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La Psicoterapia funziona? Le Neuroscienze ci hanno spiegato come

A supporto dell'efficacia della psicoterapia vi sono evidenze scientifiche delle neuroscienze come plasticità sinaptica, plasticità cerebrale, epigenetica

ID Articolo: 188030 - Pubblicato il: 01 ottobre 2021
La Psicoterapia funziona? Le Neuroscienze ci hanno spiegato come
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Ma come può un complesso di attività e tecniche basate per lo più sulla parola, come la Psicoterapia, essere efficace al punto di indurre modificazioni nei convincimenti e nel comportamento altrui?

 

Messaggio pubblicitario Alzi la mano chi non si è mai posto questa domanda oppure si è ma sentito porre un tale interrogativo; ebbene, è dimostrato ormai da tempo, con una enorme quantità di studi scientifici basati su dati empirici, che la Psicoterapia funziona, in una considerevole percentuale di casi, sia nell’immediato, nel breve periodo, sia anche dopo molto tempo dalla sua conclusione. La Psicologia e le pratiche Psicoterapeutiche non hanno perciò bisogno di essere difese né tantomeno questa può essere la sede per farlo e confermare la loro validità.

Ma come può un complesso di attività e tecniche basate per lo più sulla parola essere efficace al punto di indurre modificazioni nei convincimenti e nel comportamento altrui? Semplice suggestione? Assolutamente No, e le Neuroscienze lo hanno dimostrato. Tre gli argomenti chiave: plasticità sinaptica, plasticità cerebrale, epigenetica.

In principio era Kandel, neurologo, psichiatra e neuroscienziato statunitense premio Nobel per la Medicina nel 2000; lo vedremo tra poco, ma la storia inizia anche prima.

Che il nostro cervello non fosse un ingranaggio rigido ma avesse qualcosa di modificabile lo intuì per primo in maniera scientifica Donald Hebb, psicologo canadese. Studiando i processi psichici della ritenzione delle esperienze, del recupero dei ricordi e quindi dell’apprendimento, nel 1949 propose la “Teoria dell’Assemblea Cellulare”, meglio conosciuta semplicemente come “Legge di Hebb” (Hebb, 1949).

In sintesi Hebb propose ed affermò che se l’assone del neurone A e quello del neurone B, nella loro connessione (sinapsi), si attivano ripetutamente (oggi diremmo “proiettano”, “sparano” segnali elettrochimici) durante un evento, si verificheranno modifiche strutturali o metaboliche tali da aumentare l’efficacia di tale sinapsi conservando nel tempo il ricordo di quell’evento. In altre parole, sostenne la capacità del sistema nervoso di modificare la natura e la forza delle connessioni tra i neuroni che consentono la trasmissione di impulsi elettrochimici. Implicitamente quindi postulò la plasticità sinaptica.

Le ricerche di Taub, Elbert e colleghi nel 1995 (Elbert, 1995) misero in luce che la rappresentazione corticale delle dita della mano sinistra dei suonatori di violino (destrorsi) era più grande che la rappresentazione della mano destra e di quella dei controlli. Ossia i loro studi suggerirono l’ipotesi, poi confermata dalle evidenze scientifiche successive, che la rappresentazione di diverse parti del corpo nella corteccia somatosensoriale primaria degli esseri umani dipende dall’uso e dai cambiamenti per conformarsi ai bisogni e alle esperienze attuali dell’individuo. Da quella ricerca fu quindi dimostrata la plasticità cerebrale.

Parallelamente, negli ultimi 30 anni del secolo scorso, la ricerca neurobiologica avviò una serie di ricerche sulla riproduzione cellulare nel cervello dei mammiferi prima e dell’uomo poi.

Fino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso si presumeva che il sistema nervoso centrale dei mammiferi diventasse strutturalmente stabile subito dopo la nascita e rimanesse tale per tutta la vita (Gould, 2002).

Messaggio pubblicitario Un aspetto fondamentale di questa stabilità era che nessun nuovo neurone veniva aggiunto al cervello in età adulta (Gross, 2000). In quel periodo cominciò ad essere pubblicata tutta una serie di ricerche che iniziarono a mettere in dubbio questa visione: Altman (1962; 1963; 1966; 1967), Altman & Das (1965; 1966). Negli anni ’90 ci furono diversi sviluppi che finalmente appurarono l’esistenza della produzione di nuove cellule nel sistema nervoso centrale dei roditori adulti, ossia la neurogenesi di alcune particolari cellule nel cervello di questi mammiferi (Goud, 2002). Le prime ricerche furono quelle di Cameron (Cameron, 1993), di Okano  (Okano, 1993) e quelle di Seki e Arai (1993). Tali studi trovarono nuovi neuroni, specificatamente cellule granulari, in una varietà di strutture nel ratto e nel gatto adulti, in particolare nel bulbo olfattivo, nel giro dentato dell’ippocampo e in alcune zone della corteccia cerebrale. Alla fine del ventesimo secolo la neurogenesi, per alcune regioni del cervello dei mammiferi adulti, è universalmente accettata dalla comunità scientifica (Gould, 2002).

Già dagli esperimenti sui meccanismi di apprendimento della lumaca di mare Aplysia californica, condotti negli anni Ottanta del ventesimo secolo, Carew, Hawkins e Kandel (Carew, 1983) osservarono che, con il ripetersi della presentazione dello stimolo, la serotonina ha un effetto indiretto non solo a livello della permeabilità della membrana cellulare, ma anche a livello di DNA e quindi sull’espressione di specifici geni (Pagani, 2019).

Molto grossolanamente e in estrema sintesi: sappiamo che un gene è fatto non soltanto della sua regione codificante, che contiene il suo codice, ossia ciò che ereditiamo dai nostri genitori e dai nostri avi, ma ha anche altre due regioni: una chiamata promotore del gene, e una chiamata enhancer. Entrambe queste due ultime regioni, con delle modalità e delle valenze diverse, sono delle regioni regolatorie. Ossia regolano la produzione di proteina della regione codificante del gene. Kandel e collaboratori (Carew, 1983) dimostrarono che queste proteine dette regolatorie e altri enzimi (ad esempio l’RNA polimerasi), che sono all’interno del nucleo cellulare, possono essere attivati o disattivati da molteplici stimoli: alcuni sono stimoli di natura enzimatica, (tipicamente CMP ciclico), altri sono stimoli di natura neurotrasmettitoriale (per esempio la serotonina, 5-HT), ma anche da stimoli di natura ambientale e non farmacologica.

Sulla base di questa scoperta e dei successivi studi, nel 1998 Kandel E.R. (1998) pubblicò un articolo, questo era un ampliamento del discorso che egli stesso aveva pronunciato in occasione di un convegno di Psichiatri nel 1997 in cui l’illustre scienziato si proponeva di dare un fondamento neurobiologico alle terapie psichiatriche non biologiche, come per esempio la psicoanalisi e le psicoterapie (Pagani, 2019).

Egli spiegò chiaramente che le modificazioni del DNA all’interno di qualsiasi cellula, comprese quindi quelle cerebrali, non sono solamente frutto del nostro patrimonio genetico ma dipendono anche da variabili di natura ambientale, come per esempio il fatto di essere sottoposti ad un ambiente particolarmente stimolante e che stimola per esempio le nostre funzioni di memoria. Questo è l’esatto punto, a livello molecolare, in cui avviene la vera interazione tra patrimonio genetico dell’individuo e ambiente. Il livello epigenetico (Pagani, 2019).

Grazie a queste scoperte ora siamo maggiormente consapevoli di come e quanto parole, gesti, comportamenti, in una parola, l’ambiente che circonda ognuno di noi, influisce e modifica ogni essere vivente.

 

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