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«Non trovo mai quello giusto»: la caccia alle red flag e il paradosso della prima impressione

Red flag, aspettative e nuove etichette psicologiche: perché conoscere un partner sembra sempre più un processo di selezione?

Di Manuel Marco Mancini

Pubblicato il 06 Nov. 2026

Dating e selezione del partner: quando il primo appuntamento diventa un colloquio di lavoro

«Dottore, non trovo mai quello giusto. Non ci sono più persone degne, all’altezza, persone con cui costruire qualcosa.»

È una delle frasi che sento più spesso nel mio studio. Quello che è cambiato, negli ultimi anni, è il vocabolario con cui viene pronunciata. Chi la dice oggi maneggia termini quasi tecnici: love bombing, gaslighting, «attaccamento evitante». C’è chi arriva a dirmi: «ho fatto lo screening». Ed è un fenomeno che osservo, in forme diverse, negli uomini come nelle donne: spesso al primo appuntamento non ci si presenta più per scoprire l’altro, ci si presenta per esaminarlo: il primo appuntamento sembra diventato un colloquio di lavoro.

Maria e il comitato

Maria — un caso di fantasia – ha trentaquattro anni e un lavoro in cui analizza dati. Valutare rischi è il suo mestiere, e per deformazione professionale lo è diventato anche il suo modo di incontrare. Al primo appuntamento arriva con una checklist mentale. Non cerca le affinità, non cerca le cose in comune: cerca le red flag. L’incontro con l’altro non è un momento di piacere ma l’ennesima situazione in cui bisogna stare molto attenti.

Il controllo non finisce quando l’appuntamento finisce. Maria vaglia i messaggi virgola per virgola, e ha un gruppo di amiche e amici in cui incolla gli screenshot delle conversazioni per avere il parere collettivo. Un comitato di valutazione. Il gruppo ha perfino un format predefinito per — parole sue, dette sorridendo — «esonerare il tipo»: «Grazie per l’appuntamento, sono stata bene, ma sento che siamo diversi e non ho intenzione di proseguire questa conoscenza.» Le partecipanti lo usano con piccole variazioni. Il rifiuto, industrializzato.

Da me Maria è arrivata con una richiesta precisa: insegnarle a riconoscere le red flag giuste. Non a controllare di meno — a controllare meglio.

Da dove nasce un radar

Prima di sorridere di Maria, bisogna sapere da dove viene il suo radar. Qualche anno fa aveva incontrato un uomo brillante, colto, dinamico. Premuroso e complice nei primi mesi, comprensivo, indipendente. Si era affidata a quella che chiamava scherzosamente la sua «valutazione del rischio», e lui aveva superato ogni prova: nessuna red flag. Poi un giorno lui va a fare la doccia, sul telefono arriva una notifica, e si apre il vaso di Pandora: non solo un’altra relazione. Era sposato.

Maria ne uscì con una domanda che la ossessionava: «Com’è possibile? Ero stata attenta a ogni segnale». La domanda giusta però è un’altra: era possibile accorgersene?

Quello che l’esame non può vedere

Su questo ci sono dati solidi, e vanno in una direzione controintuitiva. In uno studio ormai classico, Paulhus (1998) ha seguito piccoli gruppi di sconosciuti lungo una serie di incontri: le persone con tratti di autoesaltazione, alla prima riunione, facevano un’impressione migliore degli altri — più simpatiche, più competenti, più equilibrate. Solo dopo settimane di frequentazione la valutazione si rovesciava. Leckelt e colleghi (2015) hanno replicato il risultato su oltre trecento persone, documentando anche i comportamenti che producono il declino.

Tradotto nella vita di Maria: il radar al primo appuntamento è cieco per costruzione. Non perché lei fosse distratta — perché il segnale che cercava, in quel momento, non esiste ancora. Chi si autoesalta brilla, all’inizio. L’esame più severo del mondo non può misurare un comportamento che si manifesta alla settima settimana. Il suo radar è nato esattamente nel punto in cui un radar non può funzionare.

Sia chiaro: la prudenza è sana, e dopo una storia come la sua è anche doverosa. Ciò che non funziona non è la cautela — è l’esame sistematico al primo incontro, che pretende di misurare un comportamento dove non c’è ancora niente da misurare.

C’è poi il rovescio, meno visibile e altrettanto costoso: i falsi positivi. Mentre le red flag «vere» passano l’esame, a farne le spese sono i segnali innocui — la risposta goffa, il messaggio arrivato tardi, la timidezza. Haslam (2016) ha documentato come i concetti di abuso e trauma si siano progressivamente espansi fino a includere fenomeni sempre più lievi: è il concept creep, e il vocabolario da studio televisivo che sento nel mio studio ne è il sintomo quotidiano. Si patologizza l’attrito normale tra persone. E intanto il disturbo narcisistico di personalità — l’etichetta che sento più spesso — nei campioni non clinici ha una prevalenza media intorno all’1%, con stime che arrivano al 6% a seconda dei criteri e della finestra temporale considerata (Dhawan et al., 2010): l’etichetta circola molto più del disturbo.

Lo specchio

Qui il discorso si fa scomodo, e in seduta l’ho fatto con Maria nel modo più semplice possibile. Le ho chiesto: «A te non darebbe fastidio se qualcuno, al primo appuntamento, invece di ascoltarti e cercare le affinità fosse sintonizzato soltanto sulle tue eventuali red flag?»

Pausa. Lunga.

Perché la domanda vera è questa: che differenza c’è tra chi si siede al tavolo pretendendo che l’altro superi l’esame — «devo avere ciò che merito, quindi vigilo» — e il «tossico» da cui dice di volersi difendere? Il senso di entitlement, la pretesa di avere diritto a un trattamento speciale, predice approcci egoistici alle relazioni sentimentali (Campbell et al., 2004); e sentirsi vittima di un torto aumenta l’entitlement e il comportamento egoistico successivo (Zitek et al., 2010). La vigilanza nata da una ferita rischia di produrre, per un’altra via, la stessa indisponibilità all’altro da cui vorrebbe proteggere.

Ora immaginiamo l’incontro tra Maria e un uomo che fa esattamente ciò che fa lei: due persone spaventate che si esaminano a vicenda. La paura del rifiuto è di entrambi, non di uno solo. Se uno conduce un colloquio di lavoro e l’altro cerca di fare bella figura, non può funzionare — e quando entrambi conducono il colloquio, difficilmente comincia.

Il conto del muro

Nel frattempo, il controllo di Maria era diventato un percorso a ostacoli che nessuno superava più — nemmeno chi arrivava con perfetta buona fede. Le storie si chiudevano al primo segnale ambiguo, il format del gruppo faceva il resto.

Il muro, tenuto su abbastanza a lungo, non seleziona: isola. E sull’isolamento il conto non è sentimentale — è sanitario. La meta-analisi di Holt-Lunstad e colleghi (2010), su oltre 300.000 persone, associa le relazioni sociali più solide a un aumento di circa il 50% della probabilità di sopravvivenza, con un effetto paragonabile ai fattori di rischio classici; il lavoro successivo (Holt-Lunstad et al., 2015) quantifica il costo dell’isolamento oggettivo e della solitudine percepita. Per un animale sociale come noi, la solitudine non è la zona sicura. È il rischio.

Cosa è successo in seduta?

Con Maria non ho discusso la sua strategia: le ho chiesto di dimostrarla. Il compito, da lì alla seduta successiva, era scrivere un elenco che provasse in maniera inequivocabile che il suo controllo funzionava. Lei era sicura di sé: le argomentazioni le avrebbe trovate.

Alla seduta successiva l’elenco diceva un’altra cosa. Alla voce benefici, quasi niente: l’ipercontrollo non l’aveva protetta quando contava — l’uomo sposato aveva superato ogni prova — e non le aveva portato nessuna relazione. Alla voce costi: anni, occasioni, e una versione di sé sempre più indisponibile e scostante. Non gliel’ho dovuto dire io. L’aveva scritto lei.

Da lì il lavoro è stato rovesciare la tentata soluzione: il controllo, nato per non soffrire più, era diventato esattamente ciò che le impediva di trovare quello che cercava. Gliel’ho detto con un’immagine: creare un muro significa isolarsi. Nella vita conviene creare porte, perché le porte si possono aprire e chiudere in base a chi si ha davanti. Il muro non dà scelta: col muro restano fuori tutti. E Maria, dietro quel muro, si sentiva così — completamente fuori.

Il passo prescritto è stato piccolo: mollare un po’ il controllo, e dare una possibilità anche a chi non brillava come aveva brillato il suo bluff.

La sigaretta

Dopo qualche seduta intensa, Maria mi ha raccontato sorridendo di un ragazzo che si era fatto avanti con la più banale delle scuse: le aveva offerto una sigaretta. E le mani gli tremavano, leggermente.

Un tempo l’avrebbe archiviato in un secondo: red flag, «un povero insicuro». Poi ci ha pensato meglio: «Questa reazione mi sta dicendo che è spaventato perché ci tiene — tiene a fare bella figura con me. Tutto sommato, non è un brutto requisito».

Stessa mano che trema. Due letture. Nella prima è un difetto da schedare; nella seconda è una persona vera, con la normale paura di non piacere. Ciò che è cambiato non è il segnale: è la posizione di chi guarda — dall’esaminatrice a qualcuno che ha riaperto una porta.

Chi è la persona giusta?

Me lo chiedono spesso, in studio: qual è il prototipo della persona giusta? La psicologia dell’attaccamento una risposta la offre da tempo: nell’amore adulto il partner funziona come figura di attaccamento (Hazan & Shaver, 1987). E nella teoria dell’attaccamento, da Bowlby in poi, il «porto sicuro» — la persona che si cerca nel momento del bisogno — è terminologia tecnica, non una metafora romantica.

E per quello che vedo io, dopo migliaia di ore di studio — lo dico come clinico, non come dato di letteratura: dal mio punto di vista la persona giusta non è quella che supera l’esame. È quella che resta nel momento di massimo bisogno, che non scappa davanti alla nostra ombra, che non giudica. Quando la incontrate, non servirà nessuno screening: la persona giusta non supera l’esame. Lo fa dimenticare.

Riferimenti Bibliografici
  • Campbell, W. K., Bonacci, A. M., Shelton, J., Exline, J. J., & Bushman, B. J. (2004). Psychological entitlement: Interpersonal consequences and validation of a self-report measure. Journal of Personality Assessment, 83(1), 29-45. 
  • Dhawan, N., Kunik, M. E., Oldham, J., & Coverdale, J. (2010). Prevalence and treatment of narcissistic personality disorder in the community: a systematic review. Comprehensive Psychiatry, 51(4), 333-339. 
  • Haslam, N. (2016). Concept creep: Psychology’s expanding concepts of harm and pathology. Psychological Inquiry, 27(1), 1-17. 
  • Hazan, C., & Shaver, P. (1987). Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of Personality and Social Psychology, 52(3), 511-524. 
  • Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., & Layton, J. B. (2010). Social relationships and mortality risk: a meta-analytic review. PLoS Medicine, 7(7), e1000316. 
  • Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., Baker, M., Harris, T., & Stephenson, D. (2015). Loneliness and social isolation as risk factors for mortality: a meta-analytic review. Perspectives on Psychological Science, 10(2), 227-237. 
  • Leckelt, M., Küfner, A. C. P., Nestler, S., & Back, M. D. (2015). Behavioral processes underlying the decline of narcissists’ popularity over time. Journal of Personality and Social Psychology, 109(5), 856-871. 
  • Paulhus, D. L. (1998). Interpersonal and intrapsychic adaptiveness of trait self-enhancement: A mixed blessing? Journal of Personality and Social Psychology, 74(5), 1197-1208. 
  • Zitek, E. M., Jordan, A. H., Monin, B., & Leach, F. R. (2010). Victim entitlement to behave selfishly. Journal of Personality and Social Psychology, 98(2), 245-255. 
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