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Essere un carattere (2020) di Christopher Bollas – Recensione del libro

Lo psiconalista Cristopher Bollas, nel suo libro Essere un carattere, cerca di rispondere ad una cruciale domanda: qual è l’impatto degli oggetti sul Sè?

Di Simona Meroni

Pubblicato il 23 Giu. 2020

Aggiornato il 09 Lug. 2020 13:02

Il testo di Bollas, Essere un carattere, non è semplicemente un libro, bensì un insieme di finestre che si aprono sul nostro mondo inconscio e sulla pratica psicoanalitica.

 

L’opera è una raccolta di saggi scritti sul finire degli Anni ‘80, e ci consente di ripercorrere quasi tutti i temi caldi del suo pensiero, che non sempre è semplice da comprendere o “metabolizzare”.

Il titolo originale (Being a Character: Psychoanalysis and Self Experience) forse aiuta a cogliere meglio lo spirito di questo testo e il filo conduttore che lo cuce.

Chi, infatti, non dovesse avere familiarità con la psicoanalisi “contemporanea”, potrebbe non aver mai sentito nominare un concetto introdotto da Bollas e che – paradossalmente – troviamo ben rappresentato persino in una canzone dei Pearl Jam: il conosciuto non pensato (“Unthought Known”, espressione che ritroviamo nel titolo di un suo precedente libro, per l’appunto). Ma proviamo ad andare con ordine.

Essere un carattere cerca di rispondere ad una cruciale domanda: qual è l’impatto degli oggetti sul Sé?

Non stiamo parlando solo di oggetti “interni” (ossia rappresentazioni del mondo e delle persone reali che noi interiorizziamo e che influenzano il nostro modo di essere e di agire), bensì – e soprattutto – anche di oggetti fisici, concreti, che investiamo di significato e che usiamo e ri-usiamo per definirci nel mondo.

Domanda e riflessione quanto mai attuale, in un periodo che ci ha visti costretti/ci costringe più che mai tra gli oggetti (mentali e reali) delle mura domestiche.

Gli oggetti non solo contengono le proiezioni del soggetto, bensì lo plasmano e parlano “con” lui tramite un discorso inconscio continuo e “per” lui, mostrando cioè al mondo (e a se stesso) parti di questo dialogo interno continuo.

Bollas si spinge un passo avanti rispetto alla classica “Teoria dei rapporti oggettuali”, ed è come se cercasse di cambiare prospettiva, non per confutare la visione psicoanalitica, ma per proporne una più ampia.

Se siamo abituati a pensare agli oggetti come “recipienti” nei quali “lasciamo” parti di noi, cosa accade quando riprendiamo in mano questi oggetti?

Con un esempio concreto: se decido di leggere un romanzo invece di ascoltare una canzone o di vedere un film, sto parlando a me stessa e sto – soprattutto – oniricamente (quindi: inconsciamente) ricercando qualcosa che ho “lasciato” in quel determinato oggetto (una parte di me, uno stato del mio Sé, una memoria, un ricordo etc).

Per chi conosce la saga di Harry Potter, gli Horcrux possono fungere da similitudine per il concetto. Voldemort, infatti, “spezzetta” la propria anima e la lascia custodita all’interno di determinati oggetti concreti, che hanno un significato preciso, non solo per lui, ma per l’intero mondo magico (Bollas, infatti, parla anche di oggetti generazionali e storici, non solo cari al singolo).

Quindi, quando decidiamo di riprendere in mano proprio quel determinato oggetto, incontreremo anche quella parte del nostro Sé che si è legata all’oggetto.

Ne deriva che la nostra scelta non è mai casuale, e riflettere su di essa potrebbe aiutarci a conoscere qualcosa in più rispetto alla nostra mente.

Naturalmente “essere nel mondo” significa anche esporsi all’incontro con oggetti casuali e/o fortuiti, nei quali e grazie ai quali ci formeremo rappresentazioni mentali e da lì partirà nuovamente un ciclo di rapporti soggetto-oggetto.

Come anticipato, il libro di Bollas contiene tantissimi riferimenti e spunti di riflessione e di rilettura dei principali concetti psicoanalitici, e “risuona” del vasto bagaglio culturale dell’autore. Non è certamente un volume semplice per i non addetti ai lavori, nonostante lo stile sia scorrevole e il talento dell’autore evidente.

Gli oggetti, e l’influenza che giocano sul Soggetto, risuonano anche nella stanza d’analisi, che vede analista e analizzando impegnati in un lavoro che è al contempo un gioco (di Winnicottiana memoria) e che consente la produzione di nuovi stati psichici che consentono ad entrambi di evolvere.

Nessuno, infatti, è indifferente “al tocco degli oggetti”, siano essi – come già abbiamo detto – reali (un libro, una sinfonia, un museo, una persona) o fantasmatici (la rappresentazione/idea che io ho di mio padre o di mia madre, che non corrisponde mai al 100% alla realtà di chi siano i miei genitori in quanto esseri umani).

Il trauma è ciò che rende il soggetto indifferente all’oggetto, nel senso che impedisce all’essere umano di evolvere, perché lo costringe in una dinamica ripetitiva e svuotante.

Partendo da questa linea di pensiero, nella seconda parte del libro, Bollas delinea magistralmente alcuni racconti di diversi “Stati mentali del Sé”, che toccano diverse angolazioni della sofferenza umana: una donna che si taglia, la complessità della spinta di alcuni omosessuali alla ricerca di rapporti occasionali (“Cruising”, in Inglese), lo stato mentale fascista, che impedisce la messa in discussione del Sé, l’innocenza violenta che costringe l’altro alla confusione mentale ed emotiva, ed infine la coscienza generazionale, che vede il singolo come parte di un discorso storico molto più ampio.

Non è forse un caso che questo testo sia un insieme di frammenti, talvolta anche criptici, che aprono (come detto) porte e finestre ad ulteriori riflessioni e invitano non solo alla scoperta del nuovo, ma anche alla ri-scoperta di qualcosa che nel profondo sappiamo, ma a cui non riuscivamo a dare un nome o uno spazio.

Il conosciuto non pensato, appunto, citato in apertura.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Bollas, C. (2020) Essere un carattere. Raffaello Cortina Editore.
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