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Quando la musica racconta la terapia: Angelina Mango e la tempesta emotiva della cura

Psicoterapia e musica si intrecciano nell’album Caramé di Angelina Mango, dove emozioni, verità e fragilità diventano racconto terapeutico

Di Caterina Parisio

Pubblicato il 24 Feb. 2026

“Cara me, portami le caramelle”: l’inizio di un dialogo

“Caramé” si apre con una richiesta dolce, quasi infantile: “Cara Me, portami le caramelle”. È il bisogno di zucchero, di affetto, di dolcezza che Angelina Mango chiede a sé stessa. Ma in quella semplicità si nasconde qualcosa di profondamente terapeutico: il coraggio di scriversi una lettera, di guardarsi davvero, di iniziare quel dialogo interiore che è il cuore di ogni percorso di cura.

Questo album è un diario segreto che viene aperto, una narrazione emotiva che si dispiega nota dopo nota, proprio come avviene nella stanza di terapia quando un paziente inizia a raccontarsi, a mettere in fila i pezzi della propria storia, a dare voce a ciò che per troppo tempo è rimasto silenzioso.

La tempesta emotiva: quando le note esplodono

La musica ha una qualità che il linguaggio verbale fatica a raggiungere: può essere tempesta. In Caramé, Angelina Mango costruisce un paesaggio sonoro che è pura emozione incarnata: ogni strumento che esplode è un pezzo di dolore che trova finalmente espressione.

Nella stanza di terapia accade qualcosa di simile. Le emozioni non arrivano ordinate, catalogate, pronte per essere analizzate. Arrivano come onde, come tempeste improvvise che scuotono il corpo prima ancora della mente. Il paziente che scoppia in lacrime senza preavviso, quello che si irrigidisce quando tocca un ricordo doloroso: tutto questo è musica emotiva, è il corpo che suona la sua partitura di sofferenza e di speranza.

Il terapeuta impara ad ascoltare queste tempeste senza temerle, ad accoglierle come parte necessaria del processo. “Non è l’applauso, non è l’inchino, è il coraggio di mostrarsi deboli”, canta Angelina. Ed è esattamente questo: il coraggio di lasciare che la tempesta si manifesti, di permettere agli strumenti interiori di suonare anche quando il suono è disarmonico, perfino insopportabile.

La narrazione che si fa canto: dare forma al caos

In psicoterapia, uno degli obiettivi più preziosi è aiutare il paziente a costruire una narrazione coerente della propria esistenza. Non si tratta di inventare una bella storia o di trovare un lieto fine a ogni dolore. Si tratta di trasformare il caos in canto, di prendere i frammenti dispersi della propria vita e disporli in una melodia che abbia senso, anche quando quella melodia è malinconica.

Quando un paziente arriva in terapia, spesso porta con sé proprio questo caos: ricordi che non si collegano, emozioni che sembrano sproporzionate, reazioni che non si spiegano. Il lavoro terapeutico diventa allora simile a quello di un compositore che deve trovare l’armonia nascosta tra note apparentemente dissonanti. Non si eliminano le dissonanze – quelle sono parte della verità della persona – ma si trova il modo di farle dialogare con il resto della melodia.

Il fluire della relazione: due strumenti che suonano insieme

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo nel parallelo tra musica e terapia: la dimensione relazionale. In “ioeio”, il duetto con Madame, Angelina Mango mette in scena letteralmente questo dialogo: due voci che si cercano, si rispondono, si completano.

Nella stanza di terapia si dispiega lo stesso fluire relazionale. Come scrive Semerari, la relazione terapeutica non è uno sfondo neutro su cui avviene la cura, ma è essa stessa lo strumento principale del cambiamento (Semerari, 2000). Il terapeuta non è uno spettatore passivo che assiste al concerto emotivo del paziente. È un altro strumento nell’orchestra, una presenza che risuona, che risponde, che a volte accompagna e a volte introduce variazioni.

Questa relazione diventa lo spazio sicuro dove la tempesta emotiva può manifestarsi senza distruggere. Il paziente impara che può esprimere rabbia senza che il terapeuta si allontani spaventato, può piangere senza essere giudicato debole. E in questo ascolto non giudicante, qualcosa di fondamentale accade: il paziente inizia ad ascoltare sé stesso con la stessa compassione con cui viene ascoltato.

Riavvolgere il nastro: quando bisogna tornare indietro per andare avanti

Riavvolgere il nastro fino a quel punto della registrazione dove qualcosa si è inceppato, dove la melodia si è interrotta, dove il dolore ha cristallizzato il tempo.

Ma tornare indietro in terapia non significa rimanere intrappolati nel passato. Significa guardare con occhi nuovi – occhi adulti, compassionevoli, consapevoli – eventi e emozioni che abbiamo vissuto quando eravamo più giovani, più fragili. Angelina Mango parla di un velo sugli occhi, di momenti in cui sembrava assente, disconnessa dalla realtà. E parla della “presa di coscienza che adesso bisogna vivere e togliere questo velo”.

Questo è il lavoro più delicato della psicoterapia: permettere al paziente di rivisitare il dolore antico senza rimanervi intrappolato, di onorare ciò che è stato senza lasciare che definisca per sempre ciò che può essere.

Le aspettative degli altri e la propria voce autentica

“Dai Nina canta” – ripetuto come un mantra – diventa il simbolo di tutte le voci esterne che abbiamo interiorizzato: le aspettative familiari, i doveri sociali, i ruoli che ci siamo trovati ad interpretare senza mai averli scelti davvero.

Quante persone arrivano in terapia perché esauste di essere ciò che gli altri vogliono? Il figlio perfetto che ha studiato medicina per accontentare i genitori mentre sognava di fare l’artista. La donna che ha sacrificato ogni ambizione personale per prendersi cura della famiglia. Le note della loro vera canzone sono state soffocate dal rumore delle aspettative altrui.

Il percorso terapeutico passa attraverso questo riconoscimento doloroso: quali voci stiamo ascoltando? Quali di queste voci sono davvero nostre? E poi, la domanda ancora più difficile: cosa succede se smettiamo di suonare la musica che gli altri vogliono sentire e iniziamo a comporre la nostra?

Il perdono, la liberazione, la tregua

Tra i temi centrali di Caramé emergono tre movimenti fondamentali: il perdono, la liberazione, la tregua. Non il perdono retorico e forzato, ma quello faticoso e reale. Non la liberazione come fuga, ma come scelta consapevole di lasciare andare ciò che ci tiene prigionieri.

In terapia, questi tre movimenti sono spesso l’esito di un lungo lavoro. Il paziente che finalmente si perdona per non essere stato perfetto, per aver sbagliato, per non aver capito prima. Che si libera da narrazioni tossiche su di sé, da sensi di colpa che non gli appartengono. Che fa tregua con parti di sé che aveva sempre combattuto: la propria vulnerabilità, la propria rabbia, i propri bisogni.

“È che più mi date affetto e più sento di sbagliare qualcosa”, canta Angelina Mango. È il paradosso doloroso di chi non si sente degno dell’amore ricevuto. Fare pace con sé stessi significa anche questo: permettersi di ricevere, di essere amati per ciò che si è e non per ciò che si fa.

La verità come atto terapeutico

Caramé è la verità di Angelina Mango. Non una verità addomesticata, resa presentabile, ma la verità nuda, con tutte le sue contraddizioni, le sue imperfezioni.

E qui sta forse il parallelismo più profondo con la terapia: anche la terapia, nel suo nucleo essenziale, è un atto di verità. È lo spazio in cui finalmente ci si può permettere di essere veri, senza maschere, senza filtri. Il paziente che per la prima volta dice ad alta voce pensieri che aveva sempre censurato, che ammette sentimenti che aveva sempre negato: questo è il momento in cui la terapia diventa davvero trasformativa.

La verità, anche quando fa male, è liberatoria. Perché vivere nella menzogna – anche quella che raccontiamo a noi stessi – è vivere in una prigione. La verità apre spazi, crea possibilità, permette il cambiamento.

La melodia unica di ogni storia

La psicoterapia è l’arte di accompagnare qualcuno nel processo di composizione della propria melodia esistenziale. Il terapeuta non scrive la musica al posto del paziente, non impone melodie preconfezionate. Semplicemente crea lo spazio perché quella musica possa manifestarsi, offre risonanza, aiuta a riconoscere temi ricorrenti, a dare forma a ciò che era ancora informe.

Quando, alla fine di un percorso, il paziente riesce a vedere la propria storia non più come una sequenza caotica di eventi subiti ma come una narrazione coerente – anche se imperfetta, anche se dolorosa – allora è accaduto qualcosa di prezioso. Non la cancellazione del dolore, ma la sua trasformazione. Non l’oblio del passato, ma la sua integrazione nel presente.

Angelina Mango, attraverso Caramé, ci ha mostrato che è possibile affrontare il dolore, attraversarlo e uscirne trasformati. Che si può scrivere una lettera a sé stessi fatta di perdono, liberazione e tregua. Che le nostre emozioni – tutte, anche quelle che ci fanno paura – meritano di essere ascoltate, accolte, trasformate in canto.

E forse, alla fine, questo è il senso più profondo sia della musica che della terapia: dare voce a ciò che è umano in noi. Permettere alle emozioni di fluire come note in una partitura, di esplodere come strumenti in una tempesta, di distendersi in melodie che raccontano chi siamo veramente. Perché solo quando accettiamo di suonare la nostra canzone – per quanto stonata, imperfetta, contraddittoria possa sembrare – possiamo finalmente sentirci a casa in noi stessi.

Riferimenti Bibliografici
  • Semerari, A. (2000). *Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva*. Laterza, Roma-Bari.
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