Omeostasi e dissonanza cognitiva: alla ricerca dell’equilibrio interno
Nel 1929 il fisiologo statunitense Walter Cannon utilizzò il termine “omeostasi” – fusione dei due vocaboli greci hómois (= simile, uguale) e stasis (= stato, stabilità) – per indicare la capacità degli esseri viventi di mantenere una stabilità interna compensando le variazioni provenienti dall’ambiente esterno.
Un esempio classico riguarda la temperatura corporea: quando il freddo invernale altera l’equilibrio termico, il corpo reagisce attivando risposte automatiche, come il tremore muscolare, che consentono di ristabilire la temperatura abituale.
Il concetto di omeostasi non si applica soltanto agli stati fisici, ma può essere esteso anche alla dimensione psicologica. Gli esseri umani sembrano infatti orientati a mantenere una certa coerenza interna tra pensieri, emozioni e comportamenti. Questa esigenza di congruenza funge da punto di riferimento per preservare un equilibrio mentale relativamente stabile, dunque un’omeostasi psicologica.
Quando tale equilibrio viene messo in discussione — ad esempio dalla compresenza di idee, convinzioni o azioni tra loro incoerenti — l’individuo sperimenta uno stato di disagio interiore. È in questo contesto che si colloca il fenomeno della dissonanza cognitiva, una condizione capace di minacciare l’omeostasi psicologica e di attivare strategie volte a ristabilire un senso di coerenza interna.
La dissonanza cognitiva: il paradigma della compiacenza indotta e le strategie di riduzione
Leon Festinger, psicologo e sociologo statunitense, nel 1957 sviluppò per la prima volta la Teoria della dissonanza cognitiva, imperniata sull’idea fondamentale che la compresenza di pensieri incongruenti e contraddittori cagioni un alto gradiente di disagio in chi li coltiva. Da qui la definizione di dissonanza cognitiva come di uno stato di disagio sperimentato quando agiamo incoerentemente con i nostri pensieri e le nostre opinioni, che aumenta quanto più la questione è rilevante per l’individuo e quanto maggiore è il numero di cognizioni incongruenti coinvolte.
Festinger realizzò nel 1959 uno degli esperimenti più famosi sulla dissonanza cognitiva, meglio conosciuto come paradigma della compiacenza indotta. Lo psicologo coinvolse 71 allievi dell’Università di Stanford e affidò loro il soporifero compito di ruotare una serie di pomelli geometrici in senso orario per circa mezz’ora. Al termine di questo compito noioso e ripetitivo gli studenti avrebbero dovuto aiutare il professore a segnalare a qualche altro studente incrociato nei corridoi che l’esperimento al quale stavano partecipando era molto interessante e divertente, e che occorrevano nuovi partecipanti.
Per ricompensare la partecipazione, Festinger suddivise gli studenti in tre gruppi: al primo diede un’importante somma di denaro per raccomandare l’esperimento a nuovi potenziali partecipanti; al secondo diede una piccolissima somma; e al terzo (il gruppo di controllo) non diede nulla, ma non chiese nemmeno loro di raccomandare l’esperimento.
Venne poi chiesto ai ragazzi di indicare su una scala da -5 (noioso) a +5 (divertente) quanto avevano effettivamente trovato divertente l’esperimento.
I risultati furono molto interessanti:
- Il gruppo di controllo, che non aveva ricevuto né denaro né la richiesta di raccomandare l’esperimento ad altri ragazzi mentendo sul fatto che fosse allettante, non sperimentò dissonanza cognitiva e infatti indicò di aver trovato la prova seccante (punteggio medio di -0,45).
- Il gruppo che aveva ricevuto la somma più alta di denaro esperì sì una dissonanza cognitiva, ma bassa, poiché fu in grado di legittimare il proprio comportamento bugiardo con il compenso monetario ricevuto.
- Il gruppo che aveva ricevuto una bassissima somma di denaro, invece, rimase turbato da un’alta dissonanza cognitiva, poiché una quantità così esigua di denaro non li autorizzava a mentire a nuovi potenziali partecipanti sulla loro reale considerazione dell’esperimento.
Tuttavia, tra questi ragazzi si osservò un atteggiamento piuttosto positivo nel giudicare l’esperimento, con una media di +1,35. In altre parole, per evitare di sentirsi in colpa per aver mentito ad altri compagni dicendo che l’esperimento era divertente, i partecipanti modificarono la loro percezione dello stesso, indicando di avere trovato il compito più piacevole di quanto fosse in realtà.
Alla luce di ciò, la dissonanza cognitiva potrebbe metaforicamente essere definita come “l’arte di auto-giustificarsi”, poiché ognuno di noi è spinto a giustificare le proprie decisioni per ridurre il più possibile il disagio generato da pensieri contrastanti. Non a caso, anche nella famosa favola di Esopo la volpe che non arriva all’uva appesa all’albero se ne va auto-convincendosi che il grappolo fosse poco appetibile, poiché la sua incapacità di procurarsi quanto desiderava rappresentava un affronto in conflitto con la sua autostima.
Secondo Leon Festinger, infatti, per ridurre lo stato di disagio e tensione interiore che si genera dalla presenza di cognizioni contrarie e contraddittore si può modificare il proprio comportamento affinché diventi congruente con il proprio modo di pensare, oppure, al contrario, si possono cambiare le proprie convinzioni pregresse affinché siano allineate e congruenti al comportamento. In altri termini, tendiamo a giustificare il nostro comportamento dopo aver preso una qualche decisione per sentirci il più possibile coerenti con noi stessi. Queste due strategie complementari volte a contrastare e ridurre la dissonanza cognitiva possono essere automatiche e implicite, e spesso non implicano un controllo cosciente da parte del soggetto in questione.
Integrazioni e contributi successivi sulla teoria della dissonanza cognitiva
Oltre a Leon Festinger, diversi altri studiosi contribuirono alla ricerca e alla riformulazione della teoria della dissonanza cognitiva.
In primo luogo, Joel Cooper sottolineò che un requisito essenziale per esperire la dissonanza cognitiva fosse il sentirsi causa responsabile di un certo evento negativo, dal momento che l’individuo non resterebbe turbato e in pensiero se non fosse convinto delle conseguenze negative causate dal suo comportamento.
In secondo luogo, Elliot Aronson evidenziò come la dissonanza cognitiva fosse collegata al concetto di sé, dal momento che essa scaturisce quando una persona adotta un comportamento che non è coerente con l’immagine e la percezione che ha di sé stessa. Poiché gli individui tendono a mantenere una rappresentazione di sé relativamente coerente e positiva, comportamenti incongruenti possono minacciare tale immagine e generare una significativa tensione psicologica.
Successivamente, anche Eddie Harmon-Jones si dedicò all’argomento indicando il carattere funzionale che si cela dietro il disagio causato dalla dissonanza cognitiva. Quest’ultima infatti, secondo lo studioso, servirebbe come avvertimento della presenza di un’interferenza tra il pensiero e l’azione ad esso associata. La riduzione della dissonanza cognitiva diventa quindi necessaria per ripristinare il controllo del comportamento orientato a uno scopo.
Infine, Paul Bloom offrì una prospettiva evoluzionistica sull’argomento presumendo che la dissonanza cognitiva potrebbe essere stata mantenuta durante l’evoluzione per aumentare la sopravvivenza: il senso di disagio e sgradevolezza causato dalla dissonanza cognitiva spingerebbe l’individuo a ristabilire coerenza e congruenza interna, contribuendo così al mantenimento dell’omeostasi psicologica.
Inoltre, nonostante la dissonanza cognitiva sia un fenomeno universale appartenente a tutte le culture, da alcune ricerche è emerso che i fattori sottesi a questa scomoda manifestazione differiscono in Oriente e in Occidente. In particolare, nelle persone di origine europea essa tende a manifestarsi per eventi personali, mentre nelle persone asiatiche e orientali tende a manifestarsi per situazioni che coinvolgono persone vicine quali familiari o amici.
La dissonanza cognitiva come meccanismo di difesa e opportunità
Il fenomeno della dissonanza cognitiva è presente nella quotidianità delle nostre azioni molto più di quanto pensiamo. Si tratta di una sorta di meccanismo di auto-difesa che si origina spontaneamente nella nostra mente e che, in sé, non è né buono né cattivo.
Potrebbe diventare controproducente qualora ci portasse troppo spesso a “raccontarcela” e ad auto-ingannarci, portandoci sì a un raggiungimento della consonanza interiore, ma rischiando di promuovere un concatenarsi di comportamenti dannosi e disfunzionali. “Colui che mente a sé stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro sé stesso, né intorno a sé” diceva infatti Fëdor Dostoevskij ne “I Fratelli Karamazov”.
D’altro canto, prendere consapevolezza dell’esistenza di questo meccanismo e riconoscerne le conseguenze permette anche di sfruttarlo a proprio vantaggio, specialmente quando si tratta di cambiamenti o decisioni importanti. Essere consapevoli dell’esistenza di questo fenomeno può rappresentare un valido antidoto all’irrigidimento degli schemi mentali che portano le persone ad appigliarsi solo alle informazioni che confermano le proprie opinioni, idee e credenze (il cosiddetto bias della conferma), promuovendo l’ampliamento dell’orizzonte delle prospettive e permettendo di prendere decisioni più ponderate e funzionali al benessere globale dell’individuo.