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Costruire l’identità in un mondo frammentato

L’identità personale si costruisce nel tempo attraverso esperienze, memoria, linguaggio e relazioni sociali, soprattutto durante l’adolescenza

Di Francesca Federico

Pubblicato il 26 Ott. 2026

La costruzione dell’identità personale: integrare esperienze, memoria e modelli sociali

L’identità personale viene spesso descritta come l’insieme relativamente stabile delle caratteristiche attraverso cui un individuo riconosce se stesso e viene riconosciuto dagli altri. Una prospettiva evolutiva suggerisce tuttavia di spostare l’attenzione dalla stabilità dell’identità al processo attraverso cui essa viene continuamente costruita. Sentirsi la stessa persona nel tempo non implica infatti rimanere uguali: significa riuscire a integrare esperienze, cambiamenti, appartenenze e rappresentazioni anche molto differenti all’interno di un modello di sé che conservi una sufficiente continuità.

Da questo punto di vista, la costruzione dell’identità può essere considerata un problema di integrazione. L’individuo deve mettere in relazione ciò che gli accade nel presente con ciò che ricorda del proprio passato, con le categorie attraverso cui interpreta l’esperienza, con le rappresentazioni che gli altri gli restituiscono e con le possibilità che riesce a immaginare per il proprio futuro. La Figura 1 sintetizza questa ipotesi, rappresentando il Sé come un modello dinamico che emerge dall’interazione continua tra processi linguistico-categoriali, memoria autobiografica, modelli sociali e simulazione del futuro.

La domanda interessante diventa allora che cosa accada a questo processo quando l’ambiente nel quale esso si realizza diventa più rapido, frammentato e caratterizzato da una proliferazione di categorie e modelli sociali. La questione è particolarmente rilevante durante l’adolescenza, fase nella quale l’elaborazione dell’identità costituisce uno dei principali compiti evolutivi (Erikson, 1968; McAdams, 2001). L’adolescente deve integrare trasformazioni corporee, nuove capacità cognitive, appartenenze sociali, relazioni affettive, rappresentazioni di sé precedentemente costruite e anticipazioni del proprio futuro. Questa riorganizzazione avviene oggi all’interno di un ambiente sociale e comunicativo profondamente diverso da quello nel quale si sono sviluppate le principali teorie psicologiche dell’identità.

Figura 1. Modello integrato della costruzione del Sé. Linguaggio e categorizzazione, memoria autobiografica, modelli sociali e simulazione del futuro contribuiscono in modo interdipendente alla costruzione di una rappresentazione di sé sufficientemente coerente e flessibile. La Default Mode Network è rappresentata come infrastruttura neurale di integrazione tra processi autoriferiti, memoria autobiografica, mentalizzazione e simulazione del futuro; la figura propone quindi un modello teorico di integrazione, non una corrispondenza uno-a-uno tra singoli processi e singole regioni cerebrali.

Categorizzare il mondo, categorizzare se stessi

La categorizzazione costituisce una delle operazioni fondamentali attraverso cui il sistema cognitivo riduce la complessità dell’esperienza. Categorie e concetti permettono di trattare come simili esperienze che non sono identiche, costruire aspettative e utilizzare l’esperienza precedente per interpretare situazioni nuove (Murphy, 2002).

Questa funzione non riguarda soltanto gli oggetti del mondo esterno. Anche l’esperienza di sé viene organizzata categorialmente. Attributi, appartenenze e stati possono essere utilizzati per costruire rappresentazioni relativamente stabili: essere timido, brillante, ansioso, sportivo, introverso, appartenere a un determinato gruppo sociale o riconoscersi in una certa categoria identitaria permette di ricondurre episodi differenti a una struttura comune. Nel modello proposto in Figura 1, linguaggio e categorizzazione costituiscono quindi una delle vie attraverso cui l’esperienza viene trasformata in concetti utilizzabili per pensare e raccontare se stessi.

Il linguaggio assume qui una funzione centrale. Le parole non costituiscono semplicemente etichette applicate a rappresentazioni già completamente formate, ma contribuiscono all’organizzazione categoriale dell’esperienza. La relazione tra linguaggio e categorizzazione è complessa e non può essere ridotta a una determinazione linguistica del pensiero; esistono tuttavia numerose evidenze secondo cui le categorie linguistiche possono influenzare discriminazione, memoria, attenzione e organizzazione concettuale (Lupyan, 2012; Lupyan & Clark, 2015).

La disponibilità di un lessico differenziato può quindi aumentare le possibilità di articolare l’esperienza. Essere tristi non equivale necessariamente a essere depressi; provare ansia in una situazione non significa necessariamente essere una persona ansiosa; sperimentare estraneità rispetto a un gruppo non coincide con il non appartenere. La possibilità di mantenere queste distinzioni permette di evitare che uno stato contingente venga immediatamente trasformato in una proprietà globale del Sé.

Le trasformazioni contemporanee del linguaggio introducono, da questo punto di vista, un fenomeno apparentemente paradossale. Da una parte assistiamo a un enorme ampliamento delle categorie attraverso cui è possibile nominare esperienze psicologiche, relazionali e identitarie precedentemente difficili da rappresentare. Questa maggiore disponibilità lessicale può favorire riconoscimento e comprensione di sé. Dall’altra, la comunicazione rapida e fortemente categoriale degli ambienti digitali tende frequentemente a comprimere esperienze complesse in etichette facilmente riconoscibili e condivisibili.

Non è dunque la presenza delle categorie a costituire un problema. La categorizzazione è una condizione necessaria del pensiero. Il punto critico riguarda piuttosto il rapporto tra categoria ed esperienza: una categoria può diventare uno strumento attraverso cui esplorare l’esperienza oppure trasformarsi in una struttura rigida alla quale l’esperienza deve conformarsi.

La memoria autobiografica e la continuità del Sé

Se la categorizzazione permette di organizzare l’esperienza, la memoria autobiografica permette di organizzarla nel tempo. La memoria autobiografica non costituisce una registrazione fedele del passato, ma un sistema ricostruttivo nel quale episodi specifici vengono selezionati, interpretati e collegati a conoscenze più generali sulla propria vita (Conway & Pleydell-Pearce, 2000). Nel Self-Memory System proposto da Conway, memoria autobiografica e rappresentazione del Sé sono strettamente interdipendenti: il Sé orienta l’accesso ai ricordi e, contemporaneamente, i ricordi contribuiscono a mantenere e modificare il Sé.

Questo rapporto diventa particolarmente importante quando consideriamo la continuità identitaria. Non abbiamo bisogno di ricordare tutto ciò che ci è accaduto per sapere chi siamo. Abbiamo bisogno, piuttosto, di poter costruire relazioni significative tra alcuni eventi: riconoscere antecedenti, cambiamenti, punti di svolta e continuità.

Con lo sviluppo, e soprattutto durante l’adolescenza, la memoria autobiografica viene progressivamente organizzata in forme narrative più complesse. McAdams (2001) ha descritto la narrative identity come una storia interiorizzata e continuamente rielaborata attraverso cui l’individuo costruisce unità e significato collegando passato ricostruito e futuro immaginato. Habermas e Bluck (2000) hanno inoltre mostrato come proprio nell’adolescenza emerga progressivamente la capacità di costruire una storia di vita dotata di coerenza globale.

L’identità, quindi, richiede più della disponibilità di ricordi. Richiede la loro integrazione. Questa distinzione può essere particolarmente utile per interrogare l’ambiente contemporaneo. Una vita caratterizzata da un’elevata quantità di esperienze, immagini e tracce autobiografiche non produce necessariamente una rappresentazione di sé più articolata. La documentazione continua dell’esperienza può perfino convivere con una maggiore difficoltà nel selezionare quali episodi siano rilevanti e nel costruire relazioni tra essi. La frammentazione non riguarda quindi necessariamente l’esperienza in sé, ma la possibilità di costruirne una struttura sovraordinata.

La Default Mode Network e l’integrazione tra passato, presente e futuro

Le neuroscienze cognitive hanno progressivamente individuato alcuni sistemi neurali coinvolti nei processi autoriferiti e autobiografici. Tra questi, un ruolo particolarmente rilevante è attribuito alla Default Mode Network (DMN), una rete distribuita che comprende, tra le altre regioni, corteccia prefrontale mediale, corteccia cingolata posteriore/precuneo e regioni parietali e temporali laterali (Raichle et al., 2001; Buckner et al., 2008).

La DMN non può essere considerata semplicemente la “rete del Sé”. Essa è implicata in un insieme più ampio di processi che comprendono memoria autobiografica, cognizione autoriferita, mentalizzazione e simulazione di scenari futuri (Andrews-Hanna et al., 2014). È per questa ragione che nella Figura 1 la DMN non compare come un quinto fattore indipendente, ma come una possibile infrastruttura di integrazione tra processi diversi.

Questa convergenza è teoricamente interessante. Ricordare il proprio passato, rappresentare se stessi, comprendere gli stati mentali degli altri e immaginare il proprio futuro non sembrano essere attività completamente indipendenti. Tutte richiedono, in forme differenti, di andare oltre l’informazione immediatamente presente e costruire rappresentazioni interne sulla base dell’esperienza precedente.

Schacter, Addis e Buckner (2007) hanno mostrato la stretta relazione tra memoria episodica e capacità di immaginare eventi futuri, proponendo l’idea di una constructive episodic simulation: utilizziamo elementi delle esperienze passate per costruire scenari che non si sono ancora verificati. Il passato, in questa prospettiva, non serve soltanto a ricordare chi siamo stati. Fornisce materiale per rappresentare chi potremmo diventare.

La continuità del Sé assume allora una struttura temporale: integrare l’identità significa poter costruire relazioni tra Sé ricordato, Sé attuale e Sé possibile. Questo permette di formulare con maggiore precisione il problema posto dalla rapidità dell’ambiente contemporaneo. Un sistema attentivo costantemente orientato verso stimoli esterni, nuovi e immediatamente salienti non determina automaticamente una compromissione della DMN, né le evidenze disponibili consentono una conclusione causale così semplice. È però legittimo interrogarsi sulle condizioni ambientali che favoriscono o ostacolano quei processi di elaborazione interna, memoria autobiografica e simulazione attraverso cui esperienze separate possono essere integrate in rappresentazioni più ampie.

Il problema potrebbe quindi non essere semplicemente la quantità di stimolazione, ma la riduzione degli intervalli nei quali l’esperienza può essere rielaborata.

L’identità è anche un modello sociale

Il Sé, tuttavia, non viene costruito soltanto attraverso processi interni. Le rappresentazioni identitarie sono profondamente sociali. Fin dalle prime fasi dello sviluppo, gli altri forniscono categorie, valutazioni, narrazioni e possibilità attraverso cui il bambino costruisce rappresentazioni di sé. Con l’adolescenza il campo sociale si amplia: il gruppo dei pari acquista un’importanza crescente e i modelli disponibili oltrepassano progressivamente la famiglia e le figure adulte immediate.

La teoria dell’apprendimento sociale aveva già mostrato come l’osservazione dei modelli costituisca un meccanismo fondamentale per l’acquisizione di comportamenti e aspettative (Bandura, 1977). Ma i modelli sociali svolgono una funzione ancora più ampia nella costruzione identitaria: mostrano modi possibili di essere. Nel modello della Figura 1, essi contribuiscono a definire non soltanto ciò che è socialmente riconoscibile, ma anche possibilità, limiti e appartenenze attraverso cui il Sé prende forma.

L’ambiente digitale ha modificato radicalmente la quantità, la varietà e la distanza dei modelli disponibili. Un adolescente può oggi osservare quotidianamente persone appartenenti a contesti culturali e sociali che sarebbero stati difficilmente accessibili alle generazioni precedenti. Questo ampliamento può rappresentare una straordinaria risorsa per l’esplorazione identitaria, soprattutto quando l’ambiente immediato offre pochi modelli nei quali riconoscersi.

Allo stesso tempo, il modello digitale possiede caratteristiche particolari. È spesso decontestualizzato, selezionato e rappresentato attraverso una porzione altamente visibile dell’esperienza: un corpo, un risultato, un’opinione, uno stile di vita, un’appartenenza. Ciò che rimane meno accessibile è frequentemente la traiettoria attraverso cui quella configurazione è stata costruita. Il confronto rischia quindi di avvenire tra il proprio processo e il risultato visibile dell’altro.

Le ricerche sul rapporto tra social media e identità adolescenziale invitano comunque a evitare determinismi. Gli effetti dipendono dalle modalità di utilizzo, dal confronto sociale, dalle pratiche di presentazione di sé, dalle caratteristiche individuali e dalla qualità delle interazioni. Gli ambienti digitali possono sostenere esplorazione, appartenenza e sperimentazione identitaria così come amplificare confronto e pressione normativa. La questione teoricamente più interessante diventa allora ancora una volta quella dell’integrazione: che cosa permette a un individuo di incontrare molteplici modelli senza dover coincidere interamente con nessuno di essi?

Dalla frammentazione dell’esperienza all’integrazione del Sé

Categorizzazione, memoria autobiografica, simulazione del futuro e modelli sociali possono essere considerati processi differenti attraverso cui viene affrontato lo stesso problema adattivo: costruire una rappresentazione di sé sufficientemente stabile da orientare il comportamento e sufficientemente flessibile da essere modificata dall’esperienza. La Figura 1 rende esplicita questa interdipendenza: nessuno dei quattro processi, considerato isolatamente, è sufficiente a generare una rappresentazione coerente e flessibile del Sé.

In questa prospettiva, l’identità robusta non coincide con l’identità rigida. Al contrario, la robustezza di un modello identitario potrebbe risiedere proprio nella sua capacità di tollerare variazione, ambiguità e contraddizione. Una nuova esperienza può modificare una parte del modello senza richiederne la completa ricostruzione; una categoria può descrivere un aspetto della persona senza esaurirla; un modello sociale può offrire una possibilità senza trasformarsi in una prescrizione.

Rigidità e fragilità potrebbero, da questo punto di vista, essere meno distanti di quanto appaiano. Quanto meno un sistema riesce a integrare esperienze discordanti, tanto maggiore potrebbe diventare la necessità di difendere le categorie che gli garantiscono coerenza.

L’ipotesi che emerge non è quindi che la società contemporanea stia necessariamente producendo identità più fragili. È più circoscritta e, proprio per questo, verificabile: un ambiente caratterizzato da elevata frammentazione dell’esperienza, accelerazione temporale, proliferazione di modelli sociali e categorie linguistiche rapidamente disponibili potrebbe aumentare il lavoro cognitivo necessario per costruire una rappresentazione integrata del Sé.

Questa ipotesi assume un significato particolare durante l’adolescenza, quando l’integrazione identitaria costituisce già di per sé un compito evolutivo complesso. Il problema educativo non sarebbe allora proteggere i ragazzi dalla molteplicità, né restituire loro modelli identitari più rigidi. Sarebbe piuttosto offrire gli strumenti cognitivi, linguistici e relazionali necessari per abitare quella molteplicità: un linguaggio sufficientemente ricco da distinguere le esperienze, relazioni nelle quali poterle rielaborare, modelli sociali osservabili nella loro complessità e, soprattutto, tempo per collegare ciò che accade a ciò che è già accaduto e a ciò che potrebbe ancora accadere.

Costruire un’identità non significa infatti eliminare le contraddizioni per arrivare finalmente a sapere chi si è. Significa costruire un modello di sé capace di continuare a cambiare senza perdere la propria continuità.

Riferimenti Bibliografici
  • Andrews-Hanna, J. R., Smallwood, J., & Spreng, R. N. (2014). The default network and self-generated thought: Component processes, dynamic control, and clinical relevance. Annals of the New York Academy of Sciences, 1316(1), 29–52.
  • Bandura, A. (1977). Social Learning Theory. Prentice Hall.
  • Buckner, R. L., Andrews-Hanna, J. R., & Schacter, D. L. (2008). The brain’s default network: Anatomy, function, and relevance to disease. Annals of the New York Academy of Sciences, 1124, 1–38.
  • Conway, M. A., & Pleydell-Pearce, C. W. (2000). The construction of autobiographical memories in the self-memory system. Psychological Review, 107(2), 261–288.
  • Erikson, E. H. (1968). Identity: Youth and Crisis. W. W. Norton.
  • Habermas, T., & Bluck, S. (2000). Getting a life: The emergence of the life story in adolescence. Psychological Bulletin, 126(5), 748–769.
  • Lupyan, G. (2012). Linguistically modulated perception and cognition: The label-feedback hypothesis. Frontiers in Psychology, 3, 54.
  • Lupyan, G., & Clark, A. (2015). Words and the world: Predictive coding and the language-perception-cognition interface. Current Directions in Psychological Science, 24(4), 279–284.
  • McAdams, D. P. (2001). The psychology of life stories. Review of General Psychology, 5(2), 100–122.
  • Murphy, G. L. (2002). The Big Book of Concepts. MIT Press.
  • Raichle, M. E., MacLeod, A. M., Snyder, A. Z., Powers, W. J., Gusnard, D. A., & Shulman, G. L. (2001). A default mode of brain function. Proceedings of the National Academy of Sciences, 98(2), 676–682.
  • Schacter, D. L., Addis, D. R., & Buckner, R. L. (2007). Remembering the past to imagine the future: The prospective brain. Nature Reviews Neuroscience, 8(9), 657–661.
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