La sindrome da Workaholism ai tempi del lavoro agile

Il lavoro agile si è rivelato fondamentale ma la vicinanza tra vita privata e lavorativa può aumentare il rischio di sindromi come il workaholism

ID Articolo: 176893 - Pubblicato il: 28 luglio 2020
La sindrome da Workaholism ai tempi del lavoro agile
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Il periodo di quarantena ha modificato non solo il vissuto personale, ma anche le pratiche lavorative. Le aziende si sono trovate, quasi improvvisamente, a gestire l’emergenza organizzativa, approdando, in tempi rapidi, al lavoro agile o smartworking.

 

Messaggio pubblicitario Ma questo lavoro agile è davvero così “intelligente” da migliorare il benessere di tutti i lavoratori? In un recente report sul lavoro agile nelle Pubbliche Amministrazioni italiane (Tripi & Mattei, 2020) durante il periodo covid19, gli autori rilevano come il lavoro intelligente tenda a diminuire lo spazio sia fisico sia psicologico tra vita privata e vita lavorativa, in quanto rende il lavoratore iperconnesso. Questo può avere effetti positivi, in termini di mobilità, produttività e multitasking; ma anche negatività legate all’aumento dello stress lavoro-correlato, ma soprattutto di sindromi non facilmente rilevabili, come quella da Workaholism. Si tratta, infatti, di una sindrome camaleontica, che si mimetizza con facilità, in quanto, da parte del lavoratore si instaura una vera dipendenza; per l’azienda il lavoratore workaholic può essere una risorsa umana molto produttiva.

Il termine Workaholic (in italiano letteralmente ‘sindrome da alcolista da lavoro’, più in generale ‘sindrome da dipendenza da lavoro’) è stato coniato da Oates (1971), come contrazione delle parole ‘work’, ovvero ‘lavoro’ e ‘a(lco)holic’, cioè ‘alcolizzato’. Si riferisce a persone la cui necessità di lavoro è diventata così forte che può costituire un pericolo per la loro salute, la felicità personale, le relazioni interpersonali e il funzionamento sociale (Oates, 1971).

Sebbene sia stata dedicata una notevole attenzione al costrutto di workaholism negli ultimi anni (Fassel, 1990; Garfield, 1987; Kiechel), sono state intraprese poche ricerche empiriche per approfondire la comprensione di questo fenomeno (Porter, 2001; Robinson & Post, 1995, 1997). Questo, infatti, ha influito sulla mancanza di chiarezza nell’operazionalizzazione del costrutto della sindrome da dipenza lavorativa e, di conseguenza anche sulla sua individuazione e valutazione. Alcuni ricercatori, ad esempio, hanno proposto l’esistenza di diversi tipi di modelli di comportamento workaholic (Scott et al., 1997). Naughton (1987) presenta una tipologia di workaholism basata sulla relazione tra impegno professionale e tendenze ossessivo-compulsive.

Messaggio pubblicitario Interessante è invece notare come, al di là delle differenze individuali che contribuiscono a definire un identikit di lavoratore workaholic, ci sono anche aspetti culturali. Nella Società della Rete (Simmel, 1991), infatti, che ha costruito la cultura della connessione, il lavoro può seguire la risorsa umana in qualsiasi luogo. La tecnologia, quindi, diventa un mezzo che (col)lega all’ufficio. Negli ultimi decenni, la tecnologia ha reso il workaholism più diffuso che mai. Questo accade anche perché, culturalmente, essere ‘occupati’ è un distintivo di onore.

In conclusione, il lavoro agile e intelligente risulta un’ottima strategia per fronteggiare una crisi di qualsiasi natura (dalla pandemia alla crisi economica) agevolando l’azienda, ma anche il lavoratore. Non bisogna, però, dimenticare di ricostruire, anche nel contesto virtuale, momenti di socializzazione, ma soprattutto di supporto e attenzione alle ‘vulnerabilità’ lavorative.

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Bibliografia

  • Fassel, D. (1990). Working ourselves to death: The high costs of workaholism, the rewards of recovery. San Francisco, CA: HarperCollins.
  • Garfield, C.A. (1987). Peak performers: The new heroes of American business. New York: William Morrow.
  • Naughton, T.J. (1987). A conceptual view of workaholism and implications for career counseling and research. Career Development Quarterly, 6, 180–7.
  • Oates, W. (1971). Confessions of a workaholic: The facts about work addiction. New York: World Publishing.
  • Porter, G. (2001). Workaholic tendencies and the high potential for stress among co-workers. International Journal of Stress Management, 8(2), 147–64.
  • Robinson, B.E. & Post, P. (1997) Risk of work addiction to family functioning. Psychological Reports, 81, 91–5.
  • Robinson, B.E. & Post, P. (1995) Work addiction as a function of family of origin and its influence on current family functioning. The Family Journal, 3, 200–6.
  • Scott, K.S., Moore, K.S. & Miceli, M.P. (1997). An exploration of the meaning and consequences of workaholism. Human Relations, 50(3), 287–314.
  • Simmel, G. (1991). ’Will the Real Body Please Stand Up?: Boundary Stories About Virtual Cultures’, Michael Benedikt (ed.), Cyberspace. Cambridge: MIT Press. 82-118.
  • Tripi, S., & Mattei, G. (2020). COVID-19 e Pubblica Amministrazione: implicazioni dello smart working per il management e per la salute mentale dei lavoratori (COVID-19 and Public Administration: implications of smart working for management and workers mental health) (No. 0171). University of Modena and Reggio Emilia, Department of Economics” Marco Biagi”.
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