Il linguaggio come azione: la teoria degli atti linguistici
Nel suo “Come fare cose con le parole”, il filosofo John Langshaw Austin, illustra la c.d. “Teoria degli atti linguistici”.
Secondo tale teoria, una frase, una proposizione o un enunciato, possono suddividersi in tre atti (Austin, 1955) (Bianchi, 2021):
- atto locutorio, che equivale a pronunciare una certa frase con un certo significato. Corrisponde agli aspetti fonetici, sintattici e semantici dell’enunciato;
- atto illocutorio, che può consistere nell’informare, avvertire, ordinare. E’ l’azione compiuta proferendo quell’enunciato;
- atto perlocutorio, vale a dire ciò che otteniamo o riusciamo a fare col dire qualcosa: sono gli effetti extralinguistici provocati, intenzionalmente o meno, dal compimento dell’atto illocutorio.
Ciò significa che, quando diciamo qualcosa, non stiamo solo “dicendo” ma, a seconda delle ipotesi, stiamo “facendo” qualcosa. L’atto illocutorio produce delle conseguenze. Ad esempio, nell’ipotesi in cui un Tribunale pronunci un verdetto in una causa penale, si ha, in primo luogo, l’assoluzione o la condanna dell’imputato. Si ha quindi un effetto performativo: dichiarando l’assoluzione o la condanna il Tribunale “ha fatto cose”. All’atto illocutorio segue l’atto perlocutorio, che produce delle conseguenze nel mondo reale.
Può però anche accadere che vi siano conseguenze non volute. Tornando all’esempio del Tribunale, effetti non desiderati possono essere il turbamento e/o la soddisfazione – conseguente alla sentenza – dei soggetti interessati. In ogni caso, sia gli effetti voluti, sia quelli non voluti, derivano dall’atto illocutorio del pronunciamento della sentenza.
Siamo dunque nella c.d. “dimensione performativa del linguaggio”. Il proferimento di un enunciato costituisce esso stesso l’esecuzione di un’azione (Austin). Possiamo pertanto assolvere, computare, preventivare, stimare, valutare, nominare, perdonare, chiedere, promettere, garantire, scommettere, affermare, correggere, definire, formulare (Austin, 1955) semplicemente parlando. Il “dire” è già un “fare” (Austin classifica a pag. 143, – anche se con poca soddisfazione! – i verbi performativi in cinque categorie: verdettivi, esercitivi, commissivi, comportativi, espositivi).
Il potere delle parole
Abbiamo quindi un grande potere: noi possiamo “fare cose” con le parole; possiamo influenzare il mondo reale semplicemente parlando. Quanto detto risulta vero, peraltro, sempreché vengano rispettate le c.d. “condizioni di felicità” (Austin, 1955). Si parla di felicità dell’enunciato performativo quando vengono rispettate talune condizioni affinché l’enunciato medesimo produca i suoi effetti. Ritornando all’esempio del Tribunale, pertanto, le condizioni di felicità sono verificate quando chi ha pronunciato la sentenza era legittimato a farlo, sono state rispettate le regole del codice di procedura penale e così via.
Si possono però avere casi in cui gli enunciati proferiti da persone che – pur avendo il diritto di esprimersi – vengano volutamente modificati: si parla in questo caso di “ingiustizia discorsiva”.
Chiamiamo ingiustizia discorsiva un particolare fenomeno comunicativo, in base al quale “l’appartenenza a un gruppo sociale oppresso sembra distorcere e a volte annullare la possibilità di agire efficacemente nel mondo sociale” (Bianchi, 2021).
Tale fenomeno si muove lungo un continuum che va dai casi di distorsione fino all’ipotesi estrema di riduzione al silenzio (Bianchi, 2021). La differenza è abbastanza intuitiva.
Nel caso di distorsione, l’appartenente a un gruppo sociale discriminato si ritrova ad aver fatto “cose diverse” rispetto alla situazione in cui le medesime parole sarebbero state pronunciate da un appartenente ad un gruppo sociale privilegiato. Le parole vengono volutamente travisate, private di valore, minimizzate, indebolite, alterate, falsate, stravolte.
Nell’ipotesi di riduzione al silenzio la distorsione viene portata fino alle estreme conseguenze: il valore delle parole viene totalmente annullato. Il parlante – facente parte di un gruppo discriminato – viene impossibilitato a fare alcunché. Le sue parole non vengono solo indebolite, ma sono completamente annullate.
Un esempio letterario di ingiustizia discorsiva, che diventa una (quasi) riduzione al silenzio si rinviene nell’immortale “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen (Austen, 1813).
Nel romanzo, la protagonista Elizabeth Bennet, riceve la proposta di matrimonio del cugino Signor Collins. Elizabeth rifiuta la proposta, educatamente ma fermamente. Il Signor Collins, però afferma che la mancata accettazione deriverebbe da una presunta usanza delle “donne eleganti” che, pur volendo accettare la proposta, la rifiuterebbero per convenzione e civetteria. Elizabeth rinnova il rifiuto. Il Signor Collins – a sua volta – rinnova la sua interpretazione delle parole di Elizabeth, esprimendo la speranza che in una successiva occasione la sua proposta possa essere accettata. Elizabeth, esasperata dall’insistenza del cugino, decide a quel punto di interrompere ogni discussione, certa che un rifiuto opposto dal padre di lei non potrà essere scambiato per civetteria.
Si possono inoltre avere ipotesi in cui il potere performativo del linguaggio venga usato in maniera distorta, per creare barriere, erigere muri o compiere atti di esclusione: è il c.d. “uso denigratorio del linguaggio”.
L’uso denigratorio del linguaggio
Avete presente quando si dice che “ne ferisce più la lingua che la spada “?
Potrà sembrare una frase fatta (e in effetti lo è!), ma possiamo fondatamente affermare che il detto riassume tutto quanto esposto sin ad ora.
Nasciamo tutti con la possibilità di parlare, che ci permette di “fare cose”. Dobbiamo quindi usare tale possibilità in maniera cosciente e razionale. Troppo spesso assistiamo – specialmente in ambito politico – a episodi di incontinenza verbale, con leader di partito, presidenti del consiglio, ministri, vice-ministri, sottosegretari e vari soggetti che esprimono le loro “opinioni” con intemperanze verbali ed un utilizzo denigratorio del linguaggio.
Siamo pertanto nell’ambito dei c.d. “discorsi d’odio” (Bianchi, 2021) nei quali vengono usate “forme espressive ritenute in grado, di volta in volta, di provocare danno a membri della società già oggetto di discriminazione” (Bianchi, 2021).
Tali discorsi vengono spesso compiuti anche utilizzando epiteti denigratori, vale a dire “espressioni che comunicano derisione, disprezzo o odio verso gruppi sociali – e verso individui in virtù della sola appartenenza a un certo gruppo sociale” (Bianchi, 2021). Classici esempi, purtroppo da noi ben conosciuti, sono le parole “frocio” e “negro” (li mettiamo tra virgolette per disinnescare il loro contenuto denigratorio).
L’uso corretto del linguaggio
Abbiamo quindi tutti una grande responsabilità. Quello che viene detto non consiste solo in qualcosa di “detto”, ma anche in qualcosa di “fatto”, pertanto dobbiamo fare attenzione a quello che diciamo perché spesso “dire” è anche un “fare”.
Tale responsabilità diventa tanto più grande, quanto più chi proferisce l’enunciato è una persona esposta mediaticamente, politicamente, o in entrambi i modi. Particolarmente importante è la responsabilità dei politici, che in questi periodi sembrano essersi dimenticati della loro influenza. Sempre più i discorsi politici vengono pronunciati in una dimensione fortemente polarizzante, dove il confronto tra i vari protagonisti è totalmente inesistente. Tutto ciò non è però a costo zero. Il proferimento di discorsi polarizzati e polarizzanti sposta i limiti della discussione.
Come ci dice Claudia Bianchi (Bianchi, 2021) “ciò che diciamo cambia i limiti di ciò che può essere detto, sposta un po’ più in là i confini di ciò che viene considerato normale, scontato, legittimo”. Se prima dire “1” era normale, nel momento in cui il normale è “2”, poco ci vuole che il normale diventi “3”; da lì a “4” il passaggio è breve. Se nel discorso politico le frasi violente non vengono messe in discussione, sono implicitamente legittimate.
Ed è sicuramente quello a cui stiamo assistendo in questi ultimi periodi: gli attori politici “attaccano” letteralmente l’avversario, i toni sono aspri. Non vi è alcuna apertura al dialogo, né rispetto per la controparte.
Questa mancanza di attenzione a ciò che viene detto influenza però anche ciò che viene fatto: ci abituiamo alla “mancanza di attenzione sulle parole, che rende più accettabile la mancanza di vigilanza sulle azioni” (Bianchi, 2021).
E l’odio non risolve nessun problema. Come disse Martin Luther King: “Con la violenza puoi uccidere colui che stai odiando, ma non uccidi l’odio. La violenza aumenta l’odio e nient’altro”.
La responsabilità delle parole
Quali conclusioni possiamo trarre da queste nostre riflessioni? Siamo nati tutti con il dono della parola, nessuno però ci ha insegnato ad usarla seriamente. Tutti abbiamo frequentato una qualche scuola dove abbiamo studiato – chi più chi meno – grammatica e letteratura. Abbiamo dunque integrato la nostra formazione nel linguaggio in una modalità più formale e strutturata, rispetto all’apprendimento – come diceva Dante – attraverso la nostra balia. Nessuno ci ha però mai fatto notare quanto le parole possano essere potenti. Quanto detto sia in senso positivo, ma – pericolo più grande – anche in senso negativo.
Abbiamo dunque una rilevante responsabilità, che diventa – come detto in precedenza – tanto più grande quanto più siamo esposti politicamente e/o mediaticamente. Con le parole “facciamo cose”; ciò significa che dobbiamo usare le parole con cautela e renderci conto dei loro effetti nel mondo reale.