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Fame emotiva: mangiare per non “sentire”

Non sempre mangiamo per fame. Capita che non sia il nostro corpo a richiedere cibo per nutrirsi, ma la mente per ragioni al di là dei bisogni fisiologici.

ID Articolo: 178438 - Pubblicato il: 22 ottobre 2020
Fame emotiva: mangiare per non “sentire”
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Stress, tristezza, rabbia, noia, ansia sono solo alcune delle emozioni difficili da tollerare che tentiamo di soffocare con il cibo. Se mangiare sembra la soluzione più immediata e semplice per ‘‘non sentire’’, il rischio di rimanere intrappolati nel circolo vizioso della fame emotiva rappresenta un reale pericolo per la salute.

 

Messaggio pubblicitario Con il termine ‘‘Fame emotiva’’ si fa riferimento all’incremento nell’introito di cibo in risposta allo stress o a stati emotivi negativi, come ansia e irritabilità (van Strien et al., 2007). La fame emotiva, nonostante preveda l’atto del mangiare, si differenzia dalla fame fisica, ossia la fame propriamente detta. La fame fisica è infatti l’invito del nostro corpo a soddisfare il bisogno fisiologico di nutrirci ed è accompagnato da alcuni segnali fisici di ‘‘richiamo’’ come il brontolio dello stomaco o i capogiri. La fame fisica è un bisogno di mangiare generalizzato che compare in maniera graduale e non richiede un soddisfacimento immediato. La fame emotiva è un impulso urgente a mangiare e richiede la consumazione cibi specifici, i cosiddetti ‘‘comfort food’’, quei cibi ipercalorici o zuccherini che ci permettono di scaricare in fretta la tensione, senza assaporare realmente il gusto del cibo e senza sperimentare quel senso di sazietà che accompagna il soddisfacimento della fame fisica. Senso di colpa e vergogna sono sentimenti che spesso seguono gli episodi di fame emotiva e che, come in un circolo vizioso, alimentano e mantengono lo stato di stress e di malessere a cui l’individuo risponde mangiando (Alberts, Thwissen e Raes, 2012; Elfhag e Rossner 2005; Wong e Qian, 2016).

La fame emotiva si presenta in assenza di una reale fame fisica e non è in linea con i nostri bisogni fisiologici: non nasce dal corpo, ma parte direttamente dalla nostra mente.

Ma come nasce la fame emotiva?

Sembrerebbe che non siano lo stress o l’emozione negativa in quanto tali a determinare un cambiamento nel comportamento alimentare di un individuo, ma piuttosto le modalità in cui queste situazioni vengono gestite (Wiser e Telch, 1999). Se la tendenza a mangiare troppo in risposta alle emozioni negative appaia paradossale da un punto di vista biologico, la mancanza di strategie di regolazione adattiva delle emozioni negative potrebbe invece essere alla base della fame emotiva per due principali ragioni.

Innanzitutto quando sperimentiamo stress o emozioni negative a livello fisiologico il nostro corpo tende a non richiedere cibo, anzi la maggiore attività del sistema nervoso autonomo che accompagna il vissuto emozionale, determina non solo il rilascio di ormoni come le catecolamine che inibiscono l’appetito, ma anche una serie di modificazioni a livello gastroenterologico simili a quelle coinvolte nella sazietà (Schachter, Goldman e Gordon, 1968; Blair, Wing e Wald, 1991).

In secondo luogo, partendo dal presupposto che le situazioni di stress e le emozioni ad esse legate hanno la funzione di preparare l’organismo ad affrontare in maniera adattiva le richieste dell’ambiente (Lazarus e Folkman, 1984), la fame emotiva e quindi l’istinto irrefrenabile di mangiare interferirebbe con la risposta ambientale che le emozioni sollecitano negli individui. Quindi da un punto di vista funzionale, la fame emotiva appare del tutto disadattiva.

Messaggio pubblicitario Dunque la relazione tra il mangiare e l’emozione sembrerebbe influenzata da particolari caratteristiche di un individuo e in particolare dalla regolazione appresa degli affetti negativi (Greeno e Wing, 1994; Schachter et al., 1968). Sembrerebbe che i cosiddetti ‘‘mangiatori emotivi’’ in risposta agli affetti negativi mangino quantità ingenti di cibo perché hanno imparato che questo comportamento allevia i loro stati d’animo avversivi (Spoor, Bekker, Van Strien e van Heck, 2007).

Il coping è un processo attraverso il quale un individuo cerca di gestire le richieste che sono percepite come stressanti, così come le emozioni che vengono generate (Folkman e Lazarus, 1985). Endler e Parker (1990) hanno individuato tre tipologie di coping predominanti:

  • coping orientato al compito (task-oriented coping): consiste nell’affrontare il problema in maniera diretta, ricercando attivamente soluzioni per fronteggiarlo.
  • coping orientato alle emozioni (emotion-oriented coping): consiste in abilità specifiche di regolazione delle emozioni associate al problema, controllandole o abbandonandosi ad esse (attraverso ad esempio la rassegnazione o la tendenza a sfogarsi)
  • coping orientato all’evitamento (avoidance-oriented coping): consiste nel tentativo dell’individuo di ignorare la minaccia dell’evento stressante mediante la ricerca del supporto sociale (social diversion) o ingaggiandosi in attività che lo possano distrarre dalla situazione (distraction).

Sebbene Lazarus e Folkman (1984) abbiano sostenuto che non esistono stili di coping adattivi o disadattivi a priori, ricerche postume hanno mostrato che il coping orientato al compito e all’evitamento tramite ricerca del supporto sociale siano negativamente correlati o non correlati al disagio psicologico (Endler e Parker, 1990). D’altra parte l’uso di strategie di coping orientate alle emozioni e all’evitamento tramite la distrazione sembrano essere associate a maggiore disagio psicologico (McWilliams, Cox e Enns, 2003; Turner, Larimer, Sarason e Trupin, 2005); in particolare diversi studi hanno sottolineato correlazioni positive del loro utilizzo con diete, abbuffate e comportamenti alimentari disadattivi (Ball e Lee, 2002; Freeman e Gil, 2004; Spoor et al., 2007).

Alla luce di queste considerazioni, le modalità di gestione delle situazioni di disagio sembrano giocare un ruolo importante nella manifestazione della fame emotiva. L’utilizzo di strategie adattive nella gestione delle situazioni di malessere e di stress potrebbe dunque proteggere dal cosiddetto ‘‘mangiare emotivo’’ (Tan e Chow, 2014). Il riconoscimento e l’accettazione delle emozioni (anche e soprattutto negative), la ricerca e l’apprendimento di modalità alternative per affrontare lo stress, l’ansia, la noia o la solitudine, imparando anche a contrastare il desiderio irrefrenabile di mangiare, sono passaggi fondamentali da compiere per interrompere il circolo vizioso della fame emotiva.

 

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Bibliografia

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