Congedo per salute mentale: una risposta a burnout e stress
Anche per la salute mentale, in alcuni casi diviene necessario e utile un periodo di congedo dal lavoro, che deve essere certificato da un medico curante. Pensiamo ad esempio alle tanto frequenti situazioni in cui si può parlare di fenomeni di burnout e stress lavoro correlato. Tale periodo può essere più o meno prolungato e variare in funzione delle condizioni specifiche e della sintomatologia presente (ad esempio sintomi ansioso-depressivi).
Stress lavoro-correlato: tra burnout, perfezionismo e paura del giudizio
Lo stress lavoro-correlato può essere definito come un danno fisico e una risposta emotiva che interviene quando le caratteristiche del lavoro non corrispondono a capacità, risorse o bisogni dei lavoratori. Può condurre ad un indebolimento della salute e addirittura ad infortuni (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, 2000). In questo contesto, lo stress è uno stato di prolungata tensione che può ridurre l’efficienza sul lavoro e può determinare problemi di salute psicologica e fisica (Backé et al., 2012; Chen et al., 2009).
Tuttavia, staccare dal lavoro e accettare la proposta del medico curante (che sia il medico di medicina generale o lo psichiatra) di astenersi dal lavoro non risulta semplice per tutti. Statistiche a parte, rivolgiamo uno sguardo ai molteplici vissuti di carattere squisitamente psicologico che possono insinuarsi e creare resistenze e scarsa compliance da parte del paziente nell’accettare i giorni di congedo.
Ad esempio, il catastrofismo e la paura di perdere il controllo: Mattia pensa “Non posso assolutamente assentarmi dal lavoro, anche se mi sento completamente scarico, privo di energie… lo so, non riesco più nemmeno a concentrarmi da quanto sono preoccupato… ma se pure rimango a casa in malattia, non avrò più modo di recuperare il tempo perso…e l’ansia aumenterebbe ancora di più…e il lavoro rimarrebbe ancora più indietro…”.
Un secondo esempio può essere il perfezionismo patologico che guida Chiara verso una sensazione di dover essere sempre oltre, persino a quanto richiesto: “Il progetto è stato affidato a me: devo dare di più, devo eccellere e non è accettabile un livello di prestazione medio-buono, la sbavatura e l’errore sono intollerabili. Gli standard elevatissimi devono essere mantenuti e non posso sfigurare rispetto ai colleghi: non c’è modo, né possibilità di fermarsi”. Non è gratuito, lo stress cronico la sta logorando, i momenti piacevoli sono risicati, il dovere sovrasta ogni minuto: non c’è tempo e spazio per la cura del sé, figuriamoci per accettare giorni di congedo per malattia.
Infine, lo stigma e la paura di essere giudicati negativamente: mi considererebbero un inetto, un inadatto, un debole; mi rifiuto di stare in malattia per questo motivo.
A ruota seguono le preoccupazioni per la propria carriera, il timore di ripercussioni di carattere pratico e strategico per il proprio futuro lavorativo.
La tendenza è dunque quella di nascondere, celare, perché ancora il malessere psichico è contornato dalla disinformazione e dall’alone dello stigma, dalla colpevolizzazione e dalla vergogna. Il pregiudizio prende il sopravvento e si traduce in un’equazione per cui prendere un congedo dal lavoro per burnout, accumulo di stress e sintomi psicologici significa essere deboli e non all’altezza. Di conseguenza, un’ulteriore credenza disfunzionale è che non esistono buone scuse per non lavorare, fatta eccezione semmai per una malattia fisica.
Salute mentale sul lavoro: superare stigma e pregiudizi
Per promuovere una cultura del benessere mentale in ambito lavorativo risulta fondamentale agire su queste credenze e pregiudizi sia a livello individuale sia a livello collettivo e organizzativo. Identificare e lavorare sugli ostacoli pratici e culturali nelle organizzazioni è il primo passo per promuovere reali politiche di tutela e prevenzione della salute mentale in ambito lavorativo. Il burnout non è un capriccio, vivere in prima persona il peso dello stress lavoro correlato non significa essere deboli e stare male sul posto di lavoro non può più essere tollerato come una norma culturale implicitamente condivisa.