Un esempio virtuoso di ricerca clinica
Nel panorama della ricerca sull’efficacia in psicoterapia, non sempre è scontato trovare studi che coniughino rigore metodologico, coerenza teorica e utilità clinica immediata. Il più recente contributo di quei colleghi che per brevità e simpatia chiamerò “la scuola Grossetana” — Andrea Gragnani, Marco Saettoni e, in questo lavoro, Allison Uvelli, ma in altri precedenti anche Stefania Iazzetta e Lisa Lari — rappresenta un esempio particolarmente riuscito di questa combinazione.
Una case series non rappresenta, per ammissione degli autori stessi, molto più che un primo piccolo passo nella messa alla prova dell’efficacia del loro “trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo bipolare incentrato sugli scopi”. Lasciate tuttavia che illustri i due principali motivi per cui guardare a questo lavoro come a un esempio virtuoso.
Due ragioni per cui questo studio è importante
Il primo motivo risiede in una concezione rigorosa della prova di efficacia, nel pieno rispetto della tradizione cognitivista. Si parte da un’ipotesi sul funzionamento di un disturbo in termini di variabili cognitive operazionalizzabili, si escogita una procedura replicabile atta a modificare quelle stesse variabili — che diventano il “bersaglio” dell’intervento — e infine si verifica se attraverso quella procedura si è ottenuto un miglioramento clinico misurabile. Questi tre passi sono, applicati alla ricerca clinica, l’essenza di quella che Semerari definisce la “modestia ippocratica” che ispira e caratterizza il cognitivismo clinico da Beck in avanti, in questo caso fino alla “scuola Manciniana”, intesa qui come gruppo di clinici accomunati da una medesima impronta culturale e scientifica, nonché da principi condivisi di parsimonia e rigore teorico e metodologico, a cui afferisce anche il gruppo Grossetano. Questo impiego della prova di efficacia come conferma della validità di un’ipotesi teorica sul funzionamento della mente è un approccio prezioso: un passo avanti nella comprensione della psicopatologia è un guadagno netto per tutti, un contributo trasparente e solido che conserva il proprio valore nel tempo, indipendentemente dalle mode.
Col secondo motivo si va sul personale, nell’accezione Dennettiana del termine, perché il lavoro del gruppo di Grosseto sul disturbo bipolare applica a questa patologia un principio di spiegazione al livello personale, basato cioè su variabili come scopi e credenze. Questo principio, apparentemente così irrinunciabile eppure spesso trascurato, rischia oggi di cedere il passo a una concezione sub-personale, organicista ed “eliminativista” della sofferenza psichica e dei suoi rimedi. “Eliminativista” è quella forma di riduzionismo secondo la quale, il giorno in cui padroneggeremo meglio le variabili sub-personali — biologiche, neurologiche o chimiche — saremo in grado di spiegare i fenomeni mentali con precisione, senza dover ricorrere a quell’insieme di intenzioni, desideri, paure e aspirazioni attraverso il quale cerchiamo di concepire l’umano. I colleghi di Grosseto vanno invece in direzione opposta mettendo a punto un’ipotesi di spiegazione squisitamente personale e umana del disturbo bipolare, una patologia che storicamente è stata inquadrata al livello sub-personale (si pensi alla “psicosi maniaco-depressiva” di Kraepeliniana memoria) sia in termini di patologia che di cura. L’ipotesi degli autori, in questo lavoro, viene articolata in tre punti: 1) l’intolleranza verso gli stati soggettivi di “bassa energia”; 2) la ricerca, che assume caratteristiche di “craving”, di stati soggettivi di “alta energia”; 3) la valutazione “meta-emotiva” o “secondaria” dei propri stati emotivi, con particolare riferimento a una connotazione negativa delle condizioni a “bassa energia” e una valorizzazione di quelle ad “alta energia”.
Queste tre caratteristiche sono il condensato di anni di un lavoro più ampio e dettagliato sulla “mente bipolare”, ai quali si rimandano i lettori interessati, che considera le fluttuazioni del tono dell’umore come un fenomeno naturale che i più attraversano senza conseguenze di rilevanza clinica, e che nel disturbo bipolare invece diventano un problema proprio perché vengono contrastate, in un circolo vizioso. Fanno parte di questo lavoro teorico “a monte” anche studi sulle differenze tra disturbo bipolare e disturbo borderline di personalità, sulla cognizione sociale e la teoria della mente nel disturbo bipolare, sulla tolleranza alla noia e sul senso di vuoto (si veda la bibliografia in calce). Per ciascuno dei punti elencati, attingendo al repertorio già disponibile di strumenti terapeutici della CBT, viene predisposto un protocollo di intervento fatto di passi misurati, semplici e accuratamente specificati — e vale la pena segnalare che non sembra si tratti di competenze che esulano dal repertorio già messo a disposizione dalla formazione in psicoterpia di area cognitivista. Infine, nei limiti di quello che può essere attendibilmente misurato come indicatore di efficacia, questo primo trial dà risultati incoraggianti (per i dettagli, l’invito è a consultare l’articolo).
La prova di efficacia come strumento di conoscenza
Nella tradizione del cognitivismo italiano, la prova di efficacia non è tanto uno strumento di legittimazione quanto uno metodo di acquisizione di conoscenza: non si cerca di dimostrare che un trattamento funziona, ma di capire perché funziona, e quel “perché” rimanda sempre a un’ipotesi teorica sul funzionamento della mente. Questo lavoro del gruppo di Grosseto si inscrive fedelmente in quella tradizione. Anche un piccolo trial clinico come questo può costituire un contributo solido a un programma di ricerca coerente, e un ottimo motivo per seguire con attenzione gli sviluppi futuri di questo gruppo.