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I doni celati negli incubi (2026) di Laura Belloni Sonzogni e Giorgio Rezzonico – Recensione

Il libro I doni celati negli incubi (2026) esplora gli incubi come strumenti di conoscenza e di elaborazione dell'esperienza emotiva

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 16 Giu. 2026

I doni celati negli incubi (2026): una prospettiva post-razionalista sulle emozioni

Questa nuova pubblicazione di Belloni Sonzogni e Rezzonico, I doni celati negli incubi (2026),  si inserisce in modo coerente nella traiettoria intellettuale che Giorgio Rezzonico ha percorso a partire dalla scuola post-razionalista fondata da Vittorio Guidano. Quella tradizione aveva già compiuto un passo decisivo rispetto al modello iniziale del paradigma cognitivo: le emozioni non sono errori cognitivi da correggere ma segnali che precedono e informano la cognizione. Rezzonico ha radicalizzato ulteriormente questa posizione, sostenendo che la distinzione stessa tra un soggetto che controlla e un’emozione controllata è un artefatto del razionalismo. L’emozione non è un oggetto personale da gestire: è una dimensione che attraversa il soggetto e lo costituisce, intersoggettiva prima di essere personale, incarnata nel corpo prima di essere rappresentata, culturalmente costruita — attraverso quello che Barrett chiama granularità emozionale — prima di essere individualmente vissuta. Il percorso terapeutico, in questa cornice, non consiste nel correggere le emozioni né semplicemente nel narrarle meglio, come voleva l’ermeneutica guidaniana, ma nell’ampliare la capacità di abitarle con consapevolezza. I doni celati negli incubi applica questi principi al caso limite per eccellenza: l’esperienza emotiva notturna, sottratta per definizione al controllo volontario.

La struttura del libro

Che cosa succederebbe se smettessimo di voler eliminare gli incubi? Se invece di cercare il modo per silenziare quello scenario notturno in cui veniamo inseguiti, paralizzati, travolti da qualcosa di incontrollabile, cominciassimo a chiederci cosa ha voluto costruire la nostra mente nell’oscurità? Questa domanda è al cuore del volume I doni celati negli incubi (2026) curato da Laura Belloni Sonzogni e Giorgio Rezzonico. Il libro raccoglie contributi di neuroscienziati, psicoterapeuti e ricercatori in un’impresa non facile: convincere il lettore che gli incubi, oltre a farci del male, possono farci del bene.

Il titolo non è una provocazione retorica. Gli autori lo sostengono seriamente, con argomenti che spaziano dall’antropologia comparata alle neuroscienze del sonno, dalla psicoterapia cognitivo-costruttivista alla clinica con donne sopravvissute a violenza di genere. Il filo conduttore è che la società occidentale ha sviluppato una relazione di evitamento con qualsiasi esperienza interna perturbante, e che questo evitamento ha un costo. Non perché la sofferenza abbia un valore in sé, ma perché l’incubo è un prodotto dell’intelligenza emotiva della mente: un generatore di significati che, se esplorato con curiosità invece di essere spento con urgenza, può aprire scenari altrimenti inaccessibili.

I capitoli di apertura costruiscono le fondamenta. Belloni Sonzogni e Rezzonico introducono la metafora del “portale onirico”: l’incubo come varco verso il mondo interno. Non è un’immagine mistica — è un modo per dire che i sogni, compresi quelli angoscianti, riflettono l’organizzazione di significato personale di chi sogna, e che questa riflessione, se accolta invece che respinta, diventa informazione clinicamente preziosa. La metafora è coerente con la posizione teorica di fondo: così come le emozioni diurne non possono essere spente dall’alto, l’incubo non può essere semplicemente disinnescato senza perdere il segnale che porta. Segue un denso excursus antropologico: dall’incubazione onirica mesopotamica alle pratiche sciamaniche degli Ojibwe, dai demoni medievali alle figure del folclore giapponese e africano. La conclusione più rilevante di questa rassegna non è erudita ma clinica: in molte culture del mondo l’incubo non è un errore del sonno ma una forma di conoscenza. Solo la modernità occidentale l’ha trasformato in pura patologia da estinguere.

I capitoli di Gorgoni e Scarpelli sulle neuroscienze del sonno sono i più tecnici del volume, ma ben integrati nel progetto complessivo. Gli autori descrivono la relazione tra sonno REM e attività onirica, le basi neurali del ricordo dei sogni, il modello NM-AND di Levin e Nielsen sul malfunzionamento emotivo all’origine degli incubi, la teoria della simulazione della minaccia di Revonsuo. Quest’ultima merita attenzione: l’incubo, in questa prospettiva evoluzionista, non è un fallimento del sistema onirico ma il suo esercizio — la mente che simula pericoli per prepararci ad affrontarli. Quando il sistema non funziona — incubi ricorrenti, PTSD — la simulazione non porta alla padronanza ma rimane bloccata. La risposta terapeutica non è la soppressione: è aiutare il processo a completarsi, a trovare un esito narrativo che il sogno da solo non è riuscito a costruire.

Il capitolo di Rezzonico e Belloni Sonzogni sull’analisi del sogno in psicoterapia cognitivo-costruttivista è forse il più utile per il clinico. Vi si distingue con precisione tra sogno sognato, sogno ricordato e sogno narrato — tre eventi distinti, condizionati da fattori diversi e portatori di significati diversi. La procedura proposta (titolo del sogno, inchiesta, associazioni, interpretazione co-costruita) si inscrive nel “laboratorio onirico” di cui Rezzonico parla da decenni: il sogno non come testo da decodificare attraverso una griglia simbolica esterna, ma come materiale narrativo la cui semanticità emerge nell’incontro tra il sognatore e il terapeuta. È una posizione epistemologicamente radicale — il terapeuta non detiene la chiave del sogno, la co-costruisce — e coerente con il principio che nessun soggetto possa osservare le proprie emozioni dall’esterno, come un ingegnere che ispeziona un circuito guasto. I casi di Carla e Caterina mostrano come questa postura permetta emergenze che un approccio più direttivo avrebbe probabilmente impedito.

Il capitolo di Belloni Sonzogni, Mura e Rezzonico sulle tecniche immaginative e sui sogni lucidi offre la cassetta degli attrezzi più completa del volume. L’IRT (Imagery Rehearsal Therapy) e la terapia con i sogni lucidi vengono presentate con equilibrio, accompagnate da evidenze empiriche e avvertenze metodologiche. La proposta degli autori non è di indurre la lucidità come tecnica autonoma ma di usarla come cornice per l’esplorazione curiosa dell’incubo. Particolarmente istruttiva è la coppia di interventi a confronto: la Terapeuta A che rassicura e riconduce razionalmente alla realtà, e la Terapeuta B che invita a restare nell’incubo e fidarsi della propria immaginazione. La differenza tra le due posture è quella che distingue il tentativo di controllare un’emozione dall’abitarla con consapevolezza — la stessa differenza che Rezzonico pone al centro del suo modello clinico.

Due capitoli estendono l’orizzonte al di là della pratica clinica individuale. Il capitolo di Scarpelli e Gorgoni sulla pandemia da Covid-19 documenta l’incremento significativo di incubi, vividezza onirica e contenuti negativi durante il lockdown, correlato con livelli di distress psicologico e isolamento sociale. L’attività onirica diventa qui un indicatore epidemiologico — uno specchio della sofferenza collettiva misurabile e quantificabile. Il capitolo conclusivo di Belloni Sonzogni e Conte descrive il “Nightmare Lab”, un intervento gruppale con donne sopravvissute a violenza di genere, in cui il lavoro sugli incubi diventa un percorso di ricostruzione dell’identità e di co-regolazione emotiva. Le testimonianze delle partecipanti, citate direttamente nel testo, portano nel volume una voce che nessuna teoria da sola potrebbe avere.

I doni celati negli incubi (2026): abitare l’emozione invece di controllarla

Il volume I doni celati negli incubi (2026) apre alcune direzioni di lavoro che potranno essere sviluppate in contributi futuri. La tensione tra l’analisi neuropsicologica degli incubi e la loro reinterpretazione in chiave di risorsa è un passaggio che merita ulteriore elaborazione argomento per argomento: la fiducia nella complessità della mente è un punto di forza del modello, ma la sua traduzione clinica potrà beneficiare di una giustificazione più sistematica. Alcune proposte sulle tecniche espressive — pittoriche, sartoriali, drammaturgiche — aprono filoni interessanti che richiederebbero indicazioni più precise sui training necessari e sui contesti di applicazione. Il capitolo sul mondo onirico perinatale, ricco di letteratura internazionale, costituisce una base da cui sviluppare implicazioni terapeutiche concrete che qui rimangono in parte aperte.

Resta il fatto che I doni celati negli incubi (2026) è un libro coerente con le sue premesse teoriche fino in fondo. Se le emozioni non sono oggetti personali da gestire ma dimensioni che attraversano il soggetto e lo costituiscono, allora l’incubo — questa forma estrema di emozione notturna, massimamente sottratta al controllo volontario — non può che essere lavorato nello stesso modo: con presenza, con rispetto per la sua opacità, con la pazienza di chi non sa in anticipo dove andrà a finire. Il volume non propone una tecnica per eliminare gli incubi. Propone una disposizione diversa nei loro confronti — e questa disposizione non è separabile dal modello più generale che Rezzonico ha sviluppato nel corso dei decenni: un modello in cui il lavoro clinico consiste non nel sostituire emozioni disfunzionali con emozioni funzionali, ma nell’ampliare la capacità di stare nell’esperienza emotiva senza doverla correggere.

Riferimenti Bibliografici
  • Belloni Sonzogni, L., & Rezzonico, G. (Eds.). (2026). I doni celati negli incubi. FrancoAngeli.
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