Manzoni, il panico e la paura del linciaggio: quando la folla diventa una minaccia
Devo lo spunto di questo articolo a Leonardo Tondelli: articolista per il Post, insegnante e blogger di lungo corso. Qualche anno fa, in uno scambio di messaggi, mi fece notare il legame tra l’agorafobia di Alessandro Manzoni e la sua sensibilità al linciaggio. Lui minimizzava: mi disse che è quasi un luogo comune dell’italianistica.
Per me non lo era, ed è proprio questo che mi ha colpito. Gli studiosi di letteratura italiana avevano colto un legame tra panico e timore del linciaggio che a noi clinici sfugge. Noi spesso non sappiamo spiegare la paura del panico se non in termini personali: il timore di impazzire, di morire, di perdere il controllo.
In psicologia pensiamo infatti il panico e l’agorafobia in termini individuali. Il paziente teme le proprie sensazioni interne: il cuore che accelera, la testa che gira, l’idea di svenire. La piazza e la folla fanno paura perché lì sarebbe difficile scappare o farsi soccorrere.
Facciamo attenzione, però. In Manzoni la folla non è solo il posto dove un attacco di panico sarebbe più pericoloso. La folla è il pericolo. È la folla che lincia.
Voglio provare a seguire questo filo in tre passaggi. Il panico del 1810 nella chiesa di San Rocco, da cui Manzoni fece partire la propria conversione. Il linciaggio del ministro Prina nel 1814, che a quel panico dà un contenuto. E infine la lettura di René Girard, che permette di vedere nella fede ritrovata di Manzoni qualcosa di più di una consolazione.
Parigi, 2 aprile 1810: il panico in mezzo alla folla
Il 2 aprile 1810 Parigi festeggia le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria. Manzoni, venticinquenne, è per strada con la giovane moglie Enrichetta Blondel. Nella calca, tra i mortaretti e la ressa, i due si perdono: secondo alcuni racconti Enrichetta sviene. Manzoni viene preso da una crisi d’angoscia violenta e si rifugia nella vicina chiesa di San Rocco.
Lì, secondo la versione tramandata, avrebbe chiesto a Dio di rivelarsi, se esisteva. Ne sarebbe uscito credente. Più tardi ritrovò la moglie, e quel ritrovamento fu letto come una risposta.
Facciamo attenzione, però. Manzoni di questo episodio non parlò quasi mai. La versione miracolosa ci arriva da testimonianze indirette, e gli storici sanno bene che la conversione fu un percorso lungo: le discussioni con l’abate giansenista Eustachio Degola, la conversione di Enrichetta dal calvinismo al cattolicesimo, il ritorno a una fede in cui Manzoni era stato battezzato. San Rocco non è la causa della conversione. È il momento in cui Manzoni, o chi raccontava di lui, ha scelto di collocarla.
Ma proprio questo mi interessa. Tra tanti momenti possibili, la memoria familiare ha fissato la svolta religiosa in un attacco di panico in mezzo a una folla. E da allora la folla non lascerà più Manzoni. Per tutta la vita soffrirà di quella che oggi chiameremmo agorafobia: paura di uscire da solo, di attraversare le piazze, di trovarsi tra la gente, svenimenti e vertigini. La conversione e il panico nascono, nel racconto, nello stesso istante.
Milano, 20 aprile 1814: il panico trova il suo oggetto
Quattro anni dopo la folla smette di essere una minaccia vaga. Napoleone ha abdicato e a Milano si spera nell’indipendenza del Regno d’Italia. Il 20 aprile, sotto la pioggia, una folla invade il Senato e poi si dirige in piazza San Fedele, alla casa di Giuseppe Prina, ministro delle finanze e simbolo delle tasse napoleoniche. Lo stanano, lo calano da una finestra, lo colpiscono con le punte degli ombrelli. Per ore viene trascinato per le strade fino alla morte, senza che nessuna autorità intervenga.
Manzoni non è un estraneo. Gravita intorno agli ambienti che chiedevano l’indipendenza e che hanno animato le proteste. Abita a pochi passi, in via del Morone, e secondo i suoi biografi segue la scena, impaurito, dalle stanze di casa. Non fa nulla. Nessuno, del resto, fa nulla.
Leonardo Sciascia rimase colpito dal modo distaccato, quasi gelido, con cui Manzoni ne parlò in seguito. Salvatore Silvano Nigro, nella Funesta docilità, ha letto quel distacco come il segno di un rimorso sepolto: lo spettatore passivo che non si perdona di esserlo stato. Non so se Nigro abbia ragione su questo punto. Ma la sua ipotesi è coerente con quella che propongo qui.
Ecco la mia lettura. Il panico di San Rocco era senza oggetto: un terrore nella calca, risolto in una chiesa. Prina gli dà un oggetto preciso. Quello che una folla può fare a un uomo. Da quel momento l’agorafobia di Manzoni non è più solo paura di stare male in mezzo alla gente. È la paura di ciò che la gente, diventata folla, è capace di fare. Lo dico come ipotesi interpretativa, non come diagnosi retrospettiva.
La folla nei Promessi sposi e nella Colonna infame
Da lì in poi la folla persecutrice attraversa l’opera di Manzoni. Nel tumulto di San Martino la folla assalta i forni e poi assedia la casa del vicario di provvisione, deciso a farlo a pezzi. Lo salva all’ultimo Antonio Ferrer, con la sua carrozza. È il linciaggio di Prina riscritto con un finale diverso: quello che nel 1814 nessuno aveva fatto, nel romanzo qualcuno lo fa. Molti studiosi, da Nigro a De Francesco, vedono in quelle pagine la traccia diretta del 20 aprile.
Poi viene la peste. Renzo, scambiato per un untore, rischia di essere ammazzato dalla gente per strada e si salva saltando sul carro dei monatti. Ancora una volta la folla cerca un colpevole e lo trova nel primo che passa. Manzoni commenta che il buon senso c’era, ma stava nascosto per paura del senso comune.
Infine la Storia della colonna infame. Nel 1630 il commissario di sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora vengono accusati di aver unto i muri di Milano per diffondere il contagio. Torturati, confessano. Vengono giustiziati, la casa di Mora viene rasa al suolo e al suo posto si alza una colonna a infamia perpetua. Manzoni ricostruisce gli atti del processo con una tesi precisa: i giudici non erano vittime dell’ignoranza del loro secolo. Sapevano, e scelsero di non vedere, perché il pubblico voleva dei colpevoli. Il linciaggio qui non ha bisogno di ombrelli: lo esegue un tribunale.
Non serve tornare al Seicento per vedere questo meccanismo. Penso al caso di Garlasco, dove una condanna definitiva è stata rimessa in discussione da una nuova indagine, quasi vent’anni dopo il delitto. Non mi interessa qui stabilire chi sia colpevole: non è il mio compito e non ne avrei gli strumenti. Mi interessa il bisogno collettivo di un colpevole, la fretta con cui l’opinione pubblica e i media lo individuano, il processo parallelo che si celebra in televisione prima e accanto a quello in aula. È la stessa domanda che pone Manzoni: quanto pesa, su chi deve giudicare, una folla che ha già deciso?
Girard: la Passione come linciaggio svelato
Qui entra René Girard. Per Girard le comunità umane, nei momenti di crisi, scaricano la violenza di tutti contro uno. La vittima viene accusata di aver causato il disastro, uccisa, e la sua morte riporta la pace. Poi la comunità racconta l’episodio dal proprio punto di vista: la vittima era davvero colpevole. È così, secondo Girard, che nascono i miti.
Nel Capro espiatorio Girard parte da un testo medievale di Guillaume de Machaut. Durante la Peste Nera il poeta racconta che gli ebrei avevano avvelenato i fiumi e che furono giustamente massacrati. Noi oggi leggiamo quel testo e capiamo subito com’è andata: una minoranza innocente accusata di un crimine impossibile, in piena epidemia. Girard li chiama testi di persecuzione. La somiglianza con gli untori milanesi è evidente: peste, veleno, colpevoli inventati, folla che reclama giustizia.
Perché noi riusciamo a leggere Machaut dalla parte delle vittime? Secondo Girard, perché abbiamo alle spalle i Vangeli. La Passione racconta lo stesso schema di tutti i miti: una folla, un’accusa, un’esecuzione collettiva. Ma la racconta dal punto di vista della vittima, e dichiara la vittima innocente. È questo, per Girard, il contenuto rivelato del cristianesimo: le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, cioè il linciaggio su cui le culture si fondano.
Torniamo a Manzoni. Un uomo che teme la folla fino a stare male, che vede una folla uccidere un uomo sotto casa, e che proprio tra il 1814 e il 1815 lavora all’inno sacro La Passione. Un uomo che ha ritrovato una fede il cui centro è un innocente messo a morte da una folla. Non dico che Manzoni avesse in mente la teoria di Girard: sarebbe un anacronismo. Propongo un’analogia, e la dichiaro come tale. Manzoni sembra aver colto dall’interno, attraverso la propria paura, ciò che Girard avrebbe formulato più di un secolo dopo. E la Colonna infame è esattamente quello che Girard chiede a un testo cristiano: un processo per untori raccontato dalla parte degli untori.
La teoria di Girard illumina anche l’episodio di San Rocco, e in particolare il passaggio dal panico alla conversione. Nella calca Manzoni si scopre solo, separato, esposto: per un istante occupa il posto di chi la folla può travolgere. Fugge in una chiesa, e al centro di ogni chiesa c’è un crocifisso, cioè un innocente messo a morte da una folla. Il Dio a cui chiede di rivelarsi è il Dio che sta dalla parte della vittima. Letta così, la conversione non è una fuga dalla paura nella consolazione. È il riconoscimento che quella paura aveva visto giusto, e che esiste un punto di vista da cui la vittima non è colpevole.
E il clinico? L’agorafobia come paura sociale
Torno al mio mestiere. Il modello cognitivo del panico, nella versione classica di David Clark, descrive un circolo preciso. Una sensazione corporea, per esempio il cuore che accelera, viene interpretata in modo catastrofico: sto per avere un infarto, sto per svenire, sto impazzendo. L’interpretazione aumenta l’ansia, l’ansia aumenta le sensazioni, e il circolo si chiude in un attacco. L’agorafobia nasce dall’evitamento dei luoghi dove un attacco sarebbe più difficile da gestire.
È un modello che funziona e che ha dato origine a trattamenti efficaci. Facciamo attenzione, però, a cosa lascia in ombra. Nel modello la catastrofe è soprattutto interna: il corpo che cede, la mente che si perde. La folla è uno sfondo, non un attore.
Manzoni suggerisce di guardare anche l’altro lato. Molti pazienti affetto da disturbi di panico, se li si ascolta, non temono solo di stare male in mezzo alla gente. Temono di essere visti stare male, di diventare ridicoli, di essere esposti e giudicati. In certi casi temono qualcosa di più oscuro: che il gruppo, di fronte a chi crolla, si volti contro di lui. Non ho dati per dire quanto sia frequente. Ma credo valga la pena chiederlo, in seduta: che cosa farebbe la folla, se lei stesse male? Ricordo che un paziente effettivamente mi rispose che il suo timore finale era di essere aggredito dai passanti dopo essere svenuto per l’attacco di panico. La risposta può cambiare il modo in cui costruiamo le esposizioni e lavoriamo sulle credenze.
Una paura che vede giusto
Riassumo il filo. A San Rocco Manzoni ha paura della folla senza sapere bene perché, e trova rifugio in una chiesa. A piazza San Fedele scopre che cosa una folla può fare a un uomo, e non lo ferma. Nei romanzi e nella Colonna infame passa il resto della vita a raccontare quella violenza dalla parte di chi la subisce.
C’è un’idea che mi sembra utile anche fuori dalla storia letteraria. Una paura può essere sproporzionata nel momento in cui si presenta e insieme vedere qualcosa di vero. L’agorafobia di Manzoni era una sofferenza, e andrebbe trattata come tale. Ma forse era anche una forma di lucidità: la percezione, nel corpo, di un pericolo che la nostra cultura preferisce dimenticare. Girard direbbe che quel pericolo è all’origine di tutte le culture. Manzoni, a modo suo, lo aveva già sentito.