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Detenzione e salute mentale: quando i limiti strutturali prevalgono sulla cura

La tutela della salute mentale nelle carceri è ancora segnata da difficoltà assistenziali e limiti nella presa in carico terapeutica delle REMS

Di Elisa Scaringi

Pubblicato il 16 Lug. 2026

Le criticità della salute mentale in carcere

La tutela della salute mentale rappresenta una delle principali criticità del nostro sistema penitenziario, segnato da logiche custodiali e non da reali opportunità di cura, come afferma il XXII Rapporto dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia nel 2025. L’ipermedicalizzazione sembra essere uno dei dati più allarmanti dell’osservatorio di quest’anno: i detenuti che assumono regolarmente farmaci sono suddivisi fra il 21,1% (stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi) e il 46,5% (sedativi o ipnotici), nonostante le diagnosi psichiatriche gravi siano scese di tre punti percentuali dal 12,6% del 2024. Ciò può essere ricondotto, almeno in parte, alla carenza di professionisti destinati alla cura della popolazione carceraria: rispetto all’anno precedente, nel 2025 le ore di presenza settimanale di uno psicologo sono scese da 20,6 a 15,9 ogni 100 detenuti, rispetto a un lieve aumento per gli psichiatri, le cui ore sono passate da 6,7 a 7,2. A ciò si aggiunge la problematica degli spazi destinati alla presa in carico delle persone con disagio psichico, spesso confinate in zone di isolamento informale per far fronte alla convivenza problematica e a volte ingestibile nelle sezioni carcerarie ordinarie.

Le REMS tra finalità terapeutica e funzione custodiale

Le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), seppur istituite più di dieci anni fa con la Legge 81/2014 per il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, non rappresentano ancora un luogo certo e garantito di cura: sono infatti concepite come una misura eccezionale e residuale rispetto al sistema, dove il contenimento prevale sulla gestione terapeutica del disagio mentale. In Italia vi sono attualmente 31 REMS, con una capienza di circa 709 posti, nonostante ad aprile 2026 siano state rilevate 872 persone in lista d’attesa, con un rischio molto elevato di transistituzionalizzazione dei soggetti spostati fra il carcere e le REMS secondo una logica di carattere esclusivamente custodiale. Facendo riferimento al tasso di occupazione nel 2025 (609 pazienti rispetto ai posti letto totali), la popolazione straniera è cresciuta del 90% in cinque anni, passando da 79 a 149 persone – quindi il 25% della popolazione totale, dato che segna un mutamento profondo nella composizione dell’utenza. Questo dato è spiegabile con la difficoltà di accesso alla rete sociale di supporto al disagio psichico. Da un lato, le barriere linguistiche rendono difficile più la diagnosi, dall’altro la mancanza di una rete capillare di servizi territoriali limita la capacità di intercettare precocemente il bisogno psichiatrico. A ciò si aggiunge l’assenza di un supporto familiare, che rende più complessa l’attivazione di misure alternative al ricovero. Tutti questi fattori rischiano di trasformare le REMS in strutture con una funzione di accentramento detentivo: un’opera incompiuta che evidenzia il mancato dialogo fra l’autorità giudiziaria e i servizi territoriali, confermando la persistente difficoltà di costruire percorsi terapeutici realmente integrati.

Riferimenti Bibliografici
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