola a far brillare tutto di più?”. In altre parole tutti gli studi che valutano l’efficacia di un trattamento, hanno lo stesso peso?
In un articolo recentemente pubblicato su State of Mind, Zoppi e Blasi hanno sollevato un’interessante questione: cosa capita a quel circa 40% di pazienti che, secondo gli studi attuali, non rispondono pienamente alle attuali psicoterapie? Da una breve revisione della letteratura gli autori concludevano che in alcuni pazienti la psicoterapia potrebbe avere degli effetti iatrogeni e che addirittura certe terapie potrebbero avere effetti più dannosi che benefici. Quest’articolo è un indice di come oggi, grazie ai numerosi studi che sono stati condotti per valutare l’efficacia dei trattamenti, siamo in grado di affinare gli interventi aumentandone sempre di più efficacia e specificità. Tuttavia leggendo gli studi d’efficacia ci si può domandare: ma quali prove abbiamo che tale efficacia sia specificamente attribuibile all’approccio utilizzato piuttosto che ad altri fattori aspecifici?
Clicca per leggere: "Le psicoterapie che non funzionano: il punto di vista della ricerca empirica" di Alessia Zoppi e Stefano Blasi
Per esempio, supponiamo che un individuo inizi a sentire un dolore di una certa intensità. Per farlo cessare assume un medicinale perché pensa che potrebbe ricevere un certo beneficio. Dopo circa 30 minuti il dolore si attenua. Verrebbe spontaneo ipotizzare un’associazione tra l’assunzione del farmaco e l’attenuarsi del dolore. Tuttavia uno sguardo più attento e critico ci porta a chiederci: ma nello stesso arco di tempo il dolore avrebbe potuto attenuarsi da sé, senza alcun intervento? Per capire se il trattamento è stato veramente efficace, per prima cosa dobbiamo quindi escludere che il beneficio osservato non sia semplicemente dovuto alla storia naturale di quel dato disturbo.
Come farlo? Ad esempio si potrebbero confrontare i dati un gruppo di soggetti trattato con un determinato approccio, con quelli di un secondo gruppo di soggetti (gruppo controllo), che soffrono della stessa problematica, ma che non ha ricevuto il trattamento. Un metodo migliore sarebbe quello di indirizzare in maniera randomizzata (per appianare al minimo possibili differenze tra gruppi al baseline) una metà del campione al trattamento e l’altra metà in una lista d’attesa. Se il beneficio si mantiene, possiamo concludere che l’approccio sotto indagine è significativamente più efficace del non somministrare alcunché.
Tuttavia prendere queste precauzioni non basta. Infatti negli ultimi decenni, sempre maggiori evidenze hanno mostrato come ogni sostanza, o contesto, che sia in grado di suscitare l’aspettativa di un beneficio possa portare ad una significativa riduzione dei sintomi in un grande numero di individui (Price et. al 2008). Questo effetto, noto come “effetto placebo”, per quanto affascinante possa essere, purtroppo rappresenta un grosso fattore che confonde negli studi scientifici sull’efficacia, per questo motivo bisognerebbe prestare particolare attenzione a come viene strutturato il gruppo di controllo a cui l’intervento da testare andrebbe comparato. Ciò è particolarmente vero per gli studi sull’efficacia della psicoterapia. In questo ambito è importantissimo riuscire a controllare l’effetto placebo per poter avere dei risultati più precisi. Idealmente, il gruppo di controllo per un intervento psicoterapeutico dovrebbe essere uguale al trattamento sotto indagine per tutti i fattori “placebo”, come, ad esempio, l’aspettativa di un beneficio, la credibilità, la fiducia nel terapeuta e la relazione terapeutica. Se il trattamento psicoterapeutico studiato si rivela più efficace di quello di controllo così costruito, allora si può ragionevolmente concludere che l’efficacia sia dovuta ai suoi fattori specifici (ad es. ristrutturazione cognitiva, esposizione) che si sommano a quelli non specifici, comuni a tutti i trattamenti, e alla semplice storia naturale del disturbo.
Quindi se già gli studi che usano gruppi di controllo che non riescono a generare i fattori placebo non sono in grado di fornirci dati sull’efficacia reale del trattamento studiato, allora cosa fare di tutti gli studi di psicoterapia senza gruppo di controllo? Dovremmo forse cestinarli? No, ma dovremmo comprendere che, sebbene tali studi possano essere utili, quando si vuole introdurre un nuovo approccio o una particolare tecnica, è solo quando si hanno a disposizione studi più rigorosi con un adeguato gruppo di controllo; solo in quel caso si dovrebbero trarre conclusioni più definitive sulla specifica efficacia di una particolare tecnica o protocollo. Dopotutto, non è anche grazie al rigore con cui è stata studiata che la CBT si è imposta su altre terapie?
D. D. Price, D. G. Finniss e F. Benedetti (2008). “A Comprehensive Review of the Placebo Effect: Recent Advances and Current Thought.” Annual Review of Psychology 59: 565-90
A. Chiesa (2011). “Improving psychotherapy research: The example of mindfulness based interventions.” World Journal of Methodology 1: 4-11.
Uno studio pubblicato sul numero di novembre di Archives of Neurology da un gruppo di ricerca della Stanford University School of Medicine dimostra che pazienti con diagnosi di tumore al seno e sottoposti a chemioterapia mostrano significativi cambiamenti nell’attività cerebrale misurata mediante la risonanza magnetica funzionale.
L’obiettivo dello studio era quello di esaminare le differenze nell’attivazione dell’area prefrontale e nella deficitarietà della funzione esecutiva, a livello comportamentale, tra pazienti con diagnosi di tumore al seno in remissione con e senza una storia terapeutica di chemioterapia confrontati con un terzo gruppo di controllo di pazienti sane.
Dalla ricerca è risultato che le donne con diagnosi di tumore al seno (seppur in fase di remissione) presentavano una ridotta attivazione della corteccia dorso-laterale prefrontale e della corteccia premotoria rispetto alle donne sane, mentre nello specifico nel gruppo di donne sottoposto a chemioterapia è stata rilevata una riduzione significativa della corteccia prefrontale laterale e una maggior deficitarietà della funzione esecutiva nel task sperimentale proposto (maggior frequenza di errori perseverativi e una ridotta velocità di processamento cognitivo) rispetto a entrambi i gruppi di confronto. Tale diminuzione di attivazione nella corteccia laterale prefrontale presente nelle donne sottoposte a trattamenti chemioterapici correla positivamente con la gravità della patologia e con la deficitarietà della funzione esecutiva. Pertanto la corteccia laterale prefrontale sembra essere una regione cerebrale particolarmente vulnerabile agli effetti della chemioterapia, oltre che della gravità patologica in sé.
Alpbach e Bologna: due congressi non anglofoni sui disturbi alimentari.
Nell’ultimo mese ho partecipato a due congressi sui disturbi alimentari. Il 20-22 ottobre ero ad Alpbach nel Tirolo austriaco. Alpbach è acquattato in una valle poco dopo Innsbruck. È un paesino dove ogni anno si svolge il congresso in lingua tedesca (il mio tedesco è elementare, ma le diapositive le comprendo) dei disturbi alimentari. Il secondo a Bologna in questi giorni dal 18 al 20 novembre, ed è il congresso della società italiana dei disturbi alimentari, la SISDCA.
Il congresso SISDCA, come quello di Alpbach, è un congresso di clinici. Professionisti che provengono da un’intera area linguistica, germanofona o italofona, per parlare di casi clinici. Non si parla in inglese perché non si condividono dati, o non troppi dati. Bensì si condivide sapienza clinica, per la quale è necessario potersi esprimere colloquialmente e non si può usare l’inglese afono dei congressi internazionali.
Occorre riflettere sul valore di questo tipo di congressi. Essi rischiano di essere messi troppo in ombra dai grandi congressi internazionali anglofoni. In quei prestigiosi congressi si mette in mostra la grande ricerca internazionale, quantitativa e generalizzante. Nomi famosi salgono sulle pedane a parlare. Ad Alpbach e a Bologna arrivano colleghi più oscuri che lavorano con i pazienti e che vogliono ascoltare e condividere l’esperienza del paziente singolo. Si cerca una sapienza più empirica e meno rigorosa perché si tratta di professionisti che devono trattare pazienti singoli, persone singole. Senza contrapporsi alla scienza generalizzante e quantitativa. Si tratta di un diverso bisogno.
Sia qui a Bologna che ad Alpbach i clinici usano un linguaggio psicodinamico (soprattutto a Bologna) o sistemico (ad Alpbach). Tuttavia tutti hanno un’infarinatura delle tecniche cognitive e ne danno per scontata l’utilità, anche se però dell’intervento cognitivo se ne parla poco. Le tecniche cognitive? Tutti sia ad Alpbach che a Bologna ammettono che vengono usate in quella che loro chiamano “la fase iniziale”. Certo, da buoni psicodinamici questi clinici le considerano “superficiali”, e spesso le conoscono male, affidandole a colleghi cognitivisti specializzati (tra cui i nostri allievi) e le giudicano propedeutiche a un cosiddetto lavoro “profondo”. La cosa può farci sorridere o infastidirci, ma è anche vero che qui ci sono professionisti che prendono in carico pazienti gravi e cronici e se li portano dietro per anni. Dalla loro trincea il protocollo cognitivo di 6 o 12 sedute è davvero solo l’inizio.
Ad esempio, tra le varie relazioni c’era quella di un kleiniano molto ortodosso, che ha parlato inizialmente di pulsione di morte. Concetti discutibili, certo. Eppure, passata la buriana kleiniana, costui ha descritto un paio di casi clinici con espressività, interesse e raccontandoci varie cose che lui sa dire ai suoi pazienti. Nulla di trascendentale, eppure molto di utile. Per esempio, ha raccontato che molte delle sue pazienti saranno sempre sottopeso, e ha quasi simulato una seduta nei pochi minuti che aveva a disposizione, tutta giocata sul “va bene, rimanga secca però sana e contenta. Come può esserlo? Come possiamo ottenerlo? È davvero necessario essere non solo magre, ma anche tristissime? Ma perché?” Non male, soprattutto dal vivo.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che però nei paesi di lingua inglese questa sfasatura non dovrebbe esserci. Non lo so. Io ho l’impressione che il mondo clinico anglo-sassone è un continente ignoto e sommerso, coperto dalla pellicola sfavillante della grande ricerca in lingua inglese, che naturalmente in quei paesi copre ancor di più di quanto accada da noi o in Germania il linguaggio quotidiano, comune e più impreciso dei clinici. Ma un segnale l’ho percepito. Ad Alpbach in plenaria si parlava inglese. E relazionavano un paio di inglesi (anche due tedeschi, di cui uno solo parlava inglese; l’altro si esprimeva in tedesco). Tra gli inglesi, interessante la relazione di Dasha Nicholls, del gruppo scozzese di Brian Lask. Costei ha presentato dati sull’interazione tra ricerca e clinica. La domanda era: quanti clinici nel Regno Unito effettivamente applicano i protocolli? Ebbene, pochissimi. Non vorrei sbagliare, ma forse meno di venti su un campione di quasi settecento. Questo non vuol dire che i protocolli cognitivi non siano conosciuti e usati. Solo che sono usati come da noi in Italia o in Germania: come fonti di tecniche, interventi, strumenti e (perché no?) trucchi. Ma il protocollo dettagliato e per filo e per segno, quello quasi nessuno lo applica. Nemmeno in Inghilterra.
La conclusione? Nulla di catastrofico. Ma una cosa è certa: i protocolli cognitivi vanno ripensati in termini di applicabilità concreta. Oppure no. Forse vanno bene così come sono, come manuali di idee che nessuno si sognerebbe di applicare alla lettera. La lettera uccide, in fondo.
Reappraisal di un volto collerico: è possibile allenarsi?
-Rassegna Stampa-
Alcuni ricercatori di Stanford, tra cui il famoso studioso di regolazione emotiva James J. Gross, hanno recentemente indagato l’efficacia e la velocità del processo di reappraisal, e cioè di ri-valutazione di espressioni facciali della collera. Nello studio venivano mostrate ai soggetti diverse serie di volti in diverse condizioni sperimentali e venivano quindi valutate le loro reazioni emotive. Per esempio, in un caso, veniva detto ai partecipanti di considerare che le persone ritratte avevano avuto una terribile giornata, quindi rendendo più saliente per i soggetti che l’emozione espressa dai volti non fosse diretta a loro. Dai risultati è emerso che questa semplice manovra cognitiva “facilitava” le persone ad essere meno infastidite ad una successiva visione di quell’espressione collerica; d’altra parte, quando ai soggetti veniva semplicemente detto di vivere l’emozione che suscitava loro la visione di un volto collerico, continuavano ad esserne infastiditi. Alla misurazione dell’attività elettrica cerebrale si è evidenziato che il processo di re-appraisal facilitato letteralmente cancella dalla rilevazione di attività elettrica i segnali tipici delle emozione negative che invece erano presenti non appena appariva il volto collerico. La ricerca suggerisce che, se le persone vengono in qualche modo preparate e “allenate”, il processo di re-appraisal può essere più efficace, veloce e significativo. La ricerca verrà pubblicata a breve su Psychological Science.
Estrogeni Menopausa e funzioni Cognitive: una “magra consolazione”
Diamo per scontato che una condizione di sovrappeso, soprattutto in post-menopausa, sia per le donne un fattore di rischio per diverse patologie tra cui il cancro, il diabete e malattie dell’apparato cardiocircolatorio; ma forse a fronte di tanti svantaggi la ricerca ha oggi rintracciato un vantaggio nell’essere in sovrappeso. Pare che sia protettivo rispetto al declino delle funzioni cognitive: le donne che hanno maggior presenza di estrogeni nelle cellule adipose rischiano meno rispetto alle normopeso.
Lo studio è stato condotto dai ricercatori della Scuola di Farmacia e Biochimica, Dipartimento di Fisiologia, e dall’istituto Cardiovascolare di Buenos Aires. La dott.ssa Ziberman, coordinatrice dello studio, ha coinvolto nella ricerca 300 donne in post-menopausa (età media 60 anni).
La divisione nei due gruppi è stata realizzata utilizzando il BMI (Body Mass Index): 158 partecipanti sono state considerate in sovrappeso, mentre le restanti sono entrate nel gruppo delle normopeso. L’intero campione è stato sottoposto a una serie di test per valutare le funzioni cognitive e in particolare venivano valutate la memoria, la capacità di problem solving, il ragionamento verbale e le funzioni esecutive.
I risultati, mostrati alla Physiology of Cardiovascular Disease Gender Disparities Conference (University of Mississippi), evidenziano che il valore del BMI correla positivamente con alti livelli nelle funzioni cognitive. La Ziberman spiega questi dati partendo dall’ipotesi che gli estrogeni possano essere protettivi della funzione cognitiva e mettendo in relazione questo dato al fatto che dove vi è un aumento del tessuto adiposo vi è un aumento di estrogeni. Da qui la possibilità che gli ormoni sessuali femminili possano essere un aiuto naturale per mantenere inalterate le facoltà cognitive. Questo sarebbe per altro in linea con il fatto che molti istituti di ricerca hanno raccomandato gli estrogeni come intervento preventivo in caso di demenza o alterazione cognitiva.
Tuttavia, considerando gli svantaggi e i fattori di rischio del sovrappeso, non ci si potrà nascondere dietro l’alibi del cucchiaio di nutella o della fetta di sacher salva memoria. E così, conclude la Ziberman, la condizione ideale sarebbe avere un peso nella norma ed eventualmente integrare la presenza di ormoni, ovviamente sotto consiglio medico.
Uno dei fenomeni più noti in psicologia sperimentale è l’effetto Stroop. Prende il nome da J. Ridley Stroop, che scoprì questo fenomeno nel 1935, e lo fece conoscere a tutti attraverso l’articolo Studies of interference in serial verbal reactions nel Journal of Experimental Psychology. Tuttavia, tale compito sperimentale è stato pubblicato per la prima volta da Jaensch nel 1929 in Germania, e successivamente è stato ripreso nelle opere di James McKeen Cattell e Wilhelm Wundt nel diciannovesimo secolo. L’articolo originale è stato uno dei lavori più citati nella storia della psicologia sperimentale.
Durante l’esperimeno di Stroop al soggetto vengono mostrate delle parole scritte con colori diversi. Il compito consiste nel pronunciare a voce alta il colore dell’inchiostro cui è scritta la parola. Quindi, il colore è l’informazione rilevante per lo svolgimento del compito, mentre il significato della parola (che non deve essere letto) è l’informazione non rilevante.
Gli stimoli presentati nel compito di Stroop possono essere di tipo neutro, congruente e incongruente. Si parla di neutri quando si visualizza solo il testo o solo colore. Mentre, si ha congruenza quando la parola «rosso» è scritta in rosso, e incongruenza quando la parola «rosso» è scritta in verde. Si ricordi che la risposta richiesta è il nome del colore, cioè rosso nel primo caso e verde nel secondo. Stroop (1935) notò che i partecipanti sottoposti al compito di denominazione presentavano tempi di risposta più lenti se il colore dell’inchiostro era diverso dal significato della parola scritta, nonostante fossero istruiti affinché non tenessero conto del significato della parola. L’effetto Stroop, dunque, consiste nel produrre una risposta avente latenza più lenta nel caso della condizione incongruente e più veloce nel caso della condizione congruente.
Lo scopo è quello di creare una interferenza cognitiva e semantica: in questo caso ad esempio, la mente tende a leggere meccanicamente il significato della parola (ad esempio legge la parola “rosso” e pensa al colore “rosso”, ma l’inchiostro usato è di colore diverso). Per questo motivo, il test di Stroop rappresenta una consolidata procedura sperimentale per lo studio dell’attenzione selettiva.
Esistono due teorie in grado di spiegare l’effetto Stroop:
1. Teoria della Velocità di elaborazione: l’interferenza si verifica perché le parole sono lette più velocemente rispetto all’individuazione del colore con cui sono state scritte.
2. Teoria dell’Attenzione selettiva: l’interferenza si verifica a causa dei nomi dei colori che richiedono una maggiore attenzione rispetto alla lettura delle parole.
Il paradigma di Stroop è stato largamente utilizzato per studiare le funzioni cerebrali attraverso le tecniche di imaging cerebrale. Il test è stato modificato includendo diverse per studiare l’effetto del bilinguismo o per indagare l’effetto dell’interferenza cognitiva sulle emozioni. Inoltre, è stato utilizzato per studiare la velocità di elaborazione di uno stimolo, le funzioni esecutive, la memoria di lavoro e lo sviluppo cognitivo in diversi settori. La ricerca sull’età evolutiva che utilizza lo Stroop dimostra che il tempo di reazione diminuisce sistematicamente dalla prima infanzia fino all’inizio dell’età adulta. Questi cambiamenti suggeriscono che la velocità di elaborazione aumenta con l’età e che il controllo cognitivo diventa sempre più efficiente. I cambiamenti di questi processi con l’età sono strettamente associati allo sviluppo nella memoria di lavoro e a vari aspetti del pensiero.
Ci sono diverse varianti del test che comunemente sono usate in ambito clinico con soggetti con lesioni cerebrali, affetti da demenze, da malattie neurodegenerative, da deficit di attenzione iperattività o con disturbi mentali, come la schizofrenia, le diverse forme di dipendenza e la depressione.
L’Elettroencefalogramma e il Neuroimaging funzionale hanno evidenziato durante lo svolgimento di un compito di Stroop l’attivazione nel lobo frontale e più specificamente del cingolo anteriore e della corteccia prefrontale dorsolaterale , due strutture responsabile del monitoraggio e della risoluzione dei conflitti. Di conseguenza, i pazienti con lesioni frontali ottengono punteggi inferiori nel test di Stroop rispetto a quelli con lesioni più posteriori.
Infine, sono stati realizzati dei video game che utilizzano come base il paradigma di Stroop, ad esempio il Brain Age: Train Your Brain in Minutes a Day software prodotto da Ryuta Kawashima per il Nintendo DS , e il Nova utilizzato per rilevare i cambiamenti della flessibilità mentale in relazione all’altitudine per coloro che scalano le montagne.
BIBLIOGRAFIA:
Stroop, J. R. (1935).Studies of interference in serial verbal reactions. Journal of Experimental Psychology 18, 643–662.
Jaensch, E.R. (1929). Grundformen menschlichen Seins. Berlin: Otto Elsner.
van Maanen L, van Rijn H, Borst JP (2009). Stroop and picture-word interference are two sides of the same coin. Psychon Bull Rev, 16, 987–99.
Kaufmann, L., Ischebeck, A., Weiss, E., (2008). An fMRI study of the numerical Stroop task in individuals with and without minimal cognitive impairment. Cortex , 44, 1248–55.
Roberts, K.L., Hall, D.A. (2008). Examining a supramodal network for conflict processing: a systematic review and novel functional magnetic resonance imaging data for related visual and auditory stroop tasks. Journal of cognitive neuroscience, 20, 1063–78.
Rosselli M, Ardila A, Santisi MN, et al. (September 2002). Stroop effect in Spanish-English bilinguals. Journal of the International Neuropsychological Society, 8, 819–27.
Gay, Lesbian, Bisex e Transgender all’approssimarsi della terza età: una ricerca statunitense finanziata dal National Institute Health
Lo studio, presentato il 16 novembre da Karen Fredriksen-Goldsen e colleghi della University of Washington’s School of Social Work, segnala specificità di bisogni, condizioni e risorse di individui di omosessuali, bisessuali e transessuali che invecchiando raggiungono la soglia della terza età. La survey è stata condotta su 2.560 adulti omosessuali, bisessuali e trans-sessuali di età compresa tra i 50 e i 95 anni residenti negli Stati Uniti. I risultati dello studio evidenziano come, rispetto a un campione di controllo di adulti eterosessuali, gli anziani non-eterosessuali presentino punteggi più elevati di disabilità, depressione, solitudine e abuso di alcool; a livello sociale è più frequente che vivano soli, non coniugati rispetto ai coetanei eterosessuali, e spesso senza l’appoggio di figli. La buona notizia tuttavia è che gli anziani omosessuali e bisessuali sarebbero più resilienti, più proattivi nel prendersi cura di sé e più attivi nel costruire e mantenere attive le loro comunità. Dallo studio emerge che il 91% degli intervistati praticano attività sportive e meditative, e provano sentimenti positivi riguardo l’appartenenza a una specifica comunità: nello specifico le connessioni sociali con i pari risultano decisamente più solide, supportive e assistenziali rispetto a quanto accade per i coetanei eterosessuali.
Anxiety and Emotional Conversations between Mothers, Fathers and Children.
Parents’ words and anxiety disorders – Part 6
Throughout this series, there has been a focus on the importance of mothers rather than fathers in the transmission of anxiety. There are many reasons for this; research has shown that mothers do in fact play a more central role in their children’s development than fathers. Other less scientific factors are also in play, for example, fathers are less likely to participate in research. As I mentioned in the fourth installment of this series, in this part I will cover one study in particular, which investigated the impact of mothers and fathers on these conversations. Importantly, this study also examined the differences in male and female children.
Suveg, Sodd, Barmish, Tiwari, Hudson and Kendall (2008) examined emotional socialization in anxious (n = 28) and control (n = 28) children and their families, including fathers. Diagnoses were assessed using a popular structured clinical interview. Like the previous study, parents were asked to have five minute emotion discussions with their children concerning times when children felt anxious, angry and happy.
Parental speech was examined for total number of words, discouragement of emotion, explanation of emotion, tone, and emotion regulation in each discussion.
Child speech was examined for attempts at problem solving and maladaptive, avoidant behavior.
The results were discussed examining maternal, paternal and child discourse style. Compared to fathers of control children, fathers of children with an anxiety disorder displayed less positive affect, more negative affect, less explanatory discussions of emotion, and more overall emotion when interacting with their sons. Similar results appeared when examining maternal discourse. With their sons, mothers of control children discussed more emotion during anxious situations than mothers of anxious children. Mothers of control children also showed more positive affect than mothers with anxious children. Finally, mothers of anxious children showed more negative affect than mothers of control children across all three discussions. Across all emotion discussions, control children showed more positive affect than children with anxiety disorders. Finally, compared to control children, children with anxiety disorders were 5.25 and 15.23 times more likely to express maladaptive versus adaptive responses during anxious and angry scenarios, respectively.
Therefore, like previous studies, those reviewed in part 4 of this series and the current one display that both parental and child psychopathology affect seemingly all aspects of these individual lives. This includes everything from their quality of life through simple and complex conversations these groups share. In the next installment of this series I will summarize the findings discussed up to this point and begin to discuss possible interventions.
Il sottosegretario alla salute Francesca Martini ha commentato con queste parole l’emanazione da parte dell’Istituto Superiore della Sanità delle prime linee guida nazionali sull’autismo:
”Dall’inizio del mio mandato mi sono impegnata fortemente per la messa in atto di un confronto scientifico ai più alti livelli che permettesse al nostro Paese di dotarsi dilineeguida nazionali per il trattamento dei disturbi dellospettroautistico nei bambini e negli adolescenti e oggi provo grande soddisfazione nel testimoniare che attraverso il lavoro sviluppato dall’istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con le migliori esperienze territoriali, questo e’ stato possibile”.
Lavoro con i bambini e ragazzi autistici da dieci anni e inevitabilmente ho condiviso il mio operare con gli altri professionisti, o sedicenti tali, che promettevano di dare un contributo significativo nel superamento delle difficoltà che questi pazienti manifestavano.
Clicca per scaricare le Linee Guida Nazionali per L'Autismo
Quando nel 2000 ho incontrato la famiglia del mio primo paziente autistico è iniziata insieme a loro la ricerca disperata di trattamenti efficaci e dal momento che allora, meno ancora di oggi, il servizio pubblico non sembrava garantire un intervento sufficientemente intensivo e specializzato, il settore privato era l’ambito in cui cercare risposte.
E così mi sono ritrovata ad assistere a trattamenti che, ad oggi, mi sento di definire perlomeno bizzarri.
Ricordo in particolare due episodi. Un pomeriggio mi ritrovo a casa della famiglia di un bambino autistico che aveva messo a disposizione il proprio domicilio per ospitare un’esperta americana nell’ambito delle intolleranze alimentari. La diagnosi avveniva tramite l’ascolto della reazione della linfa vitale all’avvicinamento del prodotto alimentare sospetto. Ho praticamente passato il pomeriggio a intrattenere i piccoli finchè fosse il loro turno di adagiarsi sul lettino e vedersi appoggiare sul braccio la manona di una rassicurante americana di 200 chili mentre il genitore gli si avvicinava prima con pacchetti di prosciutto cotto, poi con dei pomodori e quant’altro, non ricordo secondo quale criterio, fosse ritenuto responsabile di eventuali disordini intestinali.
Il secondo episodio mi vede spettatrice di un convegno organizzato da un’associazione di genitori che, tra le altre cose, incoraggiava l’uso della camera iperbarica per il trattamento dell’autismo. Anche in questo caso a consigliare la pratica erano dei dottori americani. Da lì a poco ho saputo di diverse famiglie che hanno prosciugato il conto in banca per potersi permettere l’acquisto di quella miracolosa bara. Un investimento che hanno cercato di recuperare offrendo trattamenti a basso costo anche ad altri bambini. Non è difficile immaginare la reazione di molti di questi bambini quando si sono ritrovati costretti all’interno di un angusto abitacolo, senza avere la capacità di comprenderne le ragioni.
Forse a molti di voi questi genitori potrebbero sembrare ingenui o addirittura stupidi, ma anche io allora, alle prime armi nel settore, non sapevo come giudicare tutte queste proposte. Quello che il sistema sanitario offriva allora erano sedute di psicomotricità e se si era meno fortunati, un posto nella graduatoria.
I genitori, disperati e saggiamente convinti che per i loro figli si potesse pretendere di più, si affacciavano avidi al mercato del privato e, senza nessuna raccomandazione da parte del sistema sanitario nazionale, senza che qualcuno si fosse mai preso la responsabilità di dire loro, io compresa, cosa costituisse un valido intervento e cosa semplicemente un’ottima campagna di marketing, hanno fatto quello che anche noi, al posto loro, probabilmente faremmo: le hanno provate tutte.
Per fortuna la maggior parte di questi genitori hanno saputo col tempo vedere e capire da soli quale tipo di intervento fosse più utile per i loro figli, al prezzo però di innumerevoli delusioni e col peso di una responsabilità che dovrebbe essere condivisa con chi possiede le competenze per aiutarli in questo percorso.
I “Costruttori d’amore” e l’irrinunciabile bisogno di cambiamento
“Spesso in terapia troviamo persone che a causa di una infanzia con poco amore o molta distrazione o con molto maltrattamento e poca cura, restano fermi nel dilemma dell’ossessione d’amore per tutta la vita”
Costruttori d'Amore - Illustrazione di Costanza Prinetti
Questa frase di Sandra Sassaroli nell’articolo: L’Ossessione d’Amore è poco Rock e molto Lenta: Freedom (di Jonathan Franzen) mi ha fatto riflettere a lungo sull’ossessione d’amore. La storia di Patty, che ha fatto dell’ideale d’amore un ossessione, è la storia comune a tante persone che costruiscono castelli su fondamenta di fango. Il castello viene eretto con tale cura impegno e dedizione che, nonostante la frana ne abbia minato le fondamenta, questi rimane intatto.
L’Ossessione d’Amore è poco Rock e molto Lenta: Freedom (di Jonathan Franzen)
Il “Costruttore d’Amore” programma minuziosamente ogni sua mossa spesso con lo scopo di ottenere l’ammirazione di colui il quale non ha ammirazione, se non per se stesso; si può leggere in molte di queste storie il bisogno irrefrenabile di dare amore, come se questo consentisse la redenzione dalla dipendenza; nella realtà queste altro non sono che vane speranze.
Battiato cantava ne La cura “Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore, dalle ossessioni delle tue manie” per coronare la fine con : “…e guarirai da tutte le malattie..perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te”. Speranza, bisogno di dare amore senza riceverlo in cambio, sembrano essere gli assunti di base di queste storie. “L’amore che non chiedeva nulla in cambio” riempiva Veronika (Paulo Coelho “Veronika decide di morire”) di sensi di colpa, troppo amore riversato su di lei ha fatto si che per un quarto della sua vita aderisse ad un ruolo che non era il suo.
Lo stesso senso di colpa lo si ritrova in molti “Costruttori d’Amore” che tendono a vivere nella sofferenza perché convinti che sofferenza sia quello che meritino. Jill ( Robin Norwood, Donne che amano troppo) era disposta ad addossarsi ogni problema che nasceva nelle sue relazioni, pur di avere un problema da risolvere era disposta addirittura “ad assumersi la responsabilità di averlo creato”. Il fatto che nessun uomo potesse amarla, nemmeno suo padre, dipendeva solo ed esclusivamente da lei, da ciò che aveva e non aveva fatto.
La verità, vi prego, sull'amore.
La vita emotiva di noi tutti, ed anche dei “Costruttori d’Amore”, è caratterizzata da un bisogno di sicurezza che guida ogni comportamento e da una tendenza che porta a non riconoscere il proprio bisogno d’amore e, soprattuto, al non volerlo far conoscere all’altro. Questi tratti sono particolarmente diffusi in quelle persone che durante l’età evolutiva hanno ricevuto “troppo” o troppo poco amore, e tentano, crescendo, di identificarsi con il partner cercando di salvarlo, a questo si sottende un vano tentativo di salvare se stessi. Vivere e rivivere le esperienze affettive dell’infanzia nelle speranza di cambiare il proprio partner e l’amore che prova per noi, così come si è tentato di farlo con il padre o con la madre. Mia Martini, nella celeberrima canzone: Gli uomini non cambiano, arriva alla conclusione che: “Gli uomini che cambiano, sono quasi un ideale che non c’è, sono quelli innamorati come te”. Fortemente disillusa dalle relazioni affettive, sconfitta, e amareggiata, tuttavia non abbandona l’idea che l’altro debba cambiare.
E voi? Avete mai provato a cambiare per amore? O avete preteso che qualcun altro cambiasse per voi?
BIBLIOGRAFIA:
Robin Norwood, Donne che amano troppo, traduzione di Enrica Bertoni, Universale Economica Feltrinelli 2008
Paulo Coelho, Veronika decide di morire, traduzione di Rita Desti, Mondolibri, 1999
Una delle pessime abitudini mentali associate al disagio psicologico è la Fusione Pensiero Azione (FPA, Rachman, 1993). Per FPA si intende la tendenza a considerare i normali pensieri automatici negativi non tanto come oggetti della mente ma come dati di realtà.
Tutti noi abbiamo quotidianamente centinaia di pensieri che passano rapidamente nella mente, frutto di semplici associazioni e senza un particolare significato. Alcune persone tuttavia si trovano a giudicarli pericolosi e di conseguenza a condannare sé stessi per averli avuti.
Questo accade quando il giudizio è influenzato dalle regole della FPA:
Se penso di fare qualcosa di brutto allora ho intenzione di farlo quindi sono cattivo.
Se penso di fare qualcosa di brutto probabilmente lo farò.
Se penso che un evento accada probabilmente si realizzerà e quindi io ne sono responsabile.
Con queste premesse ogni oggetto mentale acquista un peso emotivo molto forte e anche semplici pensieri passeggeri diventano fastidiosi o fonte di stress e ansia. Gli individui con una spiccata tendenza alla FPA sono quindi spinti a osservare continuamente i propri pensieri, darvi eccessivo peso, provare ansia e stress a fronte di pensieri negativi e cercare di controllare o eliminare certi pensieri con strategie e rituali solitamente controproducenti.
In simili situazioni l’obiettivo terapeutico suggerito dai ricercatori internazionali è quello di imparare il distacco tra pensiero e azione, cioè imparare e vivere pensieri negativi (anche quelli molto brutti) come naturali fenomeni mentali, che accomunano il 90% delle persone e che non hanno nulla a che vedere con la realtà e con le proprie intenzioni (Wells, 2008).
BIBLIOGRAFIA:
Rachmn, S.J. (1993). Obsessions, responsibility and guilt. Behaviour Research and Therapy, 31, 149-154.
Wells, A. (2008). Metacognitive Therapy for Anxiety and Depression. New York, USA: Guilford Press.
Twitter Global Mood: misurare la temperatura emotiva del pianeta.
E il mondo, svegliandosi allegro, si addormenta triste… Grazie a Twitter, un gruppo di ricerca ha misurato il “global mood” fotografato in diversi momenti della giornata.
I ricercatori della Cornell University, sul numero di Science di settembre, riferiscono i risultati di uno degli studi che ha visto partecipare il maggior numero di soggetti nella storia della ricerca: 2.4 milioni, distribuiti in 84 paesi.
Come hanno fatto? Miracoli della rete, e in particolare del desiderio, tutto umano, di condividere (dalle poltrone di casa, beninteso e solo se mi fa arrabbiare, agitare o divertire, come scrivevo in un altro articolo di State of Mind) informazioni personali su internet.
Grazie a Twitter, infatti, Scott Golder e Micheal Macy, hanno monitorato l’attitude (poco traducibile in italiano, se non con uno scadente “stato mentale generale” o “atteggiamento”) di 2.4 milioni di utenti Twitter e sembra abbiamo rilevato che le persone in tutto il mondo, si svegliano generalmente di buonumore e che, entro la serata, questo “positive attitude” si deteriora, man mano che la giornata procede. Tracciando l’espressione emotiva spontanea dei soggetti, tramite i loro tweets (ovvero i micro-messaggini da centoquaranta caratteri lanciati nella rete dagli utenti Twitter) per un periodo di due anni, i ricercatori hanno rilevato il circolo “mi sveglio felice-vado a letto triste-mi risveglio felice”. Sembra, quindi, che ciò che succede durante la giornata giochi un ruolo molto importante nel determinare sia le emozioni legate al “positive attitude” (PA), come entusiasmo, gioia, vigilanza sia quelle legate al “negative attitude” (NA) come distress, paura e rabbia.
Oscillazioni di Positive Attitude (PA) e Negative Attitude (NA) lungo l'arco della giornata. - Fonte: http://www.sciencemag.org/content/333/6051/1878.full.
L’utilizzo in concerto di Twitter e di un software per il monitoraggio del lessico ha permesso ai ricercatori della Cornell University di scoprire due picchi giornalieri in cui i tweets sono connotati in senso positivo: di prima mattina e intorno a mezzanotte.
I risultati di questa ricerca aprono la strada a molte riflessioni. Sembra che il sonno svolga una funzione regolatoria anche per quanto riguarda il tono dell’umore. Nelle persone “sufficientemente sane”, infatti, questo “ciclo emotivo giornaliero” sembra non dare alcun disagio particolare (a meno di un po’ di fastidio e sgradevolezza). Interessante chiedersi cosa succede quando qualcosa in questo processo globale, forse naturale e simile in tutti noi esseri umani si inceppa, sia verso il polo positivo della “mattina presto” sia verso quello negativo “dell’ora dell’happy hour”.
Gran parte del nostro modo di relazionarci emotivamente con gli altri potrebbe essere scritto nel nostro dna. Un nuovo studio, condotto alla Oregon State University, suggerisce che l’essere estroversi, accudenti e fiduciosi, sia un tratto del carattere così profondamente legato al pool genetico che uno sconosciuto, semplicemente osservandoci mentre ci relazioniamo ad un’altra persona, potrebbe molto probabilmente indovinare se possediamo, o no, quella variazione nel nostro genoma.
Già in precedenza alcuni studi avevano scoperto come questo gene, che funge da recettore per l’ossitocina chimica del cervello, definita anche “l’ormone dell’amore”, giocasse un ruolo in comportamenti sociali come lo stringere legami, l’empatia e l’ansia.
Questa però è la prima volta che i ricercatori verificano come certi genotipi si manifestino così evidentemente in comportamenti prosociali da poter essere individuati, con la semplice osservazione del comportamento in un constesto relazionale, anche da estranei.
L’importanza di essere i primogeniti per andare bene a scuola. Quando fare il secondo figlio?
Secondo un nuovo studio dell’Università di Notre Dame, che sarà pubblicato sul prossimo numero del Journal of Human Resources, fratelli e sorelle con più di due anni di differenza hanno prestazioni migliori in lettura e matematica, rispetto ai bambini con minore differenza di età. Lo studio è stato pensato per osservare l’effetto causale della differenza di età tra fratelli sui risultati accademici. I risultati indicano che la differenza di età tra il primo e il secondo figlio favorisce il rendimento scolastico, anche a lungo termine, del primo ma non del secondo. Sembra proprio che a fare la differenza sia la possibilità di conservare per almeno i primi due anni una relazione esclusiva con i genitori; spesso i genitori si chiedono se esista una distanza ideale tra il primo e il secondo figlio e questi risultati suggeriscono che, almeno per quanto riguarda il rendimento scolastico, i primi figli sono favoriti da intervalli maggiori di tempo tra la loro nascita e quella dei fratelli.
Schizofrenia, Depressione, Disturbo Bipolare: dove sta andando la ricerca?
Un americano su 7 soffre di una grave malattia mentale come schizofrenia, depressione maggiore, disturbo bipolare. L’obiettivo delle ricerche che vengono condotte nell’ambito delle neuroscienze è quello di riuscire a comprendere sempre più chiaramente le radici neurologiche della malattia mentale per poter poi essere in grado di sviluppare trattamenti sempre più efficaci. La riunione annuale della Society for Neuroscience è la più grande fonte mondiale di notizie scientifiche su cervello e salute. Ecco di cosa si è parlato quest’anno:
Ansia e depressione nell’infanzia alterano il modo in cui l’amigdala si collega ad altre regioni del cervello. Secondo i ricercatori questo spiegherebbe perché lo stress nei primi anni di vita può portare a futuri problemi comportamentali ed emotivi (Shaozheng Qin, PhD, abstract 927,06).
Studi sugli animali hanno evidenziato un legame tra due fattori associati alla schizofrenia, le infezioni prenatali e la disfunzione di una molecola importante nei processi di memoria (Melissa Burt, astratto 763,11).
E’ stata identificata, nei topi da laboratorio, una molecola del cervello importante per la risposta antidepressiva. I risultati possono essere utili nella pianificazione del trattamento farmacologico della depressione maggiore (Maha Elsayed, astratto 904,10,).
La connessione tra due aree specifiche del cervello, la corteccia prefrontale e il nucleo del rafe dorsale, sembra essere implicata nella depressione. Nei ratti la stimolazione di questi circuiti ha avuto un effetto antidepressivo (Melissa Warden, PhD, abstract 306,15).
Alti livelli di un enzima chiamato STEP Set si riscontrano nel cervello di chi è affetto da schizofrenia. Topi privi di questa sostanza chimica non hanno sviluppato comportamenti tipici della malattia(Nikisha Carty, PhD, abstract 238,03,).
La Ristrutturazione Cognitiva delle Emozioni.
Sapere che qualcuno è arrabbiato con noi non è per nulla piacevole. Un suggerimento su come gestire le nostre emozioni in un contesto simile ci viene dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale; è quello di trovare un modo diverso di guardare alla persona arrabbiata, per esempio attribuendo il suo cattivo umore al fatto che ha avuto una brutta giornata, evitando cioè di prenderla sul personale. uno studio che sarà pubblicato il prossimo anno su Psychological Science, ha indagato proprio l’efficienza e la velocità del processo di ristrutturazione delle emozioni (Reappraisal). Il disegno di ricerca prevedeva che venissero osservate le reazioni emotive nei partecipanti allo studio, ai quali venivano presentati una serie di volti in grado di suscitare risposte emotive negative. I risultati indicano che se dopo l’esposizione veniva facilitato il processo di ristrutturazione delle emozioni negative queste non si ripresentavano a una seconda esposizione allo stesso stimolo emotigeno. È come se nel cervello avvenisse una gara tra le informazioni emozionali e quelle generate dal processo di ristrutturazione, spiegano i ricercatori, e infine il processo di ristrutturazione fosse in grado di spazzare via le emozioni negative associate allo stimolo negativo.