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L’indifferenza collettiva ai conflitti globali: spiegazioni psicologiche dell’inazione contemporanea

Distanza psicologica e impotenza appresa rendono l’indifferenza ai drammi del mondo più facile, allontanando dall’umanità e dalla capacità di provare empatia

Di Giacomo Fiacco, Simona Fontana

Pubblicato il 07 Gen. 2026

Vedere senza agire: i’Inazione dell’umanità di fronte all’orribile

Di fronte ai grandi orrori della storia, ci si interroga spesso su dove fosse l’umanità. Si è portati a pensare che, se si fosse visto tutto in tempo, se si fosse saputo, forse la storia sarebbe andata diversamente. Tuttavia, oggi non possiamo più fare affidamento sull’ignoranza: tutto è visibile. Le stragi si svolgono in diretta, le immagini ci raggiungono istantaneamente.
Nonostante questa continua esposizione, prevale l’inazione. Padri che scavano tra le macerie, città rase al suolo, popolazioni affamate, madri in lacrime: vediamo, sappiamo, ma restiamo immobili. Esistono spiegazioni psicologiche profonde a questa apparente indifferenza. Alcuni meccanismi collettivi possono aiutarci a comprendere perché, pur essendo informati, sembriamo incapaci di sentire.

Desensibilizzazione emotiva

L’esposizione ripetuta a contenuti traumatici può generare un processo di desensibilizzazione, per cui le emozioni si attenuano e la sofferenza dell’altro perde intensità in chi osserva. Il cervello si protegge attraverso l’adattamento: ciò che inizialmente colpisce e scuote, con il tempo diventa ordinario.
La fruizione continua di immagini drammatiche, intervallate da contenuti leggeri, impedisce l’elaborazione emotiva. I media contribuiscono a questa condizione attraverso una copertura onnipresente, che può provocare trauma bellico indotto dai media, un fenomeno che, secondo Su et al. (2022), può colpire anche chi non è fisicamente esposto al conflitto, ma ne è costantemente spettatore.

Studi sperimentali indicano che la ripetizione di contenuti violenti può portare a una desensibilizzazione fisiologica (Gentile, 2003; Prot & Gentile, 2014), anche se non tutti i risultati sono concordi (Tear & Nielsen, 2013; Ramos et al., 2013). La riduzione dell’empatia, in alcuni casi, può essere solo apparente, ma il rischio di assuefazione resta alto.

Deumanizzazione

Nell’ultimo decennio è cresciuto l’interesse degli psicologi sociali per la deumanizzazione, ossia la tendenza a negare la piena umanità agli altri (Albarello et al., 2012). La deumanizzazione rappresenta un potente meccanismo di distacco emotivo. Quando le vittime vengono ridotte a numeri, categorie o entità astratte, si perde il senso della loro individualità e umanità. Secondo Volpato (2011), la deumanizzazione nega alla vittima la dignità di essere umano, aprendo la strada alla delegittimazione sociale e, nei casi più estremi, alla violenza. Nelle narrazioni mediatiche e politiche, questo processo si manifesta attraverso l’uso di etichette generiche (“migranti”, “terroristi”, “nemici”), che oscurano la complessità delle singole vite. La perdita del volto dell’altro rende più facile voltarsi altrove, e più difficile attivare una risposta empatica.

Distanza psicologica

La teoria della distanza psicologica (Trope & Liberman, 2010) spiega perché alcuni eventi ci coinvolgono più di altri. La distanza può essere spaziale, temporale, sociale o ipotetica. Più un evento è percepito come lontano in queste dimensioni, più apparirà astratto, privo di dettagli e privo di impatto emotivo. Un esempio eloquente è la differente percezione tra la guerra in Ucraina e altri conflitti, come quello in Yemen o in Siria. Per molti europei, il primo conflitto appare più vicino, per contiguità geografica, culturale e mediatica, e quindi più concreto e coinvolgente (Trope & Liberman, 2011). Il nostro grado di empatia è modulato da quanto sentiamo che “ci riguarda” un evento. La distanza psicologica, in questo senso, diventa un potente filtro della nostra reattività emotiva e sociale.

Impotenza appresa e disimpegno

Quando il senso di inadeguatezza e impotenza diventa cronico, può insorgere un fenomeno noto come impotenza appresa. Cherry (2014) lo definisce come una condizione psicologica in cui, dopo ripetute esperienze negative e ineluttabili, il soggetto smette di reagire, anche quando potrebbe. Abramson, Seligman e Teasdale (1978) hanno individuato tre deficit associati: motivazionale (mancanza di iniziativa), emotivo (mancanza di speranza) e cognitivo (mancanza di controllo). Questo modello spiega perché molti individui, pur consapevoli della gravità di eventi globali, si ritirano in una passività rassegnata. L’impotenza appresa genera disimpegno: si perde la fiducia nell’efficacia della propria azione, si riduce la tendenza ad informarsi, a protestare, a sostenere cause umanitarie. È una forma silenziosa ma pervasiva di resa, che alimenta il vuoto morale e civico.

Resistere all’indifferenza: coltivare l’umanità nella società desensibilizzata

L’umanità non scompare solo nei luoghi di conflitto. Può spegnersi lentamente anche nei nostri sguardi, quando smettiamo di sentire, di indignarci, di riconoscere l’altro come simile a noi.
I meccanismi descritti, desensibilizzazione, deumanizzazione, distanza psicologica e impotenza appresa, ci proteggono dal dolore, ma ci allontanano dall’umanità. Riconoscerli è il primo passo per contrastarli. Serve uno sforzo collettivo per rieducare la sensibilità, riaccendere la coscienza morale e coltivare la compassione. La scuola, la comunicazione, la cultura devono farsi custodi di questa resistenza emotiva, affinché la sofferenza non diventi mai normale, e l’altro non sia mai invisibile.
Mantenere viva la capacità di sentire è oggi un atto etico e politico. Un gesto di resistenza. Una difesa dell’umano.

Riferimenti Bibliografici
  • Abramson, L. Y., Seligman, M. E. P., & Teasdale, J. D. (1978). Learned helplessness in humans: Critique and reformulation. Journal of Abnormal Psychology, 87(1), 49–74. 
  • Flavia Albarello, Monica Rubini, Se sei una persona umana mi piaci di più. Gli effetti della ridotta umanità degli altri sulla percezione sociale, in “Psicologia sociale, Social Psychology Theory & Research” 3/2012, pp. 419-428. 
  • Cherry, K. (2014). What is learned helplessness and why does it happen? VeryWell Mind. Retrieved from 
  • Gentile, D. A. (2003). Violence in media and children: A complete guide for parents and professionals. Greenwood Publishing Group.
  • Prot, S., & Gentile, D. A. (2014). Applying risk and resilience models to predict the effects of media violence on development. In Advances in Child Development and Behavior (Vol. 46, pp. 215–244). 
  • Ramos, R. A., Ferguson, C. J., Frailing, K., & Romero-Ramirez, M. (2013). Comfortably numb or just another movie? Media violence exposure does not reduce viewer empathy for victims of real violence. Psychology of Popular Media Culture, 2(1), 2–10.  
  • Su, Z., McDonnell, D., Cheshmehzangi, A., Bentley, B. L., Ahmad, J., Šegalo, S., da Veiga, C. P., & Xiang, Y.-T. (2022). Media-induced war trauma during the conflict in Ukraine. Perspectives on Psychological Science, 18(4), 908–911. 
  • Tear, M. J., & Nielsen, M. (2013). Failure to demonstrate that playing violent video games diminishes prosocial behavior. PLOS ONE, 8(7), e68382. 
  • Trope, Y., & Liberman, N. (2010). Construal-level theory of psychological distance. Psychological Review, 117(2), 440–463. 
  • Volpato, C. (2011). Deumanizzazione: Come si legittima la violenza. Laterza.
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