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La psicologia politica: dall’antropologia culturale alla psicologia sociale, i paradigmi psicologici della vita politica contemporanea

La psicologia politica si occupa dello studio della vita politica; nello specifico analizza le variabili psicologiche alla base delle condotte politiche

ID Articolo: 188538 - Pubblicato il: 20 ottobre 2021
La psicologia politica: dall’antropologia culturale alla psicologia sociale, i paradigmi psicologici della vita politica contemporanea
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Fra gli argomenti più rilevanti nell’ambito della psicologia sociale, un posto epistemico importante lo occupa la psicologia politica, che analizza gli archetipi psicologici che divengono gli agenti motivanti delle condotte politiche individuali.

 

Messaggio pubblicitario MASTER DSA La psicologia politica trae alcuni dei suoi contenuti da altre scienze sociali, quali l’antropologia culturale, le scienze politiche e le scienze economiche. L’articolo esamina dapprima le dimensioni che caratterizzano le società complesse, inclusa la dimensione politica, successivamente prende in considerazione le associazioni sociali e l’ambito politico delle società etnografiche. Sono analizzati, poi, la vita politica delle società complesse, la psicologia politica, le differenze psicologiche fra conservatori e progressisti e la psicologia delle consultazioni elettorali.

Keywords: psicologia sociale, psicologia politica, conservatorismo, progressismo, differenze psicologiche individuali.

Gli archetipi della società

In ogni società moderna strutturata si possono riconoscere cinque archetipi che la compongono, ovvero la dimensione ecologica, economica, sociale, politica e culturale. La dimensione ecologica rappresenta la territorialità geografica nella quale è allocata la società; la dimensione economica simboleggia l’insieme delle attività produttive che assicurano la sopravvivenza degli individui che fanno parte di quella società; la dimensione sociale indica le istituzioni sociali presenti in essa; la dimensione politica esprime il modo in cui è gestito e ripartito il potere fra le classi sociali che formano la società; la dimensione culturale rappresenta l’insieme delle conoscenze-competenze che sono peculiari di quella popolazione e indicano il modo con cui gli individui risolvono le criticità che via via si presentano (Lappas, 2000).

Affinché nella società ci possa essere benessere sociale, le differenti dimensioni devono essere in rapporto dialettico fra loro, evitando che nessuna di esse prenda il sopravvento sulle altre. Attualmente nelle nostre società si assiste ad un conflitto fra la dimensione politica e quella sociale, in quanto la politica non riesce più a farsi portavoce dei soggetti sociali che rappresenta.

Le associazioni

Alla base di alcuni di questi archetipi citati, ci sono le associazioni fra gli individui. In sostanza, l’associazione rappresenta un’aggregazione di soggetti che è contraddistinta da una struttura formalizzata, accoglie alcuni individui e ne esclude altri, i suoi membri hanno delle finalità condivise (Ember e Ember, 2004). Ogni società è contrassegnata da un numero variabile di associazioni. Alcuni di questi aggregati sono estremamente selettivi: infatti solo alcuni soggetti possono partecipare ad essi, mentre altri individui sono esclusi. La selezione viene fatta utilizzando due variabili: le peculiarità acquisite oppure le peculiarità ascritte. Le peculiarità acquisite sono quelle che l’individuo raggiunge nel corso della sua vita, quali posizione economica, carriera lavorativa, prestigio sociale ecc.; le peculiarità ascritte sono quelle che caratterizzano l’individuo sin dalla nascita, quali etnia, territorialità geografica, genere, credo religioso e appartenenza sociale (Ember e Ember, 2004).

Le ragioni che giustificano la presenza delle associazioni sociali sono molteplici. Fra quelle più accreditate, sembra che la più probabile sia quella che vede l’associazione come una vicariazione della famiglia, ovvero l’associazione nasce e si organizza perché la struttura familiare non è in grado di ottemperare alle responsabilità politiche, educative ed economiche necessarie per far funzionare in maniera ottimale la società (Eisenstadt, 1954).

La dimensione politica nelle società etnografiche

Ogni società, a seconda della sua complessità, ha un modo differente di gestire la dimensione politica. Nelle società più semplici, le cosiddette società etnografiche, ancora presenti in limitate territorialità geografiche, il potere è strutturato attraverso un’organizzazione tribale, che si basa frequentemente sui legami di parentela. In tali contesti sociali alcune famiglie sono dominanti rispetto ad altre e il potere viene gestito dai soggetti più anziani di esse. In altri contesti geografici, più tribù si uniscono fra loro per formare i “chiefdoms”, che hanno una struttura politica organizzata. La strutturazione dei “chiefdoms” prevede un’assemblea, formata da alcuni appartenenti alle diverse tribù, ed un capo.

La carica di capo, talvolta ereditaria e in genere permanente, conferisce a chi la detiene uno status elevato. Nella maggior parte dei chiefdoms vi è stratificazione sociale, e il capo e la sua famiglia hanno un accesso privilegiato alle fonti di prestigio. Tra le mansioni del capo possono esservi la redistribuzione dei prodotti, la pianificazione e il controllo del lavoro collettivo, la supervisione delle cerimonie religiose e la direzione delle attività militari (Ember e Ember, 2004, p. 255).

La vita politica delle società complesse

Nelle società complesse, quali sono le società presenti in gran parte delle territorialità geografiche mondiali, la dimensione politica è caratterizzata dalla vita politica. Con tale costrutto s’intende:

la prevenzione […] e […] la risoluzione di controversie e di problemi sociali interni ed esterni […], di mediazioni e di arbitrati per risolvere le vertenze industriali, di una forza di polizia per prevenire i crimini e per catturare i criminali […], di un sistema giudiziario che si occupi dei conflitti sociali e che intervenga nei confronti di coloro che infrangono la legge (Ember e Ember, 2004, p. 248).

In aggiunta, nel concetto di vita politica possono essere inclusi altri elementi, quali le istituzioni legislative, l’amministrazione degli organismi statali, i partiti politici, i differenti gruppi di potere che sono accomunati da interessi specifici, le elezioni politiche con le relative campagne elettorali.

La psicologia politica

La psicologia politica si occupa dello studio della vita politica. Nello specifico, essa analizza le variabili psicologiche che sono alla base delle condotte politiche, che si osservano a livello collettivo e individuale. Tali condotte sono influenzate dalle ideologie politiche che animano i singoli e le associazioni politiche che essi formano. Volendo definire l’ideologia, essa può essere

intesa come un complesso di credenze, opinioni e valori che orientano un determinato gruppo sociale o un individuo; tale insieme di credenze, inoltre, è condiviso all’interno di un gruppo e ne sostiene le azioni (Carraro e Bortolotti, 2020, p. 337).

In altre parole, l’ideologia è fatta di archetipi concettuali (credenze, opinioni, stereotipi e pregiudizi), che sono in funzione della mappa cognitiva della realtà che ogni individuo possiede, e che divengono sovente l’agente motivante delle proprie azioni.

Le differenze psicologiche fra conservatori e progressisti

In funzione dell’ideologia politica posseduta, possiamo ascrivere gli individui, al di là della loro appartenenza ad un partito politico specifico, a due grandi categorie, ovvero i conservatori e i progressisti. Fra gli appartenenti ai due gruppi si notano delle differenze psicologiche. Relativamente alla personalità, prendendo in considerazione i cinque fattori formulati dalla teoria dei Big Five (estroversione/introversione; gradevolezza/ostilità; coscienziosità; stabilità/instabilità emotiva; apertura all’esperienza) (Caprara e Gennaro, 1999), i progressisti sono contraddistinti da una maggiore apertura mentale, mentre i conservatori hanno come tratto dominante la coscienziosità (Carraro e Bortolotti, 2020). In aggiunta, i conservatori nella percezione della realtà sono animati da un “negative bias”, ovvero una maggiore attenzione verso gli aspetti più negativi e critici della realtà, piuttosto che per quelli più positivi (Carraro, Castelli e Macchiella, 2011). Altra differenza che si nota fra conservatori e progressisti è rappresentata dall’atteggiamento nei confronti del cambiamento e delle disuguaglianze sociali. In pratica, i conservatori appaiono più restii ai cambiamenti e più tolleranti nei confronti delle disuguaglianze sociali che si osservano nella realtà, mentre i progressisti sono più aperti al cambiamento e meno tolleranti nei confronti delle disuguaglianze sociali (Carraro e Bortolotti, 2020).

Per spiegare queste differenze che, a livello psicologico, distinguono i conservatori e i progressisti, sono state chiamate in causa due teorie:

  • il modello duale dell’ideologia e del pregiudizio;
  • il modello della cognizione sociale motivata (Carraro e Bortolotti, 2020).

Secondo il primo modello, l’ideologia politica individuale è fatta di due dimensioni, ovvero l’autoritarismo e l’orientamento alla dominanza sociale che, laddove prevalgono, indirizzano la persona verso un’ideologia conservatrice, mentre nella misura in cui sono poco accentuati l’individuo sviluppa un’ideologia progressista (Duckitt e Sibley, 2009; Carraro e Bortolotti, 2020).

Messaggio pubblicitario Il modello della cognizione sociale motivata spiega il differente orientamento ideologico in base alle credenze epistemologiche di ciascuno, alla visione della realtà e ai bisogni che caratterizzano ogni individuo. In sostanza, i conservatori appaiono più insicuri e l’ideologia che abbracciano sembra lenire maggiormente questa incertezza, mentre i progressisti avvertono meno questo bisogno (Jost, Federico e Napier, 2009; Carraro e Bortolotti, 2020). Questa insicurezza-sfiducia è confermata dagli studi neurofisiologici: infatti, fra conservatori e progressisti si sono notate delle differenze nella dimensione dell’amigdala di destra, struttura anatomica del sistema limbico che elicita le emozioni negative legate alla paura, tanto è vero che nei conservatori l’amigdala è di maggiori dimensioni, cosa che non si riscontra nei progressisti (Carraro e Bortolotti, 2020).

La psicologia delle consultazioni elettorali

Un avvenimento importante nella vita politica è rappresentato dalle consultazioni elettorali, che periodicamente sono indette nelle società politiche democratiche. Decidere a chi dare il proprio voto non è affatto semplice: la psicologia politica analizza gli agenti motivanti psicologici alla base delle scelte fatte dagli elettori. A questo riguardo, un ruolo rilevante lo svolgono le percezioni sensoriali dell’elettore, da cui scaturiscono le impressioni, che sono alla base delle cognizioni che egli matura mentalmente.

Differenti ricerche hanno dimostrato che nella scelta del candidato da votare subentra un’euristica del candidato. In altri termini, l’elettore nella sua scelta tiene conto di alcuni fattori, quali, ad esempio, la competenza, ossia il possesso culturale dei contenuti da realizzare, la volizione, ovvero il portare avanti le finalità proposte in campagna elettorale, la moralità, intendo con essa il rispetto di quanto promesso, e la socievolezza, ossia la sintonia con i bisogni degli elettori.

Solitamente, gli elettori conservatori considerano maggiormente la volizione, mentre quelli più progressisti sono attenti alla socievolezza e alla moralità (Caprara, Vecchione, Barbaranelli, Fraley, 2007; Carraro e Bortolotti, 2020). A tal riguardo, perchè possano essere confermati tali fattori e indirizzare la scelta di voto, una funzione notevole la riveste la comunicazione politica. In pratica, l’elettore tende a leggere positivamente quello che il candidato dice, se si è fatto un’immagine-impressione positiva di lui (bias di conferma). Solitamente le notizie fornite dal candidato sono caratterizzate dal framing, ovvero da una cornice concettuale che fa da sfondo alla narrazione e che dà un senso all’informazione stessa. In sostanza, è proprio la collocazione in una cornice concettuale piuttosto che in un’altra che elicita nell’elettore l’uso di una chiave di lettura positiva o negativa, con la quale confermare o dissentire dalle proposte fatte dal candidato. Negli ultimi tempi nella vita politica delle nostre società si sono affacciati in maniera preponderante i movimenti populisti, che si ha difficoltà ad ascriverli al conservatorismo o al progressismo. Da recenti ricerche condotte (Marchlewska, Cichocka, Panayiotou, Castellanos e Betayneh, 2018; Carraro e Bortolotti, 2020), sembra che questi movimenti siano sorretti da due fattori, uno sociale, quale la deprivazione relativa, e uno psicologico, come il narcisismo collettivo. In pratica, la deprivazione relativa rappresenta la convinzione che il proprio gruppo sociale sia stato privato di opportunità attraverso un processo discriminatorio e questo diventa motivo di rivendicazione politica. Il narcisismo collettivo rappresenta il favoritismo verso il proprio gruppo sociale. In altri termini, il proprio gruppo sociale è il migliore fra tutti quelli presenti nella territorialità geografica di appartenenza o rispetto a quelli presenti in altre nazioni contigue e, in virtù di questo, deve accedere a privilegi maggiori.

In conclusione, in ogni società uno degli archetipi sociali più importanti è rappresentato dalla dimensione politica, che simboleggia il modo in cui ogni aggregato sociale umano gestisce e distribuisce il potere fra le sue classi sociali e i suoi individui. Nelle società etnografiche l’ambito politico appare estremamente semplice, assumendo la morfologia dell’organizzazione tribale e dei “chiefdoms”. Nelle società complesse il contesto politico, che è fatto da più variabili, si basa sull’ideologia politica che ogni cittadino matura nel suo percorso di vita. Da questo punto di vista, gli individui possono essere suddivisisi in conservatori e progressisti. Fra i due gruppi sociali si notano delle differenze psicologiche, che si riflettono nelle preferenze elettorali espresse. La psicologia politica studia queste variazioni psicologiche individuali e come esse elicitino i comportamenti politici.

 

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Bibliografia

  • Caprara, G., V., Accursio, G. (1999). Psicologia della personalità. Bologna: il Mulino.
  • Caprara, G., V., Vecchione, M., Barbaranelli, C., Fraley, R., C. (2007). When likeness goes with liking: The case of political prefernce. Political Psychology, 28, 609-632.
  • Carraro, L., Bertolotti, M. (2020). La psicologia politica, in Andrighetto, L., Riva, P. (a cura), Psicologia sociale. Fondamenti teorici ed empirici, Bologna: il Mulino.
  • Carraro, L., Castelli, L., Macchiella, C. (2011). The automatic conservative: Ideology-based attentional asymmetries in the processing of valenced information. PLoS ONE, 6: e26456.
  • Duckitt, J., Sibley, G., C. (2009). A dual-process motivational model of ideology, politics, and prejudice. Psychological Inquiry, 20, 98-109.
  • Eisenstadt, S., N. (1954). African Age Groups. Africa, 24, pp. 100-111.
  • Ember, C., E., Ember, M. (2004). Antropologia Culturale. Bologna: il Mulino.
  • Jost, J., T., Federico, C., M., Napier, J., L. (2009). Political ideology: Its structure, functions, and elective affinities. Annual Review of Psychology, 60, 307-333.
  • Lappas, G. (2000). Processi di socializzazione e complessità. Roma: Edizioni For.Com.
  • Marchlewska, M., Cichocka, A., Panayiotou, O., Castellanos, K., Betayneh, J. (2018). Populism as identity politics: Perceived in-group, disadvantage, collective narcissism and support for populism. Social Psychological and Personality Science, 9, 151-162.
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