Omofobia: paura del diverso o paura di se stessi?
L’ostilità e la discriminazione nei confronti degli omosessuali sono ben note. A volte questi atteggiamenti negativi possono portare ad atti ostili sia verbali che fisici nei loro confronti. Anche se in generale si assume che gli atteggiamenti e i comportamenti negativi verso gli omosessuali siano associati a rigide credenze moraliste, ad ignoranza sessuale e alla paura dell’omosessualità, l’eziologia di questi atteggiamenti e comportamenti di discriminazione rimane ancora un mistero.
Weinberg (1972) ha etichettato questi atteggiamenti e comportamenti nei confronti dell’omosessualità come omofobia, che ha definito come la paura di essere in stretto contatto con omosessuali uomini e donne così come la paura irrazionale, l’odio e l’intolleranza da parte di individui eterosessuali nei confronti di uomini e donne omosessuali.
Secondo Hudson e Ricketts (1980) il significato del termine “omofobia” è stato generalizzato a causa della sua espansione in letteratura, per includere ogni atteggiamento negativo, credo, o azione negativa nei confronti dell’omosessualità. Per chiarire questo problema, Hudson e Ricketts hanno definito come “omonegativismo” un costrutto multidimensionale che include il giudizio sulla moralità dell’omosessualità, sulle decisioni circa i rapporti personali o sociali, e qualsiasi risposta cognitiva negativa relativa a credenze, preferenze, legalità e desiderabilità sociale. L’omofobia, d’altra parte, è stata anche definita come una risposta affettiva che comprende emozioni di paura, ansia, rabbia, disagio e avversione suscitate dall’interazione con persone omosessuali, senza che vi sia necessariamente una componente cognitiva consapevole di questa discriminazione.

Per capire cosa si nasconde dietro al profondo rancore nei confronti dell’omosessualità, Adams, Wright e Lohr (1996) hanno indagato il ruolo della risposta sessuale in uomini eterosessuali alla presentazione di stimoli omosessuali.
I partecipanti all’esperimento sono stati suddivisi in due gruppi (omofobi e non-omofobi) sulla base di un questionario costruito per indagare l’atteggiamento nei riguardi dell’omosessualità. Gli stessi sono stati poi esposti ad immagini erotiche sessualmente esplicite eterosessuali e omosessuali. Durante l’esperimento sono state misurate le variazioni della circonferenza del pene, tenute in considerazione come indice della relativa risposta di eccitazione sessuale in risposta agli stimoli. Entrambi i gruppi hanno mostrato un aumento della circonferenza del pene in risposta a video con scene a carattere eterosessuale e a donne omosessuali. Solo gli uomini “omofobi” hanno mostrato un aumento dell’erezione del pene in risposta alla presentazione di immagini a carattere omosessuale fra uomini.
Secondo questo studio, troverebbero una spiegazione empirica le numerose teorie psicoanalitiche secondo le quali l’omofobia sarebbe il risultato di un’omosessualità repressa o latente, definita come l’eccitazione omosessuale che l’individuo nega o di cui non è consapevole (West, 1977).
Per quanto dopo la pubblicazione di questo studio siano apparsi sul web una lunga serie di articoli che titolavano a gran voce “Uno studio scientifico conferma: Freud aveva ragione, l’omofobo è un gay represso!”, in realtà siamo ancora ben lontani da una conclusione sull’argomento.
Un’altra spiegazione di questi dati si trova infatti in Barlow, Sakheim, e Beck (1983), secondo cui è possibile che la visione di stimoli omosessuali provochi forti emozioni negative negli uomini omofobi ma non negli uomini non-omofobi. Poiché è stato dimostrato che l’ansia aumenta l’eccitazione e di conseguenza l’erezione (Barlow, 1986), questa teoria prevedrebbe che l’aumento dell’erezione negli uomini omofobi di fronte alla presentazione di stimoli omosessuali sia una funzione della condizione di minaccia percepita piuttosto che di un’eccitazione sessuale vera e propria.
Rimane allora ancora da chiedersi quale sia la ragione alla base della discriminazione sessuale nei confronti degli omosessuali, dato che l’emarginazione e il pregiudizio portano con sé la sofferenza dell’individuo che li subisce. È proprio questa sofferenza che dovrebbe spingerci a trovare delle risposte come professionisti della salute mentale, ma ancor prima come esseri umani portatori di sani valori di uguaglianza.
Potremmo ipotizzare, come Giovanni Ruggiero nel suo articolo, che alla base di questa discriminazione vi sia fondamentalmente l’ignoranza sessuale, intesa come “non conoscenza” dei meccanismi alla base del processo di differenziazione sessuale. Se adottassimo questa spiegazione potremmo supporre che l’individuo non a conoscenza di questi fondamenti abbia in sé la credenza irrazionale che l’omosessualità possa essere trasmessa magicamente attraverso la vicinanza o il semplice sguardo.
Sarebbe da chiedersi in questo caso se sia più appropriato utilizzare il termine xenofobia (inteso non come paura dello straniero o della persona lontana dalla nostra abitazione, ma come paura del diverso da noi, di ciò che non comprendiamo e di coloro che non hanno le nostre stesse abitudini), piuttosto che omofobia (termine che avrebbe in sé la contraddizione del sottolineare il timore per ciò che è uguale a sé anziché per ciò che è diverso). Se adottassimo invece la spiegazione delle credenze morali, il discorso si farebbe ancora più ampio e delicato, rischiando di toccare punti di difficile esplorazione.
La domanda che ci dovremmo porre è se si è fermamente ed intimamente convinti della propria eterosessualità, senza che si abbia il dubbio che gli omosessuali possano convincerci delle loro ragioni, perché allontanarli da noi? E ancora, visto che l’omosessualità non può essere considerata scientificamente come una semplice scelta o addirittura come una moda, cosa porta alcuni individui a considerarla una colpa o ad attribuirvi un’intenzione malevola?
BIBLIOGRAFIA:
- Adams H. E, Wright L. W. Jr, Lohr B. A. (1996). Is Homophobia Associated With Homosexual Arousal? Journal of Abnormal Psychology, 105, 3, 440-445.
- Barlow, D. H. (1986). Causes of sexual dysfunction: The role of anxiety and cognitive interference. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 54, 140-148.
- Barlow, D. H., Sakheim, D. K., & Beck, J. G. (1983). Anxiety increases sexual arousal. Journal of Abnormal Psychology, 92, 49-54.
- Hudson, W. W., & Ricketts, W. A. (1980). A strategy for the measurement of homophobia. Journal of Homosexuality, 5, 356-371.
- Weinberg, G. (1972). Society and the healthy homosexual. New York: St. Martin’s Press.
- West, D. J. ( 1977 ). Homosexuality re-examined. Minneapolis: University of Minnesota Press.

Uno studio pubblicato sulla rivista
La caratteristica saliente della “fase” di innamoramento è una particolare “permeabilità del sé” che mette a rischio i confini soggettivi, fa sentire fragili e bisognosi dell’altro; la sensazione è quella di non bastare più a sé stessi, di avere continuamente bisogno che l’altro, con la sua presenza, ci completi: abbiamo scelto il partner adatto a contenere alcune parti di noi, ne abbiamo fatto il nostro complemento e la sua assenza ci fa subito sentire la mancanza di qualcosa di vitale e insostituibile. In realtà quel senso di vuoto preesisteva, ma è solo con la presenza dell’altro che riusciamo a entrarvi in contatto: due mondi si incontrano a due diversi livelli, quello del quotidiano e quello interno. (Menghi, 1999).

Ognuno di noi quando s’innamora dice di provare delle sensazioni: c’è chi alla vista dell’amato “sente le farfalle nello stomaco”, chi riferisce di “avere la testa fra le nuvole”,e chi, già di primo mattino, quando ancora tutti dormono in piedi, è esaltato “all’ennesima potenza”. Pare proprio che quest’euforia da innamoramento sia legata alla mediazione di “sostanze stimolanti” quali dopamina, norandrenalina ed in particolar modo dalla feniletilamina (PEA) che, a differenza delle precedenti, è un ormone appartenente alla classe delle anfetamine.
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Quella di Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) è una diagnosi che sempre più si sta affermando nelle realtà scolastiche, forse grazie anche alla crescente attenzione che si sta sviluppando, vista l’incidenza stimata intorno al 3-4% della popolazione scolastica. Anche il gossip e i media ultimamente hanno dato importanza al tema DSA grazie ai “famosi” che hanno sofferto di DSA in età scolare, come Napoleone, Galileo Galilei, Isaac Newton, Pablo Picasso ma anche Tom Cruise, Cher, Quentin Tarantino, Muhammed Ali.
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Il termine impotenza da sempre genera equivoci ed evoca fantasmi nel nostro immaginario culturale, rimandando ad un’idea di generale inadeguatezza della persona, ed è pertanto connotato in senso fortemente negativo.


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Quando svolgo interventi psicologici con i pazienti con scompenso cardiaco, mi trovo spesso a riflettere come i tempi della malattia cardiaca e i tempi personali di accettazione e adattamento alla stessa siano davvero differenti.