EFT-NOVEMBRE-2022

Lavorare in nero può causare problemi di salute?

Nei Paesi ad alto reddito, il lavoro in nero è stato studiato soltanto da un punto di vista economico, ma quali sono i suoi effetti sulla salute?

ID Articolo: 194706 - Pubblicato il: 12 settembre 2022
Lavorare in nero può causare problemi di salute?
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Nel lavoro in nero le persone sono più soggette a licenziamenti ingiusti e a essere mal pagati e non hanno i diritti fondamentali per mantenere il loro attuale tenore di vita, tra cui il congedo di malattia retribuito, le ferie o l’assicurazione per la disoccupazione.

 

Messaggio pubblicitario MASTER DSA  Il lavoro retribuito è la principale fonte di reddito per la maggioranza delle persone  (Bambra, 2011). Il lavoro e le condizioni di occupazione sono determinanti sociali fondamentali che possono avere sia effetti positivi che effetti dannosi per la salute, contribuendo ad aumentare le disuguaglianze sociali (Benavides et al., 2006). Per queste ragioni, negli ultimi decenni, l’interesse scientifico per le diverse forme di occupazione e la loro associazione con la salute è cresciuto rapidamente.

Cosa si intende con lavoro in nero

L’occupazione informale, chiamata spesso “lavoro in nero”, è una delle forme di occupazione più estese al mondo, e, sebbene non sia molto diffusa in Europa, interessa un gran numero di lavoratori. È intesa come un rapporto di lavoro in cui l’accordo non è regolamentato da un contratto e i lavoratori non sono protetti da norme sul lavoro o dai benefici della sicurezza sociale. Tale forma di occupazione può essere considerata come un fenomeno multidimensionale caratterizzato da elevati livelli di precarietà, da una mancanza di sicurezza che aumenta la vulnerabilità dei lavoratori, da un basso reddito, da rapporti di lavoro arbitrari, dalla mancanza di un’efficace rappresentanza dei lavoratori e dalla difficoltà di sviluppare una carriera professionale (Alfers & Rogan, 2015).

I lavoratori “in nero” sono quindi più soggetti a licenziamenti ingiusti e a essere mal pagati e non hanno i diritti fondamentali per mantenere il loro attuale tenore di vita, tra cui il congedo di malattia retribuito, le ferie o l’assicurazione per la disoccupazione.

Nei Paesi ad alto reddito, l’occupazione informale è stata studiata soltanto da un punto di vista economico e non si hanno molte informazioni sulla sua associazione con la salute; un solo studio ha confrontato la prevalenza dell’occupazione informale in 30 Paesi europei, ma non includeva alcuna variabile relativa alla salute (Hazans, 2011). Alcuni studi hanno dimostrato infatti che la mancanza di sicurezza sociale può ridurre l’accesso ai servizi sanitari e l’occupazione informale è correlata a risultati sfavorevoli per la salute sia auto-percepita che mentale (Van Ginneken, 2003).

Solitamente, i giovani, le persone con un basso livello di istruzione e le donne sono molto colpite da tale forma di occupazione; queste ultime talvolta sono costrette a lavorare a causa dei vincoli familiari e l’occupazione informale è probabilmente l’unica opzione che hanno per partecipare al mercato del lavoro (Lopez-Ruiz, 2017).

Messaggio pubblicitario  I Welfare State hanno il compito di stabilire i parametri per i programmi di ridistribuzione del reddito che generano politiche sociali volte a soddisfare i servizi sanitari, i bisogni di base della popolazione, le pensioni e diversi altri benefici per i lavoratori (Bambra et al., 2014). I Welfare State possono quindi influenzare la salute pubblica e mediare la relazione tra quest’ultima e l’occupazione regolando i gradi di protezione sociale che riducono l’impatto delle pessime condizioni lavorative sulla salute (Leão et al., 2018).

Il lavoro in nero nei Paesi ad alto reddito

Siccome alcuni studi hanno dimostrato che, negli ultimi anni, nei Paesi a basso e medio reddito, la precarietà delle condizioni di lavoro è aumentata notevolmente, sia per i lavoratori con un contratto (a tempo determinato o indeterminato), sia per coloro che lavorano in nero, Julià e colleghi nel 2019 si sono occupati di analizzare il contesto dei Paesi ad alto reddito.

Gli obiettivi del loro studio erano quindi quelli di stimare la prevalenza dei lavoratori informali nell’Unione Europea, le condizioni di lavoro e la precarietà dell’occupazione ad essi associate, e confrontare la loro situazione con le altre due principali tipologie contrattuali: a tempo indeterminato e determinato. Inoltre, gli autori volevano esplorare l’associazione tra le modalità contrattuali e i risultati in termini di salute, e come quest’ultima fosse influenzata dalle condizioni di lavoro e dalla precarietà dell’occupazione.

I dati sono stati raccolti dalla quinta indagine europea sulle condizioni di lavoro (EWCS) del 2010, e il campione era costituito da persone di età pari o superiore a 15 anni che avevano un’occupazione ed erano residenti nel Paese oggetto dell’indagine (European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, 2014). 27.245 soggetti in età lavorativa (15-64 anni) dell’UE sono stati quindi selezionati e, successivamente, sono stati misurati il benessere psicologico (psychological well- being; PWB) e la salute auto-valutata (self-rated health; SRH), per ciascuna delle tre categorie di contratti: permanenti, temporanei e informali.

I risultati mostrano scarse condizioni di lavoro e di precarietà occupazionale in base al tipo di contratto, dove le migliori condizioni sono state osservate tra i dipendenti a tempo indeterminato e le peggiori tra i lavoratori in nero. La prevalenza di questi ultimi nell’UE-27 è del 4,1% tra gli uomini e del 5,1% tra le donne. Inoltre è emerso che, sebbene i lavoratori informali abbiano condizioni di lavoro peggiori e maggiore precarietà occupazionale, non mostrano una salute peggiore. Contrariamente a quanto ipotizzato, le peggiori condizioni di impiego e di lavoro per i lavoratori in nero non sembrano riflettersi in un peggiore benessere psicologico né in una peggiore salute auto-valutata. Le ragioni potrebbero essere spiegate dal bias dei lavoratori sani: coloro che lavorano e si tengono occupati, spesso tendono a essere più sani di coloro che lasciano il lavoro (Arrighi & Hertz-Picciotto, 1994). Un’altra possibile spiegazione potrebbe essere che i dipendenti informali hanno un sostegno maggiore da parte delle famiglie che possono agire da “cuscinetto” per le conseguenze sulla salute del lavoro e delle condizioni di impiego.

Le variabili relative alla precarietà dell’occupazione hanno quindi un impatto maggiore rispetto alle variabili relative alle condizioni di lavoro nel ridurre l’associazione tra risultati di salute e tipologia di contratto, soprattutto nel caso dei lavoratori in nero.

Infine, è possibile riscontrare che, sebbene sia una percentuale minore rispetto a quelli a basso e medio reddito, i lavoratori informali sono presenti anche nei Paesi ad alto reddito e sono caratterizzati da condizioni di lavoro peggiori e da una maggiore precarietà occupazionale, ma questo spesso viene omesso in quanto tale condizione è considerata un fenomeno illegale. Accade quindi che, siccome l’accesso a prestazioni assistenziali è condizionato dal contribuire ad un sistema assicurativo, i lavoratori in nero spesso non hanno l’assicurazione sanitaria e sono costretti quindi a risparmiare per i problemi di salute e per la pensione, cosa che non sempre possono permettersi di fare a causa del basso reddito o della mancanza di certezze future.

 

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Bibliografia

  • Alfers, L., & Rogan, M. (2015). Health risks and informal employment in South Africa: does formality protect health?. International journal of occupational and environmental health, 21(3), 207-215.
  • Arrighi, H. M., & Hertz-Picciotto, I. (1994). The evolving concept of the healthy worker survivor effect. Epidemiology, 189-196.
  • Bambra, C. (2011). Work, worklessness, and the political economy of health. OUP Oxford.
  • Bambra, C., Lunau, T., Van der Wel, K. A., Eikemo, T. A., & Dragano, N. (2014). Work, health, and welfare: the association between working conditions, welfare states, and self-reported general health in Europe. International Journal of Health Services, 44(1), 113-136.
  • Benavides, F. G., Benach, J., Muntaner, C., Delclos, G. L., Catot, N., & Amable, M. (2006). Associations between temporary employment and occupational injury: what are the mechanisms?. Occupational and environmental medicine, 63(6), 416-421.
  • European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions. (2014). Changes over time–First findings from the fifth European Working Conditions Survey. Publications Office of the European Union.
  • Hazans, M. (2011). Informal workers across Europe: Evidence from 30 European countries. World Bank Policy Research Working Paper, (5912).
  • Julià, M., Belvis, F., Vives, A., Tarafa, G., & Benach, J. (2019). Informal employees in the European Union: working conditions, employment precariousness and health. Journal of Public Health, 41(2), e141-e151.
  • Leão, T., Campos-Matos, I., Bambra, C., Russo, G., & Perelman, J. (2018). Welfare states, the Great Recession and health: Trends in educational inequalities in self-reported health in 26 European countries. PloS one, 13(2), e0193165.
  • Lopez-Ruiz, M., Benavides, F. G., Vives, A., & Artazcoz, L. (2017). Informal employment, unpaid care work, and health status in Spanish-speaking Central American countries: a gender-based approach. International Journal of Public Health, 62(2), 209-218.
  • Van Ginneken, W. (2003). Extending social security: Policies for developing countries. Int’l Lab. Rev., 142, 277.
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