The Social Dilemma (2020) – Recensione del film

The Social Dilemma fa riferimento alle implicazioni etiche e sociali dell’utilizzo della tecnologia e a come i social media manipolino l'individuo

ID Articolo: 179788 - Pubblicato il: 25 novembre 2020
The Social Dilemma (2020) – Recensione del film
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‘Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu’. Poche, semplici parole per riassumere il senso di The Social Dilemma, il docufilm in onda da Settembre 2020 sulla piattaforma Netflix.

 

Messaggio pubblicitario Il messaggio è chiaro e colpisce noi spettatori che, seppur consapevoli della crescita esponenziale della dipendenza dai social network, facciamo ancora fatica a rallentare le nostre interazioni con lo smartphone.

Il filone narrativo del documentario diretto da Jeff Orlowski, regista già vincitore di un Emmy Award con Chasing Ice (2012), si muove in parallelo su due filoni: quello razionale delle interviste e delle testimonianze di ex dirigenti e impiegati delle aziende social e quello più emotivo, in cui viene narrata la vita di Ben (Skyler Gisondo) un adolescente sempre più immerso all’interno del suo smartphone. Il sistema di programmazione che gestisce i social è rappresentato metaforicamente da 3 avatar di Ben, che il regista utilizza come espediente simile a quello del film di animazione Inside Out (2015) della Pixar, anche se questa volta non si dà forma e voce alle emozioni umane, ma appunto al sistema operativo dello smartphone del protagonista.

Il dilemma di cui si parla fa riferimento sia alle implicazioni etiche e sociali dell’utilizzo della tecnologia e della sovrapproduzione di disinformazione, sia ad una interessante disquisizione su come i social media mettano in atto una ‘manipolazione’ dell’individuo con lo scopo di generare profitti. Nulla di originale? Vero, se non per il fatto che antiche strategie di indirizzo dell’opinione pubblica attraverso media come giornali e tv, ora sono costruite sul singolo individuo, agendo su sistemi di ricompensa molto conosciuti a chi si occupa di neuroscienze.

Attraverso le testimonianze di Tristan Harris, voce principale, (ex consulente etico di Google, ora presidente del Center For Human Technology), Justin Rosenstein (co-inventore del tasto ‘mi piace’ di Facebook) e altri (Jaron Lanier, Shoshana Zuboff, ecc…) si spiega come tutto sia utile a mantenere questo sistema: il numero di reazioni ad un post, il tempo di visualizzazione, le ricerche utilizzate tramite Google…

L’obiettivo sarebbe quello di definire profili ad personam, che possono essere utilizzati da pubblicitari o politici per spostare l’attenzione dello user verso specifici contenuti, alimentando un circolo vizioso da cui il cliente fa fatica ad uscire, trovandosi a circoscrivere tra l’altro la propria gamma di interessi a poche tematiche o personaggi.

Tali pericolose implicazioni vengono descritte nel docufilm osservando contingenze specifiche come quelle delle elezioni presidenziali e amministrative di importanti nazioni, in cui i principali protagonisti della sfera politica potrebbero potenzialmente utilizzare le strutture ad algoritmi con il fine di creare per ogni fruitore dei social una sorta di bolla, un mondo in cui si costruisce una propria verità e proprie motivazioni.

Vengono citati a tal proposito mostri sacri della letteratura e della cinematografia come The Truman Show (1998) e Matrix (1999) per spiegare in modo semplice il concetto della ‘bolla’ creata da un meccanismo con cui ci interfacciamo costantemente, a cui diamo continuamente indicazioni attraverso like, commenti, visualizzazioni e ricerche.

Messaggio pubblicitario Colpisce soprattutto la testimonianza degli intervistati, di chi per primo iniziò a creare questi algoritmi, stupiti a loro volta dagli effetti collaterali sottovalutati inizialmente dai primi ideatori, come ad esempio l’influenza sui disturbi mentali degli adolescenti, comprovati dalla ricerca scientifica e dalle correlazioni statistiche: incremento di ritiro sociale, ideazioni suicidarie collegate all’interazione con i social, depressione, ansia sociale, FOMO (fear of missing out) e, ovviamente, dipendenza dagli stessi social.

Un piccolo spazio, che forse poteva essere maggiore considerando la rilevanza sul tema, è dato alla spiegazione dei meccanismi di ricompensa alla base della dipendenza (concetti conosciuti a partire dagli studi di James Olds e Peter Milner del 1954), che rendono inconsapevole l’utente social della dipendenza stessa.

Il meccanismo viene spiegato in modo semplice ed è importante ricordarne alcuni punti salienti: quando arriva un like, il nostro cervello lo interpreta come una ricompensa e rilascia una ‘scarica’ di dopamina dando forza a quello che viene definito ‘dopamine-driven feedback loop’. Questo circolo vizioso si caratterizza sostanzialmente dalle seguenti fasi.

Si inizia con l’interazione con il social di turno che, forte del suo algoritmo, ci spinge continuamente a condividere nuovi contenuti. Successivamente avviene un’azione effettiva (il post, il retweet, il commento, o anche solo il ‘rallentare davanti ad un’immagine’). Più lunga sarà l’attesa, maggiore sarà la soddisfazione nel momento in cui si riceve una reazione (un like, un follow, un commento) che viene interpretata dal cervello come ricompensa e che genera quella piccola ‘scarica’ di dopamina sufficiente ad innescare nuovamente il circolo vizioso, che si protrae nel tempo e che può portare inconsapevolmente ad una vera e propria dipendenza, come accade per le sostanze stupefacenti o le slot-machine. Il lettore interessato al tema della dipendenza da social network può leggere gli interessanti studi di Quinghua, Guedes e Krach, solo per citarne alcuni.

Il documentario si conclude con il termine dell’arco narrativo delle vicende di Ben e, nei titoli di coda, con le raccomandazioni degli intervistati sopra citati, che consigliano tra l’altro di ridurre drasticamente il tempo passato al cellulare, di evitare di creare profili social a ragazzi troppo giovani, di disattivare le notifiche, di seguire più personaggi politici possibile e di ampliare gli interessi seguiti attraverso queste piattaforme. Tutto questo con il fine ultimo di ‘spiazzare’ gli algoritmi ed evitare che ci condizionino oltre misura.

The social dilemma si configura quindi come un interessante documentario che aiuta lo spettatore ad avviare una riflessione personale sull’utilizzo eccessivo dei social network, da consigliare soprattutto agli adolescenti, ovvero alla fascia statisticamente più a rischio per quanto riguarda il tema della dipendenza da smartphone e delle implicazioni psicologiche e sociali che ne derivano.

 

THE SOCIAL DILEMMA – Guarda il trailer del docufilm:

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